LE AMAZZONI AD ATLANTIDE (seconda parte)

Myrina tentò anche di invadere le altre isole del mare Egeo, ma la sua nave naufragò a causa di una tempesta. Ella implorò la Madre degli Dei per la propria salvezza e fu trasportata dalle onde su un’isola deserta, dove, seguendo le istruzioni ricevute durante un sogno, consacrò tutta l’isola alla dea che aveva invocato, le eresse degli altari e istituì un culto in suo onore. Chiamò quell’isola sconosciuta Samotracia, nome che, secondo Diodoro, significa “isola santa” (1). Sempre a detta dello storico, la Grande Madre condusse in quel luogo dei coloni per popolarla, tra i quali i Coribanti suoi figli a cui insegnò i suoi misteri e consacrò un tempio inviolabile dove essi venivano celebrati.

Infine le Amazzoni dovettero sostenere una guerra portata loro da Mopso, che era stato bandito dalla Tracia dal re Licurgo, e da Sìpilo, anch’egli cacciato dalla Scizia, regione confinante con la Tracia, che si era unito a Mopso. Questa volta le Amazzoni soccombettero: Myrina e la maggior parte delle sue compagne furono massacrate, mentre le superstiti fecero ritorno in Libia.

Questa è la storia delle Amazzoni nella versione riportata nella “Bbliotheca” di Diodoro Siculo. E’ incerto quali siano le fonti dalle quali l’erudito scrittore trasse queste notizie su Atlantide e sulle Amazzoni, che contrastano con la più comune tradizione; si ritiene però che siano desunte soprattutto dalle opere di Dionisio di Mileto, -soprannominato “Scitobrachione” (=”braccio di cuoio”)-, mitografo e poeta del II-I secolo a. C. autore di poemi epici, nonché di un testo in prosa in 6 libri sulle imprese degli Argonauti, dei quali rimangono scarsi frammenti. Sul racconto di Diodoro si possono proporre diverse osservazioni, che esporremo testè.

IL LAGO TRITONIDE

Nell’età greco-romana era chiamato “lago Tritonide” o “palude Tritonide” (“Tritonias limnè” o “Tritonis, -idos” in greco; “Tritonis lacus” o “T. palus” in latino)  l’attuale “Schott el-Jarid”, una depressione salata che si trova nella Tunisia centrale, nei pressi della città di Gafsa.

Lo "Schott el-Jerid". Si notino i cumuli di sale.
Lo “Schott el-Jerid”. Si notino i cumuli di sale.

Questa distesa, -che aveva preso il nome da Tritone, figlio di Poseidone e di Anfitrite, che secondo la leggenda vi dimorava-. è di solito ricoperta da una fanghiglia, -spesso indurita dal sole cocente-, interrotta da pozze di acqua salatissima, alcune molto superficiali, altre un po’ più profonde; essa viene però inondata di quando in quando dai rari rovesci di pioggia che, di solito a lunghi intervalli, si abbattono sulla regione. Tuttavia nell’antichità tale depressione doveva essere più estesa e ricoperta da una strato d’acqua permanente, per quanto molto basso. Si tenga presente che poco più a occidente nell’attuale territorio algerino si estende un altra depressione simile, lo “Schott Melhrir”, che nell’antichità era chiamata “Pallas Palus”: Pallas era una figlia di Tritone che avrebbe avuto dimora in quella palude. Anch’essa è indizio del fatto che questi laghi semiasciutti (ed altri più piccoli) siano le reliquie di un antico lago salato assai vasto.

I laghi salati semiasciutti tra Algeria e Tunisia.
I laghi salati semiasciutti tra Algeria e Tunisia.

Ma il lago Tritonide del quale parla Diodoro non è sicuramente questo -sebbene possa essere un residuo del grande bacino acqueo indicato dallo scrittore (si veda al riguardo la figura allegata alla prima parte della trattazione, che illustra la spedizione della Amazzoni verso Oriente)- ; in effetti questo doveva trovarsi più ad occidente, in prossimità dell’oceano Atlantico. Come ho altre volte ricordato, il mar Mediterraneo doveva avere dimensioni minori rispetto alle attuali ed essere suddiviso in diversi bacini: per tanto è possibile che tale lago sia da identificare nella parte occidentale -isolata dal resto- del Mediterraneo;

ESPERA, LA FAVOLOSA TERRA DELL’ESTREMO OCCIDENTE

L’isola di Espera, -come risulta chiaramente dal nome (greco “hespera”=sera, tramonto; si confronti il latino “vesper”)-, si riferisce all’ estremo occidente, alle terre poste dove il Sole tramonta. Per le popolazioni che abitavano i paesi che circondano il Mediterraneo orientale le terre nelle quali il Sole termina il suo corso diurno (e quindi simbolicamente muore, sia pure per rinascere il mattino seguente) ispiravano il fascino del mistero, ma anche la paura dell’ignoto. E si caratterizzavano per una significativa ambivalenza: da un lato erano il luogo destinato ai defunti, l’Erebo (non a caso questo termine d’origine mesopotamica designa sia l’occidente sia la parte più profonda degli Inferi); dall’altro era la sede di una sorta di “paradiso terrestre”: infatti il “giardino delle Esperidi”, collocato in quell’area avvolta in una magica atmosfera, non lontano dal punto ove Atlante con il suo sforzo immane sostiene l’immensa volta celeste, ricorda molto l'”Eden” biblico: lì si trova l’albero della saggezza, della “scienza del bene e del male”, custodito da un drago o serpente dotato di voce umana e suadente, che parla molte lingue, i cui aurei frutti non possono essere colti impunemente da chi non sia riuscito a guardare dentro sé stesso.

Questi favolosi pomi, oltre che dal drago, chiamato Ladone (nome quasi certamente di origine non greca, che richiama quelli di Latona, -la madre di Apollo e Artemide-, e di Leda, -la madre dei Dioscuri,-, e che quindi ha il probabile significato di “signore”) (2),erano custoditi dalle Esperidi, le quali, nelle differenti varianti del mito, sono dette figlie o di Atlante e di Esperide (e sarebbero così sorellastre delle Pleiadi), oppure di Oceano e di Teti, ovvero dell’Erebo e della Notte, o anche di Zeus e di Temi (di tutte queste geniture l’ultima è la meno convincente, perché a differenza delle altre, non è legata a figure connesse con l’occidente e con il tramonto del Sole). Anche il loro numero è incerto, ma, secondo le versioni più accreditate, esse erano tre (ma talora quattro o più, fino ad undici), con nomi spesso diversi, ma che alludono sempre alla soffusa luminosità del tramonto; i nomi più ricorrenti, che si ritrovano, diversamente combinati, in quasi tutte le versioni sono Egle (“fulgore”); Espera (“vespertina”), Erizia (“rossastra”), Aretusa (“ardente”) (3)

Il meraviglioso albero che produceva gli aurei pomi era stato offerto in dono da Gaia (o Gea) -la Madre Terra-, alla nipote Era quando ella era convolata a nozze con Zeus. Come si è detto, l’albero e suoi frutti erano stati affidati alle cure delle Esperidi, ma poiché, a quanto si dice, esse non disdegnavano affatto di gustarne, alle Esperidi fu affiancato Ladone per sottrarre i frutti alla golosità delle divine fanciulle. Da questa notizia si desume che i frutti dovevano essere commestibili, ed infatti essi sono costantemente assimilati alle mele, e dunque l’attributo “aurei” deve essere inteso quale caratteristica cromatica in senso metaforico, non perché fossero davvero d’oro (vedremo come poi in età moderna sia stati identificati con gli agrumi).

Le Esperidi con Ladone in pittura vascolare attica.
Le Esperidi con Ladone in una pittura vascolare attica.

Il serpente (o drago) Ladone era figlio di Tifone e di Echidna, -genitori di celebri mostri come il cane tricipite Cerbero e l’Idra di Lerna-, oppure, con maggiore logica e probabilità, di Forchi e di Cheto (come sostiene Esiodo, “Teogonia” 333-336); era immaginato talvolta con 50 o 100 teste, ma nelle non numerose raffigurazioni, più che altro vascolari, che se ne hanno, appare sempre come un normale, sebbene grosso, serpente avvinghiato all’albero che aveva la missione di custodire. Questo serpente nelle sue caratteristiche e funzioni ricorda moltissimo il “serpente tentatore” dell’Eden biblico, il quale a sua volta è una chiara trasposizione del dio mesopotamico Nin-Gizzida (o Nin-Gishzida), il quale aveva l’aspetto di un serpente con testa umana che avvolgeva con le sue spire l'”Albero della Vita”; egli era peraltro il dio della saggezza, dell’agricoltura e della medicina (in seguito anche della magia) ed aveva quindi il carattere benefico di civilizzatore e di protettore delle attività umane. Solo nella Genesi assunse i tratti negativi di colui che induce l’uomo a “conoscere il bene e il male” -e quindi a conoscere (o riconoscere) sé stesso- e ad usurpare pertanto una prerogativa che nella concezione ebraica spettava unicamente a un dio, alquanto oppressivo e dominatore.

Adamo ed Eva con il serpente: si noti come la rappresentazione di quest'ultimo sull'albero sia identica a quella di Ladone sull'albero dei frutti dorati.
Adamo ed Eva con il serpente in un dipinto nelle catacombe di S. Callisto a Roma: si noti come la rappresentazione di quest’ultimo sull’albero sia identica a quella di Ladone sull’albero dei frutti dorati.

E la “cacciata dal paradiso terrestre” seguita alla “disubbidienza” di Adamo ed Eva in effetti più che un castigo è la conseguenza della acquisita consapevolezza -con l’ingestione del frutto dell’Albero della Scienza del bene e del male-  dell’infelice condizione umana sospesa tra i suoi angosciosi limiti, con le continue e inevitabili sofferenze che be derivano, e l’aspirazione ad una completa realizzazione, alla “divinità”, che potrà essere superata e trascesa solo con la scoperta della propria interiorità e trovando in sé stessi il principio superiore che ha dato vista all’Universo.

Ricordiamo tra l’altro che alcune sette gnostiche, come quella degli Ofiti o Naasseni (che presero appunto il nome dal serpente -“ophis” in greco e “nahas” in ebraico) consideravano e veneravano il serpente biblico come l’elargitore della conoscenza, negata all’uomo dal dio ebraico dell’A. T. Quest’ultimo non sarebbe il vero Dio Padre e il Principio Supremo, e ne avrebbe anzi usurpato il posto per tenere l’uomo nella miseria e nell’ignoranza e farsi arbitrariamente adorare. Gli uomini avrebbero però conservato una scintilla di conoscenza e di consapevolezza di discendere dal vero Dio. Per riaccendere questa scintilla e redimere gli uomini tramite la conoscenza liberatrice (la “gnosi”) Cristo, ovvero il Dio Figlio, discese sulla terra come Gesù.

D’altra parte osserviamo in questo mito il tema presente in svariate tradizioni leggendarie del drago come custode di tesori (ad esempio quello posto a guardia del “vello d’oro” sconfitto da Giasone), tesori che spesso vanno intesi, più che come ricchezze materiali, come simbolo di conquiste spirituali.

Com’è noto, la conquista dei pomi delle Esperidi costituisce l’undicesima  e penultima  delle famose dodici fatiche che Eracle sostenne per ordine di suo cugino Euristeo. Secondo una versione della leggenda, egli si appropriò personalmente dei magici frutti e per questo uccise il serpente Ladone, che dopo la morte fu mutato nelle costellazione del Serpente da Era.

Eracle prende i pomi delle Esperidi (mosaico romano del III secolo).
Eracle prende i pomi delle Esperidi (mosaico romano del III secolo).

Un’altra versione afferma invece che egli si avvalse dell’aiuto di Atlante: Eracle accettò di sostituire temporaneamente il titano nel compito di sostenere la volta celeste, mentre quest’ultimo si recava a cogliere i frutti; nelle intenzioni di Atlante la sostituzione da temporanea avrebbe dovuto diventare definitiva e a tal fine propose ad Eracle di andare lui a consegnare i pomi ad Euristeo. L’eroe finse di acconsentire, ma chiese ad Atlante di riaccollarsi per un po’ la sua fatica, affinché egli potesse mettersi una fascia (o cuscino) sulla nuca per meglio sopportare il peso del Cielo. Ma non appena Atlante si fu ripreso sulle spalle la volta celeste, l’eroe si affrettò ad allontanarsi, così che il povero Atlante, caduto nell’inganno di Eracle, fu costretto a sopportare ancora a lungo quel peso. In effetti però l’astuto stratagemma era stato suggerito ad Eracle da Nereo, la camaleontica e sfuggente divinità marina, – che poteva trasformarsi in qualunque essere vivente od oggetto-, al quale l’eroe si era rivolto per avere informazioni su come giungere nell’isola delle Esperidi (4)

Dopo che Eracle ebbe rubato loro i meravigliosi frutti ed ucciso il loro compagno e protettore, il serpente Ladone, le Esperidi per il dolore si lasciarono morire e furono mutate in alberi: Espera  divenne un pioppo nero, Erizia un olmo ed Egle un salice. Questo accadde proprio allorché nel giardino giunsero gli Argonauti guidati da Giasone, che videro il povero Ladone morente, il quale ancora muoveva la punta della coda, ed assistettero al compiersi della metamorfosi delle tre fanciulle; Egle tuttavia trovò la forza di indicare ai naufraghi, spossati per le lunghe peregrinazioni nel deserto libico, una fonte ove dissetarsi (si veda Apollonio Rodio, “Argonautiche”, IV, 1391-1460).

Osserviamo che il mito delle Esperidi presenta alcune analogie con quello delle Eliadi, le tre figlie di Elio, il Sole, e di Climene, sorelle di Fetonte; innanzitutto sono assai simili i nomi: infatti le Eliadi si chiamavano Egle, Faetusa e Lampezia, nomi che anch’essi riconducono alla luminosità atmosferica e al fulgore solare; sia le Esperidi sia le Eliadi abitavano le terre dell’occidente; ma soprattutto anch’esse furono tramutate in alberi -precisamente in pioppi- per la disperazione dopo la caduta nell’Eridano e la morte del loro fratello Fetonte.

Secondo una tradizione, dai tre frutti, -in genere assimilati a mele- rubati da Eracle nacquero le arti figurative, la musica e la poesia: questa leggenda conferma il legame dei mitici frutti con la civiltà e il progresso delle conoscenze umane. Nella versione prevalente del mito però dopo che Euristeo li ebbe ricevuti da Eracle, i frutti sarebbero stati restituiti ad Era, legittima proprietaria dell’albero che li aveva prodotti.

Frutti del medesimo albero erano probabilmente anche i tre pomi d’oro, -dono di Afrodite-, grazie ai quali Ippomene riuscì a vincere la gara di corsa in cui la fino ad allora imbattibile Atalanta sfidava coloro che aspiravano ad averla in sposa, -mezzo invero poco leale per ottenere la sua mano-: egli infatti gettava dietro di sé le mele dorate, così che la fanciulla, colpita dalla bellezza e dalla preziosità di quegli insoliti frutti, non poteva fare a meno di fermarsi a raccoglierli (si veda Ovidio, Met. X, 560-704). Ed anche il pomo infaustamente gettato da Ate, la discordia, in mezzo al convito di nozze di Teti e Peleo, causa remota della guerra di Troia sarebbe giunto dal meraviglioso giardino ai confini del mondo.

Per concludere questa digressione, osserviamo che al principio dell’età moderna i frutti degli agrumi furono poeticamente identificati nei mitologici pomi delle Esperidi, tanto che in seguito il tipo di frutto proprio degli agrumi venne chiamato appunto “esperidio”. frutteti1Sembra che il primo ad aver compiuto questa colorita identificazione letteraria sia stato il celebre umanista napoletano Giovanni (o Gioviano, com’egli amava chiamarsi con schietto sentore di latinità) Pontano (1429-1503) nel suo poema didascalico in due libri “De hortis Hesperidum, sive de cultu citri”, composto nel 1501. Più tardi il botanico Giovanni Battista Ferrari (1584-1655) consolidò questa interpretazione nella sua opera “Hesperides, sive de malorum aureorum cultura et usu” del 1646, dove associa Egle al cedro, Aretusa al limone ed Espertusa all’arancia (come si è detto sopra si trovano notevoli discordanze sui nomi delle Esperidi sebbene tutte ruotino intorno all’idea della luminosità rossastra del tramonto) (5).

Una possibile lontana derivazione dal mito delle Esperidi e dei loro frutti si può forse ravvisare in alcune storie della tradizione narrativa popolare. Un esempio significativo lo abbiamo nella fiaba “I tre cedri” del “Cunto de li cunti” o “Pentamerone” (V,9), la celebre raccolta di fiabe scritta in dialetto napoletano da Gian Battista Basile (1575-1632). In questa storia il protagonista, al fine di trovare una sposa rispondente ai suoi desideri compie un lungo viaggio al di là delle Colone d’Ercole e si ferma in tre isole dove viene accolto da tre vecchie orche (una in ciascuna isola), l’ultima delle quali gli offre tre cedri.  Una volta tornato in Italia, il principe taglia i cedri e da essi escono tre leggiadre fanciulle. Non ci soffermiamo sul seguito della storia, caratterizzato da una serie di trasformazioni vegetali e animali -che ricordano molto una delle più affascinanti narrazioni che ci sono giunte dall’antico Egitto, la “Storia dei due fratelli”- sebbene oltremodo interessante,- perché ci porterebbe troppo fuori dal tema che stiamo trattando.

Osserviamo però che nel racconto del Basile le Esperidi, prima decadute a vecchie orche, tornano alla loro grazia ed avvenenza incarnandosi nelle fanciulle che escono dai cedri. Questa storia conobbe una larga diffusione nell’area italiana, diversificandosi in moltissime versioni regionali (nelle quali i frutti sono mele, melagrane, arance e perfino cocomeri); tra quelle letterarie si ricorda “L’amore delle tre melarance” di Carlo Gozzi (1720-1806).

CONTINUA NELLA TERZA PARTE

Note

1) In realtà le due parti di cui è composto questo nome derivano rispettivamente: a) la prima, “Samos”, da una parola che significa “alto” nella lingua dei Cari, antica popolazione anatolica alla quale appartenevano i primi abitatori dell’isola, e che introdussero il culto della Grande Madre e di altre divinità, i “Grandi dei”, “Megaloi Theoi” o “Cabiri” -nome di origine semitica (si confronti l’arabo “kabir”= grande)- di probabile origine orientale, culto poi ellenizzato; b) la seconda, “Tracia”, dai Traci che la colonizzarono in epoca successiva.

2) Ladone era anche il nome di un dio fluviale dell’Arcadia, padre di diverse ninfe tra le quali, secondo alcuni, anche di Dafne, mutatasi in lauro per sfuggire alle brame di Apollo (nella tradizione più attestata però Dafne era figlia di Peneo, un altro dio fluviale).

3) non si confonda l’Aretusa Esperide, con l’omonima e più nota ninfa protagonista di un altro mito, nel quale ella  per sfuggire alle brame del fiume Alfeo, fugge nell’isoletta di Ortigia in Sicilia (nucleo della città di Siracusa), dove si tramuta in fonte -che esiste tuttora-.

4) Atlante fu poi trasformato in monte allorchè, prensentatosi a lui Perseo con la testa di Medusa gli chiese ospitalità. Avendogliela Atlante rifiutata, Perseo lo impietrì mnostrandogli il terribile trofeo.

5) gli altri agrumi furono conosciuti in Europa in epoche successive (sebbene sembra che il bergamotto fosse già coltivato in Calabria nel XVI secolo). I Greci antichi probabilmente non conoscevano gli Agrumi -tutti originari dell’India o dell’Estremo Oriente-, in età romana erano conosciuti l’arancio amaro (Citrus aurantium) e il limone (Citrus lemonia), ma erano assai rari e considerati più che altro curiosità botaniche. La coltivazione degli Agrumi fu introdotta dagli Arabi in Spagna e in Sicilia, ma ebbe notevole impulso solo dal XVI secolo quando fu importato l’arancio dolce (Citrus sinesis).

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