L’AFFASCINANTE STORIA DELL’ALBERO DI NATALE -ottava parte (gli alberi sacri in India-

Ma, oltra a Siddharta Gautama, altri santi e riformatori religiosi indiani giunsero all’illuminazione mistica meditando all’ombra di un albero frondoso, come Krakucchanda sotto un “Shirisa” (Acacia sirissa), Kasyapa sotto un esemplare di “Nyagrodha” (Ficus benghalensis), Kanakamuni sotto un albero “Udumbara” (Ficus glomerata o Ficus racemosa), il saggio Vardhamana Mahavira sotto un “Asoka” (Saraca asoca)(1).

Radici aeree di baniano.

Un’altra specie di fico che riveste un particolare rilievo nelle tradizioni religiose indiane è il Ficus benghalensis (o Ficus indica), noto con il nome italiano di “baniano”, -o “fico baniano”-, dall’inglese “banyan”; in sanscrito però questo albero è chiamato “Nyagrodha”, o talora anche “Bahupada” (che significa “dai molti piedi”), nome che allude inequivocabilmente alle sue innumerevoli radici, mentre in hindi e in  altre lingue indiane moderne ha il nome di “Bargad” o di “Bher”. La caratteristica più evidente del baniano (che peraltro condivide con alcune altre specie di fichi tropicali) è quella che dai suoi rami spuntano numerose radici aeree, che, sviluppandosi lentamente verso il basso, giungono a toccare il terreno nel quale penetrano trasformandosi così con il tempo in veri e propri tronchi sussidiari, talchè nel corso degli anni e dei secoli un solo individuo può espandersi tanto da creare una sorta di foresta costituita da un grande fusto centrale e molti altri secondari. Spesso poi il tronco centrale crescendo e allargandosi viene a incorporare alcuni dei tronchi minori e delle radici aeree più vicine, così che esso appare come un intrico contorto di fusti spiralati. Questo albero dunque si sviluppa non tanto in altezza (poiché in genere non supera i 25 metri) quanto in ampiezza che nell’età adulta può coprire aree oltremodo estese: si pensi che un baniano, chiamato “Thimmamma Marrimanu” (“Fico baniano di Thimmamma” in lingua telegu, una delle lingue dravidiche dall’India meridonale)(2), che si trova ad Anantapur nello stato indiano dell’Andhra Pradesh, ed è ritenuto il più grande esistente, copre con l’intrico dei suoi rami un’estensione di ben 19.107 mq! Famoso anche l’esemplare vivente su un’isoletta del fiume Narbada, -o Narmada-, detto “Kabirvad” dal nome del poeta mistico Kabir, vissuto nel XV secolo (3), presso la cui presunta tomba si trova, che si allarga con una circonferenza di 641 m. e un’area di 17.520 mq.; è credenza che esso sia l’albero descritto da Nearco, ammiraglio di Alessandro Magno (4), sotto la cui chioma avrebbero potuto trovare riparo ben 7.000 uomini, ma tale ipotesi è pressoché impossibile perché ben di rado un baniano può superare l’età di 500 anni. E’ certo comunque che i primi europei a vedere i baniani furono i soldati greci e macedoni guidati da Alessandro Magno che giunsero nell’India nord-occidentale nel 326 a. C. Un altro esemplare di ragguardevoli dimensioni si trova nell’orto botanico di Calcutta: esso ha una circonferenza di 450 m e si estende su una superficie di 14.500 mq.

Le radici aeree una volta toccato il suolo si trasformano in tronchi sussidiari.

Le foglie sono grandi, di forma ovata, di consistenza coriacea e di color verde scuro con venature chiare e rilevate.

Nelle “foreste” costituite da un solo esemplare dimorano numerose specie di Uccelli, di piccoli Mammiferi e di Rettili, nonché Insetti e altri animali, i quali si nutrono dei suoi frutti e delle sue foglie e vi costruiscono i loro nidi o vi trovano comunque un sicuro ricovero, per cui un albero adulto di baniano è di solito un vero ecosistema in scala ridotta.

I semi dei fichi sono propagati dagli uccelli frugivori e da altri piccoli animali, che, dopo essersi nutriti dei suoi frutti squisiti, li diffondono con le loro eiezioni, spesso depositandoli sui rami di altri alberi o in cavità e fessurazioni di pietre o di edifici e strutture murarie nelle quali poi cresce il nuovo albero. Talvolta i semi germogliano sulle rovine di antiche costruzioni o di templi abbandonati e perduti nelle foreste: in tal caso le radici dei baniani contribuiscono a stabilizzare questi edifici e ad impedire il loro crollo, -come ad esempio è avvenuto per le famose rovine di Angkor Vat in Cambogia-, oltre a creare un atmosfera assai suggestiva ed evocativa di mondi affascinanti ed esotici.

Pertanto la pianta di fico neonata si comporta spesso da epifita, -per quanto non necessariamente, come nel caso del vischio-; di fatto però i semi hanno maggiori probabilità di germogliare e di dare vita ad un albero imponente quando siano transitati nell’intestino di un uccello e siano stati deposti in un anfratto, un ripiegamento o una crepa siano essi naturali o artificiali. Tuttavia quando la pianta nata sul ramo di un albero, crescendo e sviluppandosi, comincia a diventare sempre più grande e ad assumere dimensioni sempre maggiori si sovrappone alla pianta ospite e non di rado finisce per soffocarla e ucciderla: per tale ragione i fichi appartenenti a questa specie e ad altre simili (Ficus altissima, Ficus tinctoria, Ficus macrophylla, ecc.) sono detti “fichi strangolatori” (“stranglers figs”); e dunque si possono considerare, nella prima parte della loro vita, delle piante parassite, non perché sottraggano al loro ospite la linfa, -esse assumono le sostanze nutritive di cui abbisognano dai residui organici presenti negli incavi in cui sono germogliate-, ma perchè esercitano un’azione meccanica costrittiva con la quale in età giovanile si sostengono e poi si innalzano verso il cielo per assorbire l’aria e la luce che penetrano con difficoltà negli strati inferiori delle fitte foreste tropicali.

Si suppone che tali caratteristiche biologiche ed ecologiche di queste piante abbiano contribuito a far nascere il simbolismo mistico ad esse legato: l’osservazione che spesso i fichi (soprattutto la Ficus religiosa e la Ficus benghalensis, ma pure la Ficus glomerata e la Ficus Krishnae, ed altri) si sviluppino e talora ricoprano con le loro radici e i loro rami le mura di templi e pagode ha indotto a vederli come un’espressione divina, così come il fatto che le loro radici sembrino salire dagli edifici, anziché immergersi nel suolo è stato interpretato nel quadro della metafisica indù e buddista come simbolo della presenza del “Brahman”, lo Spirito universale, in tutte le creature terrene.

Nel baniano, -ma talora anche in altre specie vegetali-, è identificato il più delle volte il leggendario “Albero dei Desideri”, detto “Kalpavriksha” in sanscrito, il quale è in grado di esaudire le richieste di ordine spirituale o materiale di coloro che lo pregano, se giudica che le motivazioni di costoro siano pure e meritino quindi di essere esaudite. Esso di solito è raffigurato come una pianta dalle lunghe radici pendenti dai suoi rami (e che quindi ben rispecchiano le radici aeree del baniano) quali fossero mani intente ad offrire con benevola sollecitudine dei doni ai suoi devoti, mentre alla base del tronco giacciono vassoi colmi di scintillanti ricchezze e allettanti vivande; tale raffigurazione presenta dunque un’indubbia analogia con quella di un albero di Natale sotto i cui rami vengono deposti i doni.

Di questo albero portentoso, conosciuto anche con i nomi di Kalpapadapa, Karpaga Viruksham ed altri ancora, si trova menzione nei Veda e nelle altre più antiche fonti della religione indù, e la credenza in esso è stata riaffermata pure nella cosmologia giainista e buddista. Esso nacque durante il “Frullamento dell’Oceano di Latte” (“Kshirasagara Manthana”), mediante il quale gli dei (Deva) e i demoni (Asura), unendo i loro sforzi cercarono di distillare il mistico liquore dell’immortalità, -l'”Amrita”-, dopo aver aggiunto numerose erbe medicinali alle acque dell’oceano; a tale scopo essi usarono come frullino il monte Mandara, sorretto dal dio Visnù che aveva assunto all’uopo le sembianze di tartaruga (animale che con il nome di Kurma è uno degli “avatar”, delle incarnazioni terrene del dio), e come corda per muovere l’attrezzo il serpente Vasuki. Dalle acque così frullate uscirono molti esseri straordinari, che insieme costituiscono i 14 “Chaturdasa Ratnas” (i “preziosi gioielli”), tra i quali Lakshmi, la dea della fortuna, divenuta la sposa di Visnù; le Apsaras, le ninfe delle acque; il cavallo divino Uchchiaihshvaras con sette teste; il pesce Kalakuta; l’albero sacro Parijata, l’arco Sharanga, poi usato dall’eroe Rama; Kaustubha, lo splendido monile che fu scelto da Visnù per adornare il suo nobile collo. L’albero Kalpavriksha emerse insieme alla mucca Kamadhenu, -chiamata anche Surabhi-, la mistica madre della razza bovina, che provvede a tutte le necessità umane, -e per tale ragione i bovini sono oggetto di venerazione per il popolo indù-(5).Alla fine apparve l’Amrita -corrispondente al nettare della mitologia classica-, che era quanto gli dei bramavano, in una coppa tenuta in mano dal saggio Dhanvantari, -poi medico degli dei e ritenuto l’inventore della medicina ayurvedica-, suscitando la letizia indescrivibile degli dei, dei demoni e degli asceti (6). Ma il demone Rahu strappò di mano la coppa al saggio al fine di tenerla tutta per sé; Vishnù intervenne con una rapida mossa e decapitò il demone prima che questi tracannasse il nettare dell’immortalità e recò la coppa agli dei. In un’altra versione del mito riportata nel “Ramayana” e nella “Vishnù Purana” la coppa di ambrosia fu invece rubata dai Daitya, una categoria di Asura, ma Vishnù, assunto l’aspetto di una affascinante fanciulla, Mohini, li ammaliò con il suo potere di illusione e riuscì in tal modo a prendere la coppa e a donarla agli dei, i quali corroborati dalla prodigiosa bevanda, sconfissero i Daitya che tentavano di recuperarla (7). Si narra pure che mentre infuriava la battaglia scoppiata tra Deva e Asura per il possesso dell’amrita, Visnù si involò con il prodigioso liquore ma alcune gocce di esso caddero in quattro diverse località dell’India: Allahbad, Haridwar, Uijain e Nashik.

Il “Frullamento dell’Oceano di Latte” in una stampa moderna. A sinistra si vedono gli Asura (i demoni) e a destra i Devi (gli dei) che usando il serpente Vasuki azionano il monte come “frullino” e intorno i vari esseri nati dalla strana operazione.

Il re degli dei, Indra, trasportò l’albero nella sua dimora, lo “Svarga”, nel cielo di Giove, e lo trapiantò nel suo giardino. Un’altra tradizione vuole invece che in un primo tempo l’albero prodigioso fosse stato collocato sulla terra; ma poi quando Indra si avvide con rammarico che gli uomini abusavano delle sue virtù chiedendogli di esaudire desideri riprovevoli, lo trasferì sulla vetta del monte Meru, -la montagna che è il centro del mondo nella cosmologia indù, la cui sommità tocca il Cielo-, nel mezzo dei “cinque paradisi”. Secondo un’altra versione esisterebbero non uno, ma cinque “Alberi dei Desideri”, posti ciascuno in uno dei suddetti paradisi, i cui nomi sono: Mandana, Parijata, Santana, Kalpavriksha e Harichandana, ognuno dei quali preposto a soddisfare uno specifico tipo di desideri. Per il possesso di codesti alberi gli “Asura” ingaggiarono una guerra interminabile con i “Deva”, i quali beneficiavano in tutta la sua pienezza dei fiori e dei frutti offerti copiosamente dal Kalpavriksha, mentre i semidei dovevano accontentarsi di sostare nella parte inferiore del suo tronco e tra le radici (8).

All’albero “Parijata” vengono attribuiti le radici d’oro, il tronco d’argento, i rami di lapislazzulo, le foglie di corallo, i fiori di perle, i frutti di diamante e i germogli di varie pietre preziose. Tra le piante terrestri esso viene talora identificato con l'”Albero del Corallo”, così detto per lo splendido colore dei suoi fiori che ricorda il corallo rosso (Erythrina indica, Erythrina variegata, -il nome comune di “Albero del corallo” è però attribuito a tutte le specie del genere “Erythrina”, appartenente alla famiglia delle Papilionacee); ma più spesso con il Nyctanthes arbor-tristis (“Fiore notturno albero triste”, -così detto perché fiorisce di sera e i fiori appassiscono in breve tempo-), alberello della famiglia delle Oleacee, tribù delle Myxipyree, il cui tronco, dalla corteccia grigia e squamosa, può raggiungere i 10 m. Questa pianta ha bellissimi fiori dalla corolla gamopetala polilobata, bianchi con il centro rosso-arancio e assai profumati, -per cui è anche chiamata “Gelsomino notturno” (ed in effetti appartiene alla medesima famiglia botanica)-. Una leggenda riportata nella “Vishnù Purana” e nella “Baghavata Purana” narra che, dopo essere sorto dal “Frullamento”, il “Parijata” fu donato da Indra a Krishna; la seconda moglie di quest’ultimo (in tutto gliene sono attribuite otto) volle che l’albero meraviglioso fosse trapiantato nel cortile del suo palazzo e il suo desiderio fu esaudito da Krishna. Accadde però che i fiori del “Parijata” cadessero sempre nel giardino di Rukmini, la prima consorte e favorita di Krishna, la quale le era superiore per devozione ed umiltà.

Fiori di Nyctanthes arbor-tristis.

Secondo la mitologia indù Shiva e la sua consorte e paredra Parvati affidarono la loro figlia Aranyani al Kalpavriksha affinchè fosse protetta durante gli assalti del demone Andhakasura, il quale voleva rapire Parvati; quest’ultima volle che la pargoletta fosse allevata in sicurezza, saggezza, letizia e buona salute, e per riconoscenza della missione pedagogica svolta l’albero fu insignito del titolo di “Vana Devi”, il protettore delle foreste.

Nella cosmologia giainista (9) esistevano un tempo dieci alberi che esaudivano i desideri degli uomini nelle prime tre ere della fase discendente (“Avasàrpini”) del ciclo cosmico (10), quando l’umanità non era ancora irrimediabilmente corrotta. Allora i bambini nascevano a coppie (maschio e femmina)(11) e le loro azioni, essendo pure e disinteressate, non producevano il “karma” (cioè il principio per cui l’attaccamento alle cose terrene, l’avidità e tutto quello che nuoce altrui arreca sofferenza nella vita successiva) e i dieci alberi provvedevano a tutte le loro necessità (in pratica si tratta di un’era che corrisponde all’età dell’oro del mondo classico). Ma sul finire della terza era i frutti degli alberi cominciarono a diminuire sempre più, per poi mancare del tutto. Ciascuno degli alberi elargiva uno specifico genere delle cose delle quali l’uomo ha necessità e che lo rendono felice, poichè allora i desideri umani si conformavano alla natura e alla virtù e nessuno bramava beni falsi ed inautentici: l’albero “Bhojananga” dispensava cibi nutrienti e deliziosi; l’albero “Madyanga” gradevoli bevande; da quello “Yotiranga” si irradiava una luce più intensa di quella del Sole e della Luna, e così via.

Nel buddismo un piccolo “Albero dei desideri” è dipinto nella parte superiore del “vaso della lunga vita”, tenuto dagli dei della longevità Amithaba e Ushnishavijaya, mentre la dea Shramana tiene nella sua mano sinistra un ramo del mitico albero. La venerazione tributata all’albero appare in un capitello risalente al III secolo a. C. trovato tra le rovine dell’antica città di Besnagar, un tempo capitale di un florido regno, e ora conservato al museo di Calcutta.

L'”Albero dei Desideri” Kalpavriksha.

Come abbiamo detto sopra, oltre che col baniano, l’albero dei desideri è stato identificato anche con altre specie vegetali, quali la Madhuca longifolia, albero appartenente alla famiglia delle Sapotacee, il cui nome generico (“Madhuca”) deriva dal nome sanscrito del miele -“madhu”-, probabilmente perché i suoi frutti sono commestibili e assai dolci; la Prosopis cineraria, la Cocos nucifera (la Palma da cocco) ed altre in ragione della loro utilità e della loro resistenza.

La Prosopis cineraria, alberello appartenente alla famiglia delle Mimosacee (o per altri delle Fabacee),con foglie bipennate simili a quelle della Robinia e della Mimosa, gode di particolare venerazione nel Rajasthan, ove è conosciuta con il nome comune di “khejri” (12); essa è caratterizzata dal fatto di prosperare, o quanto meno resistere, in ambienti oltremodo aridi desertici e semidesertici, come nel deserto di Thar nell’India settentrionale e nella penisola arabica -dove è chiamata “Ghaf”: un imponente e noto esempio di tale specie arborea ci è offerto dal cosiddetto “Albero della Vita” che si trova nel Bahrein, in un’area assolutamente priva di acqua (13), e si reputa abbia un’età di non meno di 400 anni.

Un altro albero mitico che la tradizione religiosa di solito identifica con la “Ficus benghalensis” è l'”Akshayavat” (“Albero indistruttibile”), che è descritto nel “Matsya Purana”, -precisamente nella sua parte detta “Prayag Mahatmya”-(14): secondo la leggenda quando il saggio Markandeya (15) chiese al signore Narayana, -figura che talora appare come un'”avatar” di Vishnù, ma più spesso è la forma dello stesso Vishnù quando lo so consideri come principio spirituale superiore del quale pure gli altri dei della Trimurti sono espressione-, di dargli una dimostrazione dl suo divino potere, egli inondò con le acque cosmiche il mondo intero e l’unico essere che non fu sommerso fu questo albero immortale, destinato a sopravvivere anche alle cicliche distruzioni che rinnovano l’universo (e dunque assimilabile anch’esso a un albero cosmico). L'”Akshayavat” è anche l’albero sotto il quale nel “Ramayana”, uno dei due grandi poemi epico-religiosi della letteratura indiana, che canta la vita e le gesta dell’eroe Rama (anch’egli una incarnazione di Visnù), si narra quest’ultimo essersi ritemprato dalle sue fatiche insieme alla sposa Sita e al fratello Lkshmana. Talvolta esso viene identificato con l’albero alla cui ombra il Budda Sakyamuni ebbe l’illuminazione, pur se la tradizione pressoché concorde, come abbiamo vista sopra, ritenga essere stata tale pianta una “Ficus religiosa”.

Il fico baniano nel tempio di Patalpur ad Allahbad.

D’altra parte i giainisti affermano che sotto l’Akshayavat sostò per lungo tempo assorto in profonda meditazione Rishabha, uno dei ventiquattro eremiti (“Tirthankar”), alla cui saggezza e dottrina si ispirano gli insegnamenti di questa religione.

Il pellegrino buddista cinese Xuan-zang fa menzione dell’Akshayavat nelle sue memorie di un grande albero frondoso che sarebbe stato la dimora di un demone antropofago: a comprovare tale fatto stavano numerose ossa umane che ne circondavano il tronco; tuttavia la presenza di queste ossa viene spiegata pure con la circostanza che per un indù spirare in prossimità dell’albero assicurerebbe la “moksha”, la liberazione definitiva dal ciclo delle esistenze, effetto questo che si otterrebbe anche attraverso la circumambulazione dell’albero sacro. Alcuni studiosi moderni (come A. Cunningham) identificano l’albero menzionato dal pellegrino cinese con un fico baniano che si trova tuttora nel tempio di Patalpuri ad Allahbad,-città oggi chiamata Prayag-, e che è venerato come l’Akshayavant descritto nei sacri testi (o più precisamente come una sua immagine o incarnazione terrena) accanto al punto della confluenza dei fiumi Gange, Yamuna e Sarasvati (quest’ultimo sarebbe però un fiume “spirituale” o celeste visibile solo con gli occhi della fede o delle saggezza, pur se si suppone che in tempi antichissimi esistesse anche come fiume d’acqua). Questo albero, trovandosi in una zona militare, -poiché il tempio è incluso nel Forte-, può essere visitato solo con uno speciale permesso rilasciato dal comandante del forte medesimo; oppure in un certo giorno durante la celebrazione della festa di Kumbha Mela, una delle principali feste induiste (16).

Tuttavia si vocifera che il vero albero sacro non sia quello che viene mostrato, pur se di rado, nel tempio di Patalpuri, ma sia celato in altro tempio sotterraneo all’interno del fortezza. Allorché gli Inglesi nel 1765 ottennero la gestione del complesso difensivo, vietarono l’ingresso alle parti di importanza strategica dell’edificio, per cui il santuario fu trasferito all’esterno ove si trova tuttora; allora i bramini posero un altro albero di baniano in quel luogo, sostenendo che si trattava di un ramo di quello originale che era penetrato attraverso le pareti.

Gli imperatori Moghul, di fede musulmana, tentarono più volte di distruggere o sradicare l’albero, ma i loro sforzi si rivelarono vani perchè l’Akshayavat si riprese sempre. Agli inizi del XVII secolo l’imperatore Akbar (1562-1605) ordinò di tagliare l’albero e demolire i templi adiacenti per procedere alla costruzione del forte “Ranimahal”; ma dopo un certo tempo la pianta spuntò di nuovo dal terreno. Il figlio di lui Jahangir (1569-1627), musulmano fervente e assi meno tollerante del padre, -il quale durante il suo regno aveva cercato di promuovere una “convivenza pacifica” tra le religioni dell’India-, più volte comandò di arderlo, ponendo perfino una piastra arroventata sulle radici per annientarle: ma tutto fu inutile, perchè l’albero sacro risorgeva sempre con immutato splendore!

Tra i numerosi alberi che ricorrono nella mitologia e nella religione induista e a cui è tributata una qualche forma di venerazione ricordiamo infine il “Kadamba” (Antocephalus cadamba o Nauclea cadamba o Neolamarckia cadamba), grande albero appartenente alla famiglia delle Rubiacee che può raggiungere i 45 metri di altezza, con vistose infiorescenze globose di colore giallo, rosso o arancio. Nel “Grama Paddhati”, testo scritto in “kannada”, una lingua dravidica parlata nel Deccan (l’India meridionale) si narra che sotto un albero di “kadamba” fu partorito il figlio di Shiva e della sua sposa Parvati, i quali erano giunti nella regione di Sahyadri, e per tale ragione al pargolo fu imposto il nome di Kadamba. Da lui derivò la dinastia omonima che regnò nell’attuale stato indiano del Karnataka dal 345 al 525, della quale l’albero sacro era l’emblema, fondata da Mayursharma, che fece dalla città di Banavasi la sua capitale. In questa città si celebra tuttora una festa della primavera detta “Kadambotsava”. Una reliquia dell’albero di Kadamba che assistette alla nascita del figlio di Parvati è conservata nel grandioso tempio di Meenakshi Amman nella città di Madura.

Mentre nell’India meridionale il “Kadamba” è sacro a Parvati e a Shiva, in quella settentrionale è associato a Krishna, il quale, secondo il “Bhagavata Purana” (altrimenti detto “Shrimad Bhagavatam”), -il libro nel quale si descrivono le diverse incarnazioni di Vishnù-, avrebbe incontrato Radha, -la sua divina paredra, che incarna l’amore mistico dell’anima per il suo creatore, per la persona suprema, il “Bhagavat”, identificato  con Vishnu-, all’ombra di un olente albero di kadamba.

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Note

1) Krakucchanda, Kasyapa e Kanakamuni sono rispettivamente il quinto, il sesto e il settimo dei Budda che precedettero il Budda Sakyamuni, Siddartha Gautama; Vardhamana Mahavira è il fondatore, o riformatore, o restauratore, del Giainismo, sul quale si veda la nota n. 7. Non si deve confondere la figura del Kasyapa Budda con il Kashyapa che è uno dei “sette saggi” (“Saptarishi”) della mitologia indù, figlio di Marishi, a sua volta emanazione di Brahma. Questi ultimi portarono a termina la creazione e corrispondono con le sette stelle dell’Orsa maggiore.

2) Thimmamma era la consorte di un principe locale, che dopo essere rimasta vedova nel 1434 si era immolata per condividere anche nell’al di là la sorte del marito, secondo il costume detto impropriamente “sati”, ma il cui nome esatto è “sahagamana” o “sahamarana” -mentre “sati” è l’appellativo dato alla sposa fedele che compie il sacrificio-; secondo la leggenda il fico sarebbe germogliato sul luogo della pira funebre eretta per costei.

3) era nato da famiglia musulmana ma si staccò dall’Islam per predicare una via mistica che trascendeva le dottrine metafisiche ed etiche delle religioni organizzate, -in particolare islamismo e induismo-, per giungere la cuore dell’Essere divino, che non appartiene a nessuna religione e a nessuna dottrina. In tempi recenti la sua poesia esercitò una profonda influenza su quella di Rabindranath Tagore.

4) Nearco nel 325 a. C. aveva compiuto un’esplorazione delle coste della Persia e dell’India, lasciandone una relazione andata perduta, ma che fu rielaborata nell’opera sull’India di Arriano di Nicomedia (95-175).

5) tuttavia in altre fonti si dice essere nato dalla Via Lattea o dalla stella Sirio.

6) di questi 14 gioielli si hanno diverse versioni, sebbene quelli che abbiamo indicato siano quelli comuni in tutte, o quasi, le varianti. Anche l’elefante bianco Airavata, la cavalcatura di Indra, in alcuni testi esce dal frullamento dell’oceano di latte, mentre in altri esisteva già prima di esso.

7) la necessità di procurarsi il nettare dell’immortalità era derivata dalla causa seguente: un giorno il saggio Durvasa -ovvero uno degli esseri di discendenza divina un “rishi” che avevano una funzione fondamentale nella creazione e nello sviluppo dei cicli temporali dell’universo- aveva incontrato Indra, il re degli dei, che se andava a spasso sopra Airavata, il suo bianco elefante (il quale però, secondo una diversa versione sarebbe nato proprio dal “frullamento”); egli diede al dio una ghirlanda di fiori che a sua volta gli era stata donata da una “vidyadhari”, una ninfa dell’aria. Indra la pose sul capo dell’elefante, ma quest’ultimo irritato dal profumo penetrante dei fiori, gettò a terra la ghirlanda. Durvasa si risentì alquanto nel vedere che il suo dono era stato così disprezzato e maledisse il supremo dio, il quale in conseguenza di tale maledizione perse la signoria sull’Universo, mentre anche tutti gli altri dei ne risultarono di riflesso assai indeboliti nelle loro energie e nelle loro potestà. Per tale ragione, seguendo il consiglio del sommo Brahma, dio creatore il principio superiore dell’Essere personificato, decisero di produrre la mistica bevanda nel modo che abbiamo sopra descritto.

8) dei Deva e degli Asura abbiamo già trattato nella terza parte di “Sugli Angeli e sui Demoni” del 17 luglio 2016. Ricordiamo comunque che per tutta l’età vedica e brahmanica essi erano considerati due categorie di esseri divini con un’origine comune e genealogie che spesso si intrecciavano. Solo negli sviluppi dell’induismo a partire dai primi secoli dell’era volgare gli Asura assunsero sempre più decisamente delle caratteristiche demoniache.

9) il giainismo è la terza delle grandi religioni indiane, nata anch’essa, come il buddismo, quale “eresia” dell’induismo, per la ricerca di una spiritualità più intensa oltre il ritualismo e la rigidezza del sistema castale propri della religione vedica. Esso fu fondato nel VI sec. a C. da Vardhamana Mahavira (l'”Eroe”, il “Grande Uomo” -si confronti il latino “magnus vir”-), che si proclamò l’ultimo di una catena di 24 maestri spirituali che avevano ammaestrato l’umanità nel corso di epoche sempre più buie. Il nome deriva da “jaina”, che equivale al “budda” del buddismo, che designa gli illuminati, coloro che sono riusciti a liberarsi dal ciclo doloroso delle esistenze. E’ la religione che pratica nel modo più coerente il principio della “non violenza” verso tutti gli esseri viventi. Pur avendo un numero di seguaci assai inferiore a quello delle altre due religioni indiane, grande è stata la sua influenza nello sviluppo culturale e spirituale dell’India. Il più famoso seguace del giainismo nei tempi moderni fu il Mahatma Gandhi.

10) nell’infinita serie di cicli cosmici contemplata dai giainismo, ciascuno di essi è costituito da una metà ascendente -“Utsàrpini”- e da una discendente -“Avasàrpini”-. Ciascuna di queste due fasi si suddivide a sua volta in sei periodi: in quelli che costituiscono la fase ascendente vi è un progressivo aumento della vitalità, della forza, della statura e della felicità degli esseri viventi, mentre durante la fase discendente all’inverso si assiste a una costante involuzione fisica e a un’inarrestabile decadimento morale e spirituale della specie umana.

11) in questa idea traspare la convinzione che l’uomo fosse in origine un essere ermafrodito, che abbiamo più volte riscontrato nelle nostre trattazioni a proposito di svariate dottrine filosofiche e religiose, dal “Simposio” di Platone al manicheismo, alla stesse “Genesi” biblica, e che nella sua evoluzione esso debba recuperare tale condizione.

12) nel 1730 nel villaggio di Khejarli nei pressi di Jdshpur la popolazione locale, guidata da una donna, Amrita Devi, e dalle sue tre figlie, si oppose con eroica risolutezza alle pretese del maharajà Abuthay Singh, che aveva comandato di abbattere alcuni alberi di “khejri” per poter costruire in quel luogo il suo nuovo palazzo. In questa disperata impresa 363 persone furono uccise mentre tentavano di salvare gli alberi.

13) la presenza di esemplari di Prosopis cineraria isolati in luoghi aridi è ritenuta però indizio dell’esistenza di falde acquifere profonde dalle quali la pianta, dotata di radici assai lunghe, attinge i liquidi di cui necessita.

14) questo testo sacro narra la storia di Matsya, essere per metà uomo e per metà pesce, il primo avatar di Vishnù, del diluvio universale nella versione indù ed altri miti; contiene inoltre precetti riguardanti la liturgia, l’architettura dei templi -collocazione nello spazio, corrispondenze simboliche, ecc.- e l’iconografia degli dei.

15) una leggenda racconta che il “rishi” (saggio) Mirikandu e sua moglie Marudmati implorarono da Shiva, al quale erano particolarmente devoti, la grazia di avere un figlio. La divinità offrì loro la scelta tra un figlio virtuoso, ma destinato ad una breve esistenza, ed uno dissoluto e con scarse doti mentali, ma che avrebbe goduto di una lunga vita. Essi scelsero la prima opzione e così nacque Markandeya. All’età di sedici anni si presentarono a lui i messaggeri di Yama, il dio della morte, i quali per tenere fede al patto accettato dai genitori, volevano condurlo agli Inferi con loro; ma a causa della sua straordinaria devozione a Shiva, non riuscirono nel loro intento. Allora Yama in persona si recò dal giovinetto e tentò di lanciare un cappio intorno al suo collo, ma il cappio andò a finire e strinse un  simulacro di Shiva, il quale, offeso, si adirò e portò con lui il suo giovane devoto, consentendogli di evitare la fine prematura, pur se fatale, della sua vita.

16) questa festa ricorda il “Frullamento dell’Oceano” e la produzione dell’Amrita che abbiamo sopra descritto e si celebra nelle quattro città in cui erano precipitate le gocce di ambrosia in ciascuna in anni diversi e in concomitanza con determinate congiunzioni astrologiche.

 

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