L’AFFASCINANTE STORIA DELL’ALBERO DI NATALE -quinta parte-

Un altro albero che riveste un’importanza notevole nella mitologia e nella religione di numerose popolazioni euro-asiatiche è la Quercia (1), la quale, segnatamente presso le popolazioni indo-europee, è stata associata alle divinità del cielo, della tempesta e della folgore ed è talvolta divenuta simbolo stesso del divino, tanto che talora, come nel caso del Perun slavo e del Perkunas baltico, il nome della pianta e quello della divinità venivano quasi a coincidere (2). Già abbiamo visto nella seconda parte della presente ricerca la venerazione che gli antichi Germani nutrivano per la “quercia sacra di Donar” e di come attraverso la leggenda di S. Bonifacio essa sia da considerare uno dei precedenti che sono confluiti nel simbolismo e nella percezione dell'”albero di Natale” presso le popolazioni settentrionali; ma gli esempi della sacralità di questo albero maestoso e talora di un  vero e proprio culto della quercia (così come di altri alberi) sono innumeri.

Nel “Kalevala”, il poema cosmogonico degli Ugro-Finni, nel quale sono descritte le vicende della creazione e la nascita e lo sviluppo dell’umanità, paragonabile per importanza ai poemi omerici per i Greci, all’Edda poetica per i Germani, al Mahabharata e al Ramayana per gli Indù (3), troviamo un mito che esprime l’invenzione dell’agricoltura, e quindi i primi passi dell’incivilimento degli umani, nel quale l’imponente albero ha una parte fondamentale.

Väinämöinen, -l'”eterno cantore”, principale eroe del poema nazionale finnico-(4), dopo aver errato a lungo nel mare, giunse su un’isola sperduta dove incontrò Sampsa Pellervoinen, una figura di giovane figlio dei campi ( ed infatti “Figlio del Campo” è il significato di “pellervoinen”), ne quale è da vedersi uno spirito della vegetazione (che però non compare più nella storia)(5). Egli cominciò a spargere i semi che aveva portato seco sul terreno brullo e arido dell’isola, sul suolo sabbioso, nelle lande acquitrinose e sulla dura pietra. Ben presto spuntarono i germogli e crebbero ovunque rigogliosi arboscelli: Betulle, Ontani e Salici levarono le loro fronde dai pantani; Abeti, Pini e Ginepri abbellirono con le loro verdi chiome i luoghi rocciosi; Sorbi, Pruni e altri alberi fruttiferi nei terreni più fertili. E poi tra le foglie di quegli alberi apparvero fiori, a cui fecero seguito bacche lucenti e altri frutti. Tutta l’isola da spoglia e desolata che era si era ammantata di una splendida coltre vegetale. Solo la Quercia ancora non era ancora spuntata dal suolo. Il vecchio vate Väinämōinen, che aveva osservato la meravigliosa trasformazione dell’isola dacchè egli vi era giunto, tornò dopo una settimana per vedere se finalmente anche la Quercia avesse dato qualche segno di sé. ma ancora non trovò alcun germoglio nel luogo ove era stata seminata.

Vainamoinen in un quadro dell’800. Nella presente immagine lo si vede sonare il “kantele” lo strumento musicale a corde, tipico del folklore finlandese, che è il suo attributo costante.

Giunsero allora dal mare quattro fanciulle, le figlie dei flutti e delle onde, Esse falciarono l’erba dei prati che era cresciuta rigogliosa e la radunarono in alti cumuli. Subito dopo emerse dagli abissi del mare Tursas, lo Spirito delle Acque, il quale diede fuoco ai mucchi di erba ormai secca fino a che essa non fu del tutto arsa dalle fiamme e ridotta in cenere impalpabile. In mezzo a quella cenere il vecchio dio nascose una ghianda ornata da una tenera fogliolina; non molto tempo trascorse e dalla ghianda si sviluppò un alberello che in breve divenne una Quercia maestosa. Davanti allo sguardo stupefatto di Vainamoinen l’albero si innalzò presto fino alla volta celeste e protese i suoi rami fino a ricoprire l’intero universo: tanto era folto e imponente che le nuvole rimanevano impigliate in mezzo alle sue fronde, e queste ultime arrestavano la discesa dei fiocchi di neve, velavano il chiarore della Luna e offuscavano il bagliore del Sole.

L’apparire improvviso di quell’albero smisurato destò la preoccupazione del vecchio cantore, il quale temeva che esso avrebbe impedito che la terra fosse illuminata dalla luce del Sole e irrorata dalle piogge benefiche, e che dunque la vita sarebbe divenuta assai dura o addirittura si sarebbe spenta. Ma nessuno sulla terra era dotato di una forza tale da riuscire ad abbattere l’immensa quercia; e allora Vainamoinen invocò sua madre la divina Luonnotar affinché gli mandasse un eroe che fosse in grado di compiere tale impresa.

Ed il suo desiderio fu esaudito, ma non proprio nel modo che egli si aspettava, poiché in effetti sorse dal mare un eroe, ma di piccolissime dimensioni, non più alto di un pollice, il quale portava un casco, una cintura, dei guanti e un’ascia tutti di rame. Il cantore espresse allora la sua perplessità al nuovo venuto circa il fatto che potesse portare a compimento la missione per la quale era stato chiamato. L’omino allora, battuto a terra un piede, si trasformò e divenne un enorme gigante e con tre colpi della sua scure, -anch’essa accresciutasi-, abbattè al suolo la quercia. Stranamente le parti dell’albero divelto caddero verso i quattro punti cardinali: il tronco ad oriente, la cima o occidente, il fogliame al meridione e i rami a settentrione, mentre frammenti di legno furono scagliati sulla superficie del mare, ove le onde li trascinarono via. Essi furono scorti però da una fanciulla che sciacquava i panni su una pietra, la quale li raccolse e li portò a casa sua affinché ne fossero fatti dai cacciatori archi e frecce.

Ora che l’ombra possente della quercia non oscurava più il suolo, la luce solare potè di nuovo baciare la terra, così che quest’ultima rifiorì e si rivestì di nuovo di un manto di rigogliosa vegetazione, dove stromi di uccelli canterini trovavano dimora; la vita sulla terra sembrava essersi rasserenata, però mancava ancora un elemento essenziale: la preziosa spiga dell’orzo che ancora non spuntava.

Per questo il vate Vainamoinen era ancora preoccupato; si recò in preda a tristi pensieri sulla riva del mare e là, sopra la sabbia più fine, rinvenne sette piccoli semi. Lo raccolse  e li ripose nel suo sacco, dirigendosi verso la sacra fonte di Kaleva, presso la quale aveva intensione di seminarli. Udì allora un cinciallegra che cantando tra le fronde sembrava dirgli che i semi non avrebbero portato messi se non avesse abbattuto il bosco che ivi si trovava e dissodato la terra. Il vecchio ascoltò il consiglio e, procuratasi un’ascia, abbattè i tronchi su un tratto di terreno abbastanza vasto, premurandosi però di lasciare intatta una Betulla, affinchè gli uccelli avessero dei rami ove poter sostare e riposarsi.

Giunse allora un’Aquila, che gli chiese perchè avesse risparmiato la Betulla. -Ho lasciato in piedi questa superba pianta per offrire riparo agli uccelli così che pure l’aquila vi trovasse asilo- rispose Vainaimoinen, ricevendo il ringraziamento dell’aquila, che per riconoscenza suscitò un ardente fiamma che arse i tronchi e i rami degli alberi abbattuti riducendoli in cenere sottile, dalla quale il suolo fu fertilizzato. Allora il cantore, dopo aver arato il terreno, estrasse i semi dalla sua sacca e li seminò, invocando la Madre Terra, perchè facesse sorgere gli steli dal campo, e il Padre Cielo, al quale chiedeva di riversare piogge copiose su di essi. La sua preghiera fu esaudita ed Ukko, il dio supremo, addensate nuvole dai quattro angoli del mondo, produsse l’acqua necessaria alla crescita delle piantine. Fu così che le spighe di orzo rigoglioso sorsero dalla bruna terra, offrendo il loro nutrimento agli umani.

L’enorme Quercia di cui si narra nel mito che abbiamo testè riassunto è senza dubbio una delle innumerevoli versioni dell'”Albero Cosmico”, che congiunge il trimundio. Nel fatto che debba essere abbattuta e che la parti di cui è costituita, in modo in apparenza poco logico ricadano in corrispondenza dei quattro punti cardinali, può ravvisarsi un’espressione mitica della “precessione degli equinozi”,che comporta il trapasso da un’era ad un’altra, caratterizzata dalla costellazione in cui viene a collocarsi il punto vernale. Per effetto di tale trapasso il vecchio signore del tempo dovrà cedere lo scettro ad uno nuovo, nel quadro di una ciclica palingenesi cosmica, -motivo che riapparirà poi in modo più chiaro alla fine del poema, che si conclude con la partenza definitiva di Vainamoinen e la nascita di un fanciullo meraviglioso, -che ricorda vagamente quello profetizzato nella IV egloga di Virgilio-, partorito dalla vergine Marjatta, la quale rimane ingravidata dopo aver inghiottito una misteriosa bacca, destinato a dare inizio ad un ciclo di rinnovata prosperità, secondo uno schema ricorrente nella visione cosmico-escatologico-mistica delle popolazioni indoeuropee, -e non solo, poichè pure il “messia” biblico, come abbiamo altre volte rilevato, si pone in questa prospettiva e non di “redentore” e di elargitore di salvezza individuale come fu arbitrariamente interpretato dal cristianesimo (6). La Betulla lasciata in piedi da Vainamoinen rappresenta il nuovo ciclo, che soppianta quello antico, ma nello stesso tempo ne è il rinnovamento e la continuazione.

Grande considerazione ebbe la Quercia anche tra i Greci, presso i quali era per eccellenza l’albero sacro a Zeus. Ed attraverso le sue fronde essa manifestava la volontà del sommo nume, in particolar modo nella cittadina di Dodona in Epiro, dove trovavasi quello che a detta dei più autorevoli scrittori era l’oracolo più antico di tutta la Grecia, fondato dai Pelasgi, la popolazione che aveva preceduto l’arrivo delle stirpi elleniche nella parte meridionale della penisola balcanica. In origine il santuario e l’oracolo che vi aveva sede dovevano essere dedicati ad una dea-madre, chiamata in seguito Dione (nome che, derivando da *Dijw -o *Tijw-, supposta denominazione del dio supremo celeste di tutti gli Indo-Europei, poi incarnatosi nelle varie figure divine celesti dei diversi popoli-, è stato interpretato come la forma femminile di tale divinità per cui sarebbe dunque quello dell’originaria compagna di Zeus, ben prima di Hera, che poi la sostituì -o ne fu una nuova ipostasi-) e che nella tradizione più antica, -quella seguita da Omero-, sarebbe stata la vera madre di Afrodite (mentre, com’è noto, nella versione di Esiodo la dea nacque dal sangue di Urano caduto in mare allorché fu evirato da Crono); ad essa era affiancata una divinità celeste maschile identificata dai Greci con Zeus. L’oracolo veniva reso da un’imponente quercia sacra, -o per meglio dire un boschetto di querce, nel quale è presumibile fosse scelta quella oracolare, se la precedente fosse venuta meno (eventualità che forse si presentò tenendo conto del lungo volgere di secoli durante i quali l’oracolo fu consultato)-, con lo stormire delle sue foglie quando erano mosse dal vento producevano che i sacerdoti e le sacerdotesse interpretavano (tenendo conto dell’intensità del fruscìo, della provenienza de vento, ecc.). Sappiamo che chi voleva interrogare l’oracolo doveva scrivere il quesito da sottoporre su una laminetta di piombo, e parimenti su una lamina del medimo metallo veniva stilata la risposta. Nell’età più arcaica nel luogo sacro non era presente alcun edificio vero e proprio; poi fu costruito un piccolo tempio e nel III secolo a. C. Pirro (318-272 a. C.), re dell’Epiro, ampliò notevolmente il santuario aggiungendovi altri edifici alcuni destinati al culto ed altri alla divinazione. Durante le guerre tra l’Epiro e la Macedonia, e poi tra quest’ultima e i Romani, Dodona subì gravi devastazioni e l’oracolo decadde, tanto che si presume che alla fine del IV secolo, quando furono banditi dall’Impero Romano tutti i culti non cristiani, esso fosse già venuto meno. Omero menziona tre volte l’oracolo di Dodona: una in Iliade, 335-343, dove il venerato santuario viene citato nella preghiera che Achille rivolge a Zeus per implorare la salvezza del suo amico Patroclo, che era andato a combattere i Troiani rivestito delle sue armi; e due nell’Odissea (XIV, 391-392 e XIX, 362-364) entrambe nel racconto che Ulisse,  giunto a Itaca sotto le mentite spoglie di un vecchio pellegrino cretese, espone prima ad Eumeo, il porcaro che l’aveva accolto nella sua casa, e poi a Penelope, narrando di aver incontrato Ulisse e avergli questi detto di volersi recare a Dodona per consultare l’oracolo.

Ruderi del santuario di Dodona.

Sembra che nei tempi antichi vi fossero solo dei sacerdoti appartenenti alla medesima famiglia, ma nell’età classica l’ufficio di interpretare gli oracoli, che venivano dati non solo dallo stormire delle fronde, ma anche dal volo e dal tubare dei colombi che dimoravano sulle querce, e dallo scorrere e dal gorgogliare di una fonte che scaturiva in quel luogo, era affidato principalmente ad un collegio di tre sacerdotesse, dette “Peleiades”, che significa “colombe”. Di questo nome Erodoto, il quale attribuisce un’origine comune all’oracolo di Dodona e a quello di Zeus Ammone che aveva sede nell’oasi di Siwa tra Libia ed Egitto, dà la seguente spiegazione (Storie II, 54-57):  egli afferma che, stando a quanto assicuravano i sacerdoti egizi, due sacerdotesse di Tebe erano state rapita da mercanti fenici che le avevano vendute una in Libia e l’altra in Grecia, dove esse avevano poi fondato i rispettivi oracoli consacrati al dio che già avevano servito in patria, ovvero Amon-Ra (che per Erodoto e i Greci in genere corrispondeva a Zeus). Ma, secondo la versione tramandata dalle sacerdotesse di Dodona, da Tebe si sarebbero involate due colombe nere, giunte poi l’una in Libia e l’altra nel paese dei Tesprozi -una subregione dell’Epiro-; quest’ultima posatasi sul ramo di una quercia parlando agli abitanti con voce umana chiese loro di erigere in quel luogo un santuario di Zeus. Lo storico dà di questa leggenda un’interpretazione razionalistica: per lui le due colombe erano in realtà donne egiziane e il fatto che si abbiano parlato con voce umana vorrebbe significare che dopo un certo tempo esse impararono ad esprimersi nella lingua locale. Da testimonianze tarde, del IV e III secolo a. C. apprendiamo che un altro metodo di divinazione prevedeva l’impiego di piatti di bronzo appesi ai rami delle querce, una specie di gong, che risonando allorchè oscillavano al vento diffondevano la voce di Zeus; secondo altri l’oracolo era dato invece da una conca parimenti di bronzo, contenente tre astragali il cui rumore quando la conca si moveva forniva il responso (ovviamente nulla impedisce di pensare che fossero adottati entrambi i metodi).

Secondo la tradizione, seguita anche dal poeta Apollonio Rodio nel suo poema “Argonautiche” (I, 526-527), la prua della nave Argo con la quale un numeroso gruppo di eroi guidato da Giasone aveva intrapreso la spedizione per la conquista del “Vello d’oro”, era stata intagliata da Atena nel legno di una quercia proveniente da Dodona: per tale ragione la nave aveva il dono della parola con cui dispensava saggi consigli ai navigatori, da essi non sempre seguiti.

Anche nel santuario di Zeus sul monte Liceo (Lykaios) in Arcadia, pure esso fondato dai Pelasgi, la quercia godeva di particolare venerazione quale simbolo e strumento del dio (7); ivi si celebrava un rito propiziatorio per la pioggia il cui momento culminante era l’immersione di un ramo di quercia in una fonte sacra: allora dalla superficie dell’acqua smossa dal movimento della fronda si sollevava una nuvola di nebbia che in breve si ingrandiva e irrorava con piogge copiose la ragione inaridita dalla lunga siccità.

La Quercia era una delle piante più venerate anche dalle tribù celtiche, i cui riti religiosi erano celebrati di solito entro boschi sacri, chiamati “nemeton”, nome che con tutta evidenza corrisponde al “nemus” latino, parola avente il medesimo significato di selva dedicata al culto di qualche divinità, e dalla quale derivò quello della cittadina laziale di Nemi, presso la quale si estendeva una foresta consacrata a Diana (del quale torneremo a parlare più oltre). Tra gli alberi del “nemeton” prevalevano di solito le querce, e pertanto era denominato anche “drunemeton”, “bosco sacro di querce” (o più probabilmente “bosco sacro dei Druidi”, -i sacerdoti-guaritori dei Galli-) , luogo nel quale non solo erano celebrati i riti, ma si tenevano pure le assemblee dei capi e dei sacerdoti, così che anche presso i Celti che nel III secolo a. C. si erano insediati nella regione centrale dell’Asia Minore (i Gàlati), poi da essi detta Galazia, in parte acculturati ai costumi ellenici, con tale termine continuò a definirsi quello che era il senato o la bulè. Plinio il Vecchio (Nat. Historia, XVI, 95) afferma che i Druidi, non compivano alcun rito o altra azione ragguardevole senza avvalersi delle fronde della Quercia, e in particolare della Rovere; lo scrittore e scienziato romano, accreditando un’etimologia ritenuta ora poco probabile, attribuisce anche l’origine del nome dei sacerdoti celtici al greco δρυς = quercia (secondo i linguisti moderni invece tale termine andrebbe riattaccato alla radice indo-europea *weid-, che si ritrova nel latino “video, -ere” e nel sanscrito “Veda”, e che pertiene all’area semantica del “sapere”, del “conoscere”, mentre “dr-” sarebbe un intensivo, per cui il probabile significato di “druido” dovrebbe essere “che si si dedica alla conoscenza”).

Le Querce erano sacre al dio del tuono e del fulmine, di solito designato con il nome di Taranis, che però era probabilmente un appellativo, insieme a molti altri, dal significato di “tonante” e che, -come abbiamo già segnalato nella nota n.7 della III parte della presente ricerca pubblicata il 9 gennaio 2018-, ha perfetta rispondenza nei nomi di analoghe divinità di altre popolazioni indoeuropee (Thor-Donar germanico, Tarhrunta ittito, Tarkas licio, Vri-tharahan vedico, -poi più noto come Indra-, ecc.).

Ma ancora più sacro della quercia era per i Druidi, -sempre stando alla testimonianza di Plinio-, era il Vischio che cresceva sopra di essa, e che era ritenuto essere il segno infallibile che l’albero era stato scelto dalla divinità stessa e che spuntasse dove era caduta una folgore. Ed in effetti che anche questo cespuglio epifita ed emiparassita che nasce e si sviluppa su diversi alberi d’alto fusto ha assunto una cospicua rilevanza nei miti e nelle tradizioni di diverse popolazioni euro-asiatiche e certo non a caso è entrato a sua volta nella simbologia legata al Natale.

Prima di proseguire nell’esposizione è opportuno dare alcune notizie di carattere botanico su questa pianta. Osserviamo innanzitutto che Plinio (Nat. Historia, XVI, 93) distingue tre varietà di vischio: una da lui chiamata “Stelis”, che predilige le conifere come Abeti e Larici; un’altra, “Hyphear”, che sarebbe assai abbondante soprattutto sulle querce; e la terza, che è il Vischio in senso stretto, che è possibile trovare su Querce, Roveri, Lecci, Peri e Pruni silvestri, Terebinti e molti altri alberi e arbusti. Quest’ultima specie è sicuramente il Vischio comune o bianco (Vescum album), appartenente alla famiglia delle Viscacee, ordine delle Santalali, piccolo arbusto sempreverde cespuglioso, alto in genere 30-50 cm, che si sviluppa sui rami della pianta ospite in cui penetra tramite radici modificate dette “austori”, atte a suggere la linfa dell’albero su cui è germogliato.

Cespuglio di vischio sui rami di un albero.

E’ dotato di foglie coriacee, carnose, sessili, di forma lanceolato-spatolata, di colore verde chiaro tendente al giallastro -e la colorazione verde segnala la presenza di clorofilla, che consente al vischio di compiere la fotosintesi, per cui non vive totalmente a spese della pianta ospite- ; ha fiori assai piccoli anch’essi giallo-verdi, gamopetali e diclini, -ovvero esistono fiori maschili con stami e antere e fiori femminili con ovario e pistillo-. I frutti sono piccole bacche di colore bianco-madreperlaceo con mesocarpo gelatinoso in cui sono contenuti pochi (talora solo uno) semi piatti di colore verde. Persistendo sulla pianta durante l’inverno, i frutti del vischio costituiscono un’ottima fonte di nutrimento per gli Uccelli i quali ne sono ghiotti (8) e svolgono un compito fondamentale nella diffusione della pianta, poichè i semi, non digeriti dall’uccello, quando vengono espulsi sul ramo di un albero germogliano dando origine a una nuova pianta. Si noti che i semi non potrebbero da soli perforare il pericarpo -la buccia- del frutto del vischio, alquanto coriacea, pertanto essi fuoriescono solo quando le bacche siano state lacerate dal becco degli Uccelli o, più di frequente, siano transitate nel loro apparato digestivo; e che la germinazione può avvenire solo su un altro arbusto, mentre se le escrezioni sono cadute a terra non possono far nascere una piantina di vischio.

Sebbene il vischio sia emiparassita non causa all’albero sul quale cresce gravi danni, a meno che esso non sia infestato da molti cespugli e/o non si tratti di un alberello di modeste dimensioni; in tal caso può arrecare un deperimento anche mortale a quest’ultimo (9). Solo in quest’ultimo caso è opportuno eliminare il vischio, che in genere per le ragioni sopraddette svolge un’importante funzione ecologica.

Nell'”Hyphear” citato da Plinio con ogni probabilità si deve identificare invece il “Loranthus europaeus”, altra pianta epifita appartenente al medesimo ordine del Vischio bianco, le Santalali, ma ad una diversa famiglia, quella delle Lorantacee, nota con il nome volgare di “Vischio quercino”. Come dice il suo nome comune, tale specie prospera sulle Querce, ma si può rinvenire, sebbene più di rado, anche su Faggi, Noci e Castagni. Le caratteristiche botaniche ed ecologiche del vischio quercino sono in gran parte le stesse del vischio bianco, salvo il fatto che esso ha il fusto di colore bruno-grigiastro e le foglie più larghe, di color verde scuro, caduche durante l’inverno; le sue bacche assumono a piena maturità un bella colorazione giallo-dorato e sono anch’esse assai gradite agli Uccelli che ne diffondono i semi (10).

Bacche di Loranthus europaeus.

Al dire di Plinio, l'”Hyphear” avrebbe un effetto trofico e ricostituente per il bestiame (“ad saginanda pecora utilius”, “per ingrassare il bestiame”, ma certo solo come “integratore”), esercitando prima un’azione purificante e purgativa e poi energetica; il periodo più adatto per tale trattamento, che deve avere una durata di 40 giorni, è l’estate.

L’erudito latino descrive poi le modalità con le quali i Druidi si premuravano di cogliere il vischio, rilevando che essi prendevano in considerazione solo quello nato sui rami di una quercia, -per la precisione di una rovere-, oltremodo raro, il quale, una volta scoperto, viene colto con profonda devozione. L’operazione era compiuta al sesto giorno della Luna (ovvero un giorno avanti il primo quarto, quando l’astro argenteo, fortificato dopo il sestile con il Sole, si trova nell’ottava mansione lunare, -assai propizia a qualunque tipo di impresa-), quello che segnava per essi l’inizio del mese. Il nome che hanno dato al vischio, -che però Plinio non riferisce in lingua originale- significa “che guarisce tutto” (“omnia sanantem”). Dopo aver apparecchiato seguendo il rituale un sacrificio e un sacro banchetto sotto la chioma dell’albero, conducono in quel luogo due candidi buoi, a cui per la prima volta sono state legate le corna; allora il sacerdote biancovestito sale con solennità sulla quercia, recide i rami di vischio di con un falcetto d’oro e le depone in un panno bianco. Indi immolano le vittime, pregando il dio affinchè renda quel dono propizio per coloro ai quali si è degnato di elargirlo: credono infatti che una pozione di vischio renda la fecondità a qualunque animale sterile, e sia antidoto contro i veleni e valido rimedio contro ogni malattia (11). Nonostante il giudizio negativo con il quale lo scrittore romano conclude la sua esposizione sul valore e l’alta considerazione dei quali godeva il vischio presso i Druidi, anch’egli, nel capitolo sesto del libro XXIV della N.H., -dove tratta delle proprietà e degli usi terapeutici di varie piante selvatiche-, attribuisce grandi virtù a questo arbusto, testimoniando come anche i Latini condividessero in larga parte le credenze dei Celti sul vischio: afferma infatti che quello cresciuto sulle querce e colto con particolari modalità -il primo giorno della Luna, senza impiegare strumenti di ferro e impedendo che toccasse terra-, è efficacissimo per curare svariate malattie e soprattutto l’epilessia, nelle donne favorisce il concepimento e guarisce dalle ulcere e dalle ferite qualora se ne mastichi un rametto, mettendone un altro sulla piaga; il vischio, insieme ad aceto e uovo, sarebbe inoltre un mezzo infallibile per spegnere gli incendi.

Considerando il fatto che i Drudi, -ma pure i Latini, come abbiamo visto poc’anzi, ed altre popolazioni-, attribuivano eccezionali virtù solo al vischio cresciuto sulle querce si potrebbe ipotizzare che quello che essi coglievano fosse il vischio quercino, tanto più che Plinio osserva la rarità di questi esemplari vegetali; d’altro canto il fatto che quest’ultimo non sia sempreverde, ma perda le foglie d’inverno, fa propendere per il vischio bianco. Oltretutto il vischio quercino, almeno ai nostri giorni, è reperibile solo nell’Europa centro-orientale e balcanica, mentre manca nell’Europa occidentale (isole britanniche, Francia, penisola Iberica), ovvero nei luoghi sede per eccellenza delle popolazioni celtiche, per quanto queste ultime si siano diffuse, a volte in forma massiccia, a volte con insediamenti isolati, in moltissimi paesi d’Europa e anche in Asia Minore (in particolare il Norico e la Pannonia -attuali Austria e Ungheria- furono colonizzate da popolazioni galliche, ma tribù celtiche erano presenti, più o meno mescolate con Dalmati, Illiri, Geti, Traci, ecc. in quasi tutta la penisola balcanica, esclusa la sua parte meridionale)(12). E’ possibile che, forse a seconda delle zone, fossero utilizzati sia l’una sia l’altra specie; ma di certo, anche sulla scorta di quanto lo scrittore dice in Nat. Hist, XXX, 4, egli intendeva in modo specifico i Druidi della Gallia e della Britannia.

Molte antiche popolazioni euro-asiatiche, -non solo i Celti, ma pure Italici, Germani, Altaici, forse anche Greci nei tempi più antichi-, credevano il vischio, privo di vere e proprie radici, che nasce e si sviluppa sui rami di un’altra pianta, incarnasse lo spirito di quest’ultima, sopratutto in considerazione del fatto che quando essa durante l’inverno perde le foglie, il vischio continua a mostrarne la vitalità. Per tale ragione fu percepito come la visibile manifestazione dello spirito dell’albero che si ritirava in tale cespuglio aereo in attesa di rivivificare la pianta in primavera, e dunque in senso lato come un simbolo di immortalità e di rigenerazione (e dunque il vischio quercino, che è una pianta anch’essa caducifoglia, pur se mantiene le bacche anche nel periodo invernale, si presta meno bene a esprimere codesto simbolismo).

CONTINUA NELLA SESTA PARTE

Note

1) per “quercia” intendiamo le piante appartenenti al genere “Quercus”, in particolare Quercus petraea, Quercus pubescens e soprattutto Quercus robur, -la quercia per eccellenza-, che sono tra gli alberi di alto fusto più maestosi d’Europa.

2) i nomi di queste due divinità derivano infatti entrambi dall’indo-europeo *PERKWU, che identifica la quercia. Dal medesimo termine è disceso il latino “quercus”: l’esito di “P” di voci indoeuropee in “QU” è abbastanza frequente nel latino e peculiare di esso nell’ambito delle lingue indo-europee: si confrontino ad esempio “equus” = cavallo, con i termini omologhi “epos” e “hippos”, rispettivamente del gallico e del greco, “quinque” = cinque a fronte del “pente” greco e del “pancia” sanscrito, ecc.

3) Kalevala significa “La terra di Kaleva”, il mitico eroe progenitore delle genti finniche. Occorre precisare che tale poema, -pubblicato per la prima volta nel 1835 in una versione parziale, comprendente 32 canti, e poi nel 1849 nella versione definitiva completa che consta di 50 canti-, non è stato tramandato come tale dai tempi antichi ma è frutto della paziente opera di ricerca e di ricostruzione di uno studioso finlandese del XIX secolo, Elias Lönnrot (1802-1884). La sua non fu però un’operazione filologica o etnologica in senso stretto, poichè degli svariati materiali poetici della tradizione folklorica che andava recuperando sceglieva le versioni che gli sembravano più significative e ricche di particolari, nonchè più valide poeticamente. In tal modo egli riuscì a ricomporre i testi della tradizione orale e di quanto rimaneva di scritto in un poema unitario, che comprende come abbiamo detto sopra ben 50 canti. A differenza dell’epica omerica, ed ellenica in genere, germanica, celtica e indiana, che si incentrano soprattutto sulle gesta di combattenti e condottieri, i protagonisti del poema nazionale finnico non sono audaci eroi guerrieri, ma poeti, maghi ed artefici e le loro vicende sono legate profondamente al mondo della natura, della quale nel Kalevala traspare un vivissimo senso.

4) Vainamoinen viene alla luce dopo essere stato tenuto in grembo per 700 anni da Ilmatar, -altrimenti chiamata Luonnotar-, la dea primigenia e creatrice del mito finnico. Dopo la nascita rimane per altri 700 anni in balia delle onde del mare, durante i quali eleva il suo canto al Sole e alla Luna.

5) Sampsa Pellervoinen è una delle molteplici incarnazioni dello “spirito del grano”, che si ritrova nei miti di molte popolazioni ed ha un parallelo nella mitologia greco-romana nella figura di Trittòlemo. Questi era un antichissimo dio, o spirito, delle messi e dell’agricoltura, che fu poi inserito nella storia di Demetra e Persefone, dove appare quale un re di Eleusi; dopo che ebbe ospitato nella sua dimora la dea che andava errando alla ricerca di sua figlia Core (poi detta Persefone) rapita da Plutone, ella per riconoscenza donò a Trittòlemo il frumento e un cocchio trainato da due draghi alati, affinchè volando sopra la terra vi spargesse le preziose sementi e insegnasse agli uomini l’agricoltura: dunque da dio dei campi venerato ad Eleusi venne trasformato in un “eroe culturale”. In un versione posteriore e più complessa del mito ad ospitare Demetra sono Metanira e Celeo, mentre Trittòlemo diventa il loro figlio maggiore, che viene inviato per il mondo, sempre a mezzo del cocchio a cui erano aggiogati i draghi, a compiere la sua missione civilizzatrice. Il re di Eleusi e la sua consorte in questa versione hanno anche un figlio infante, chiamato Demofoonte, il quale per la sua salute cagionevole suscita la pietà di Demetra, che per sdebitarsi dell’ospitalità ricevuta dai suoi genitori, decide di donargli l’immortalità e a tal fine pone il bambino sul fuoco pronunciando magiche formule. Ma in quel mentre giunge Metanira, alquanto spaventata, a interrompere il rito che priva così suo figlio di una futura condizione divina (questa è la versione più comune che è riportata nell'”Inno omerico a Demetra” e nella “Biblioteca di Apollodoro”, I, 5). Ovidio per parte sua (Fasti, IV, 507-560) fonde le vicende dei due figli in uno solo: Trittolemo è il nome del figlio malato, prima guarito e poi votato invano all’immortalità da Demetra, di cui la dea decreta però che divenuto adulto sarà il fondatore dell’agricoltura insegnando agli uomini ad arare e a seminare. Secondo Diodoro Siculo (Bibl. Historica, I, 18) Trittolemo era invece uno dei compagni di Osiride, primo re dell’Egitto, poi divinizzato, il quale, avendo organizzato una grande spedizione per insegnare alle genti del mondo i rudimenti della civiltà, gli aveva affidato la coltura del grano.

6) si potrebbe pensare che questa componente messianica sia dovuta a un’influenza del cristianesimo (e sia dunque un’aggiunta tardiva al complesso mitico che costituisce la materia del Kalevala),-tenendo conto anche dell’assonanza del nome “Marjatta” con la Maria madre di Cristo-, ma in effetti le mitologie sono piene di “vergini madri”, destinati a dare alla luce redentori, salvatori o innovatori. In particolare la storia di Marjatta presenta analogie con quella di Nana, o Nanaia, figlia del re Sangario, la quale concepì il figlio Attis dopo aver mangiato, o aver tenuto in grembo, il frutto di un albero, -che in alcune versioni è un mandorlo e in altre un melograno-.

7) secondo una tradizione contrastante con quella più comune, che lo voleva nato sul monte Ida nell’isola di Creta, Rea si sarebbe sgravata di Zeus proprio sulle pendici del monte Liceo, dove lo allevarono le ninfe delle tre sorgenti che vi sgorgavano, Theisoa, Neda e Hagno. Questo monte era anche uno dei supposti luoghi di nascita del dio caprino Pan e di Pelasgo, il mitico progenitore della stirpe dei Pelasgi.

8) per l’uomo invece le bacche del vischio sono piuttosto tossiche, pur essendo usate nella medicina popolare per il loro effetto vasodilatatore e ipotensivo, nonchè diuretico. Nell’erboristeria attuale però si preferisce usare i rami e le foglie.

9) la vista di un pero infestato da parecchi cespugli di vischio ispirò a Giovanni Pascoli una malinconica poesia, -intitolata appunto “Il Vischio”-, nella quale il poeta vede nell’albero soffocato dalla pianta parassita un’allegoria degli aneliti umani soffocati dalle avversità e dal fato.

10) quanto allo “Stelis”, si tratta probabilmente di due sottospecie del “Viscum album” (“V. album Abietis” e “V. album austriacum”) che prediligono le Conifere.

11) in effetti lo scrittore latino conclude il passo con un’osservazione personale severamente critica sulle pratiche magico-religiose dei Druidi, che infatti aveva poco prima definito “magos” (termine che in greco e in latino ha sempre una connotazione negativa) -“tanto grande è il potere della superstizione presso le genti straniere”-, con la quale conferma la condanna della magia da lui espressa più volte nella sua opera e in particolare nei primi sette capitoli del libro XXX dove tratta ex professo dell’argomento esecrando con veemenza le “magicas vanitates”. Com’è noto, i “Magi” erano i sacerdoti persiani della religione mazdaica, che in origine appartenevano solo a una determinata tribù, -similmente ai Leviti giudei-; presso i Greci il termine “magos” assunse il senso spregiativo e polemico di “stregone, incantatore” e con tale accezione passò nel mondo latino, così come il sostantivo “màgheia-maghìa” a cui era attribuito un significato decisamente ed univocamente negativo, che oscilla tra la pura e semplice ciarlataneria e l’esercizio di attività volte a nuocere agli altri in modo subdolo o comunque a coartare illecitamente la volontà di terzi -in pratica una forma di manipolazione mentale- (esempio illuminante di come era concepita la magia nel mondo romano è la famosa orazione “De magia” di Apuleio, con la quale il celebre letterato si difende dall’accusa di aver impiegato arti magiche per plagiare una ricca vedova e farsi sposare da lei). Solo in alcune correnti del tardo neoplatonismo si cominciò a distinguere una magia positiva, volta non a procurarsi successi mondani in modo più o meno riprovevole, -o addirittura ad arrecare danni al prossimo (pratica questa definita “goezia”), cercando di assoggettare i demoni al volere del mago-, ma a stabilire un contatto con la divinità (“teurgia”, di cui abbiamo parlato o accennato in altri articoli, simile allo spiritismo moderno). In parallelo si distinse tra la “magia naturale”, che studia e utilizza le proprietà degli enti della natura (minerali, vegetali e animali), -sebbene molte di queste proprietà e virtù siano considerate oggigiorno “non scientifiche”-, lecita anche per la chiesa dopo l’affermazione del cristianesimo, e la “magia demoniaca”, che si serve dell’aiuto dei demoni, condannata insieme all’eresia come il più grave dei peccati.

12) in Italia il vischio quercino è presente in quasi tutta l’area centro-meridionale fino all’Appennino emiliano; riappare poi nella Venezia Giulia, Carnia e Istria.

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