L’AFFASCINANTE STORIA DELL’ALBERO DI NATALE -nona parte-

L’albero “Kadamba” compare anche in un’altra storia suggestiva ed edificante di ambientazione indiana, quella di Dhruva Maharajà contenuta nel quarto canto della “Srimad Bhagavatam”, di cui riportiamo un breve riassunto della parte che interessa la nostra ricerca.

Il re Uttanapada aveva due mogli: Suniti e Suruci, la quale ultima era la favorita, ed il cui figlio dunque era destinato a succedere al sovrano. Un giorno mentre il piccolo Dhruva, figlio di Suniti cercava di salire in braccio a suo padre, Suruci gli disse: “Oh, caro bambino, tu non potrai ascendere al trono perché non sei nato dal mio grembo”. Dhruva fu ferito e adirato dalle sprezzanti parole pronunciate dalla regina; e pure Suniti soffrì assai per l’affronto recatole dall’altra consorte, ma nascondendo le lacrime che le rigavano il volto disse al fanciullo: “Mio caro figlio, non augurare nulla di funesto a chicchessia. Chiunque infligga una qualsivoglia sofferenza ad altrui, subirà gli effetti della medesima sofferenza”; e aggiunse che se davvero voleva diventare re, avrebbe dovuto abbandonare il risentimento e l’invidia e intraprendere la via dell’adorazione del Signore (la “bakti”). Dopo lunga riflessione Dhruva decise di lasciare il palazzo reale e di recarsi nella foresta a meditare. Ma quando il saggio Narada Muni ebbe contezza dell’intenzione manifestata da Dhruva, cercò di dissuaderlo, poiché comprendeva che il vero motivo di tale scelta era la conquista del potere terreno e non la disinteressata ricerca della verità. Così gli disse: “La via del Signore Supremo è meravigliosa. L’uomo intelligente deve percorrere questa via ed essere contento di quanto gli manda il destino, propizio o avverso che sia, per volontà di Dio” e gli espose poi una dottrina sulla misericordia di Dio e sulla serenità che deriva dall’accettare il fato pur quando esso sembri sfavorevole in apparenza. Constatando però che il giovinetto persisteva nella sua determinazione, gli consigliò di recarsi nella selva di Madhuvana dove Dhruva, una volta giunto, si sedette all’ombra di un frondoso albero di Kadamba, sulle rive del fiume Yamuna. Per un mese egli si nutrì solo di tuberi e radici; in quello seguente di foglie secche cadute dall’albero; durante il terzo mese egli cercò di farsi bastare unicamente l’acqua del fiume, e nel quarto si mantenne in vita soltanto con l’aria. Infine smise perfino di respirare; allora stando ritto su una sola gamba, concentrò tutta la sua mente e il suo spirito sulla divina persona di Visnù ed ebbe la visione beatifica di Dio. In quel momento Visnù, salito sul dorso del divino uccello Garuda (del quale abbiamo parlato nella sesta e settima parte di “Uccelli nel mito” del luglio 2014), si recò nella foresta dove Dhruva meditava e toccatolo con la sacra conchiglia che è uno dei suoi tipici attributi e con la quale è sempre raffigurato, gli donò la piena illuminazione della suprema verità.

Dhruva insieme a Vishnù e Garuda.

Allora il fanciullo comprese che il vero fine dell’esistenza non è certo la realizzazione personale o il successo terreno, e che con grade stoltezza aveva desiderato ottenere ricchezza e potenza, mentre l’unica cosa che conti davvero è l’amore di Dio, che dona la suprema benedizione e la liberazione dal doloroso ciclo delle nascite e delle morti.

Tuttavia Vishnù gli predisse che sarebbe diventato re e avrebbe governato per 36.000 anni senza invecchiare; e poi si sarebbe trasferito sulla Stella Polare, centro dell’Universo spirituale che continua ad esistere anche le ricorrenti conflagrazioni che mettono periodicamente fine ai cicli cosmici. Fu così che Dhruva tornò a casa dove fu accolto con grande gaudio e intensa commozione. E quando suo padre capì che era ormai pronto per assumere il governo del regno, gli cedette il trono e si ritirò a vita eremitica.

In seguito quando il suo fratellastro Uttama fu ucciso da un demone della stirpe degli Yaksa, intraprese una lunga e sanguinosa guerra contro costoro, che omettiamo di descrivere per non uscire troppo dall’argomento della nostra trattazione. Alla fine, come gli era stato predetto, entrò in un perfetto “samadhi” e fu trasportato nella stella dove si trova il regno eterno di Vishnù.

Al “Kadamba” è dedicata una festa popolare del raccolto che si celebra nel Karnàtaka e in alcune altre regioni dell’India meridionale nell’undicesimo giorno del mese lunare Bahadra (all’incirca in agosto-settembre), -ossia qualche dì prima della Luna Piena-. Durante tale festività, detta “Karam-Kadamba”, un ramo dell’albero è portato nel cortile interno delle case e quivi fatto oggetto di venerazione da parte degli abitanti; sul vespro poi spighe di grano sono distribuite tra parenti e amici.

In un capitolo (III, 17) della biografia romanzata di Alessandro Magno nota come “Vita di Alessandro dello pseudo-Callistene”, risalente al III secolo, già altre volte da noi citata (1), compaiono due alberi parlanti dalle virtù profetiche, che potrebbero derivare dalle tradizioni indiane, sebbene finora non abbia trovato in esse dei precisi riscontri. Dopo essersi congedato dall’asceta Dandami, che gli ha descritto la vita sua e dei suoi colleghi, i quali si contentano di quanto offre la natura e sono del tutto privi di ambizioni mondane, il condottiero macedone si reca nella capitale degli Indi. Qui i sacerdoti locali gli magnificano lo straordinario prodigio degli alberi parlanti con umana favella e lo conducono poi nel luogo ove essi si trovano. Entro un recinto svettavano due alberi simili a cipressi, dei quali uno era sacro al Sole, l’altro alla Luna, i cui nomi (riportati nella versione siriaca del romanzo) erano rispettivamente “Mitora” e “Mayosa”, circondati da un filare di altri alberi simili ai Mirobalani (“Myrobalanoi” = “ghiande profumate”) che crescono in Egitto. Essi proferivano favella umana, l’uno con voce maschile (quello solare), l’altro con voce femminile (quello lunare). I rami e i tronchi di quegli alberi erano avvolti con pelli di animali, in particolare di leoni e di pantere, come viene spiegato ad Alessandro. Non era consentito accostarvisi né con ferro, né con bronzo, né con stagno e neppure con argilla lavorata. Gli alberi facevano udire la loro voce tre volte al giorno: all’alba, al mezzodì e al tramonto l’albero del Sole; e similmente al sorgere, al culminare e al declinare della Luna l’altra pianta.

I sacerdoti spiegano ad Alessandro Magno che gli sarà concesso di entrare nel recinto solo se si sarà purificato e lascerà fuori le armi e qualunque oggetto metallico, e così potrà interrogare l’oracolo. Sul far del vespro una voce si levò dell’albero del Sole, che si esprimeva nella lingua degli Indiani. Costoro però, atterriti dal responso, non volevano tradurre l’oracolo; ma alla fine dissero al sovrano macedone che era destinato a morire per mano di qualcuno dei suoi amici (o presunti tali)(2).

Al levarsi della Luna anche l’altro albero parlò, in lingua greca, così che Alessandro potè intendere immediatamente quanto gli veniva profetizzato; così disse l’albero: “Re Alessandro, a Babilonia dovrai morire: sarai ucciso dai tuoi e non potrai tornare da Olimpiade, tua madre”. Egli fu assai turbato da quel responso e all’alba del dì seguente volle di nuovo interrogare l’albero del Sole, il quale tuttavia non fece che confermare quanto già era stato detto, ossia che sarebbe perito a Babilonia senza poter riabbracciare sua madre, aggiungendo che essa pure nonché la sua sposa sarebbero poco dopo spirate. Allora Alessandro si allontanò da quel luogo e stabilì di partire dall’India per tornare in Persia.

Con maggior dovizia di particolari l’episodio è narrato nell'”Epistula Alexandri Magni ad Aristotelem”, opera del IV secolo, in cui il condottiero macedone, affascinato dai mondi inusuali in cui si va inoltrando e desideroso di ampliare sempre più le sue conoscenze, scrive al sua maestro Aristotele per descrivergli le meraviglie da lui scoperte. Egli incontra due vecchi ai quali chiede se possano indicargli qualche cosa di eccezionale che si trovi in quelle contrade. Costoro rispondono parlandogli dei due alberi dalle virtù profetiche, della cui esistenza in un primo tempo Alessandro mostra di dubitare; ma poi spinto dalla curiosità e cedendo pure alle preghiere del suo seguito, decide di seguire gli anziani personaggi, -che mostrano però un vigore giovanile-, attraverso un percorso erto e accidentato pieno di serpenti e altre fiere. Alla fine giungono in una amena radura fragrante di incenso e di opobalsamo, dove si trovano alquante persone ricoperte di pelli di tigre e di pantera, in mezzo alle quali si distingue il sacerdote dell’oracolo, alto più di dieci piedi, di nera carnagione, denti canini aguzzi e orecchini di perle. Questi gli dice che potrà entrare nel sacro recinto e consultare l’oracolo se si trovi in condizione di purità rituale; ingiunge poi a tutti gli amici e i soldati di Alessandro di deporre armi e gioielli, nonché vesti e calzature.

Alessandro Magno davanti agli alberi del Sole e della Luna in una antica miniatura persiana.

Poiché per ricevere il responso deve attendere l’ora del vespro quando i raggi del Sole al tramonto si riflettono sulla chioma dell’albero, Alessandro decide di perlustrare il giardino, tutto redolente di fragranze balsamiche che emanavano dalle fronde di molti alberi dei quali alcuni alti oltre cento piedi che gli Indiani chiamavano “Brebione”. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare quel luogo non è irrorato da abbondanti piogge, ma durante le eclissi di Sole e di Luna gli alberi piangono con lacrime copiose preoccupati per la sorte dell’astro a cui sono legati. Il re vorrebbe celebrare un sacrificio, ma il sacerdote lo avverte che è proibito in quel santo luogo immolare animali, ma solo è consentito imprimere baci sui tronchi degli alberi sacri e implorare il Sole e la Luna, affinchè si degnino di dare veridici responsi. Su richiesta di Alessandro, il sacerdote precisa che l’albero del sole pronuncia i suoi responsi sia nella lingua degli Indiani, sia in greco, mentre l’albero della Luna inizia a parlare in greco e termina in indiano.

Finalmente giunge l’ora in cui il Sole declinando all’orizzonte manda i suoi rosei bagliori sulle cime degli alberi e il sacerdote invita i presenti a formulare i loro quesiti in silenzio. Alessandro chiede mentalmente se alla fine della sua impresa potrà tornare in patria e riabbracciare la madre Olimpiade e le sorelle e subito l’albero gli risponde che così non sarà e non gli sarà concesso tornare vivo in Macedonia, responso che assai rattrista sia lui sia i suoi amici presenti. Vuole tuttavia ascoltare anche il responso dell’albero della Luna, che doveva sorgere a mezzanotte, al quale chiede dove sia destinato a lasciare questa terra, e quando esso viene illuminato dalla luce lunare si sente dire che dovrà morire a Babilonia l’anno seguente nel nono mese, per mano di qualcuno di cui non si aspetta il tradimento.

Turbato dal responso dell’albero della Luna, decide di interrogarlo ancora una volta per sapere chi sarà a provocarne la morte e quale sarà il destino di sua madre e delle sue sorelle. Ma l’albero così risponde: “Si ti rivelerò il nome di colui che ti tradirà, cercherai di mutare il tuo destino e le Moire si adireranno con me poiché avrei ostacolato con il mio oracolo l’esecuzione dei loro decreti”; aggiunge poi che egli perirà non per ferro, ma per veleno, e che le spoglie di sua madre giaceranno prive di sepoltura sulla nuda terra, preda di cani e di augelli, ma le sue sorelle avrebbero goduto a lungo di sorte prospera. “Tu invero -prosegue l’albero- pur se un breve volger di tempo rimane alla tua vita, sarai il signore di tutto il globo. Ma ora guardati dall’importunarci oltre con le tue richieste, esci dal nostro bosco sacro e torna dal re Poro”. E anche il sacerdote ammonisce Alessandro e i suoi compagni che i loro pianti e lamentele avevano irritato i sacri alberi, per cui gli stranieri se ne vanno dopo aver giurato gli amici ad Alessandro di tenere segreto quanto avevano appreso dall’oracolo.

In una traduzione latina dello pseudo-Callistene, l'”Historia de proeliis Alexandri”, opera dell’arciprete napoletano Leone, vissuto nel X secolo, -il quale si rifaceva evidentemente ad una versione bizantina andata perduta (3)(4)-, il Macedone, prima di giungere agli alberi oracolari, si inoltra con i suoi compagni e la sua guida in un bosco ove vede un Fenice appollaiata su un albero secco: “Deinde ambulantes per ipsam silvam viderunt inter ipsam unam arborem excelsam nimis, et sedebat in ea avis magna. Ipsa vero arbor neque folia neque fructus habebat. Illa vero avis habebat in capite cristam similem pavonis et fauces cristatas circa collum fulgore aureo, postera parte purpurea, extra caudam roseis pennis in qua erat caeruleus nitor. Cumque vidisset eam Alexander, miratus est valde in figura eius. Respondit eis senex dicens: -Hanc avem quam ammiramini ipsa est avis Phoenix-. Deinde ambulantes per ipsam silvam venerunt ad arborem Solis et Lunae”.

Gervasio di Tilbury, erudito franco-anglosassone vissuto tra l’XI e il XII secolo, nella versione da lui data di questa avventura di Alessandro Magno (“Otia Imperialia”, decisio I, cap. 14), aggiunge che i frutti degli alberi del Sole e della Luna avevano il dono di conferire una lunga vita e conservare il vigore giovanile a chi se ne cibasse e pertanto i sacerdoti che custodivano le piante e se nutrivano potevano prolungare la loro esistenza fino a 400 anni.

Ed in effetti abbiamo notato come agli alberi sacri, dal significato mistico, siano spesso associati uno o più uccelli altrettanto sacri. Il ricordo dell'”albero oracolare” rimase anche nella tradizione novellistica orientale di cui abbiamo un significativo ed eloquente esempio nella fiaba delle “tre sorelle” -detta anche “L’Uccello che parla”- nelle “Mille e una Notte” (l’ultima nella traduzione del Galland), dove troviamo un “Albero che canta”, -le cui foglie sono come tante bocche che intonano un concerto armonioso di voci differenti-, il quale insieme all'”Acqua d’oro” e all'”Uccello che parla”, il cui nome è “Bulbulhezar”, -che in persiano significa “mille usignoli”, il che allude sia alla divina melodiosità del suo canto, sia al fatto che una miriade di altri uccelli gli fanno da accompagnamento- (5). Questa fiaba è diffusa in diverse varianti in vaste aree dell’Europa e dell’Asia e riprende il “topos” delle sorelle invidiose che ordiscono trame malefiche contro la minore di esse, da loro odiata perché ritenuta ingiustamente favorita dalla sorte (6).

Ma l'”albero parlante” viene poi talora immaginato come dotato di teste umane e in alcuni racconti arabi dei secoli VIII-IX si parla di alcune isole nel mar della Cina, poco oltre l’arcipelago delle Zabag, in cui allignavano certi portentosi alberi che avevano frutti in sembianza di teste di fanciulli o di corpi di giovani donne appese ai rami per i capelli; questi strani frutti allorché fossero maturi cadevano a terra emettendo il suono “wak wak”, a cagione del quale le isole stesse sarebbero state chiamate “isole Wakwak”. E quando gli abitanti delle isole odono quel suono dei frutti che cadono al suolo ne traggono voti augurali. Secondo il geografo arabo-persiano Abu’l Qasim Ibn Khordadbeh (820-912 circa), autore di un rinomato “Kitab al-Masalik wa al-Mamalik” (“Libro delle Strade e dei Regni”) queste isole erano così ricche di oro che gli abitanti lo usavano anche per confezionare le catene dei loro cani e i collari delle loro scimmie. Il “T’ung-Tien”, -o “Tong-Dian”-, un’opera enciclopedica cinese composta nella seconda metà dell’VIII secolo menziona un albero dai cui rami spuntano quali frutti le teste di bambini. In altre fonti vi sarebbe una isola Wak-Wak, abitata da una tribù di uomini alati, e l’albero prodigioso avrebbe i frutti a forma di testa di donna, che quando vengano tagliati emettono il suono “wak”.

Queste strane credenze sugli alberi dai frutti antropomorfi -ma pure quelle sugli “alberi oracolari”-, che si inquadrano nelle descrizioni più o meno “scientifiche” di terre esotiche, sconosciute e remote, in cui si immaginava esistessero ogni sorta di stranezze e meraviglie-, hanno probabilmente un’origine persiana, richiamandosi all’albero nato dal cadavere del protoantropo androgino, -Gayomars-, dal quale, nelle versioni più tarde del mito antropogonico zoroastriano (come quella presente nel “Bundahishn”), sarebbero derivati come “frutti” spuntati sulle sue fronde i primi esseri umani (si veda al riguardo quanto abbiamo detto nella terza parte della presente ricerca del 9 gennaio 2018)(7).

All’influenza persiana sono altresì da attribuire anche gli alberi mistici citati nel “Corano”: il “Sidrat al-Muntaha” ( “Loto del Limite” o “Albero delle Giuggiole che si trova al confine del Mondo”), l’albero “Tuba” (“Beatitudine”, “Benedizione”), associati al Paradiso (“al-Jannah”, il “Giardino delle Delizie”) e l’albero “Zaqqum”, che è invece un albero infernale, sebbene anche nelle civiltà semitiche la simbologia legata all’albero abbia una rilevanza notevole.

Il “Sidrat al-Muntaha”,- identificato con lo Ziziphus jujuba, arbusto appartenente alla famiglia delle Ramnacee, che produce i frutti noti come “giuggiole”, piccole drupe di sapore acidulo, che diviene gradevole quando le drupe sono un po’ appassite- (e pertanto detto anche ‘”Albero delle Giuggiole”, o “Albero del Loto”)- è un enorme albero che si trova oltre il settimo cielo, -quello di Saturno- alla destra del Trono divino, e che segna il limite invalicabile oltre il quale a nessuna creatura terrena è lecito spingersi. Solo al profeta Maometto fu concesso questo singolare privilegio durante la seconda parte del mistico viaggio da lui compiuto in una notte del 621, -l’anno precedente quello dell'”Egira”, che com’è noto segna l’inizio dell’era musulmana-, sul dorso del “Buraq”, quando con la guida dell’arcangelo Gabriele attraversò i sette cieli (8). Dell’albero tuttavia si fa specifica menzione soprattutto nella sura LIII (“An-Najm” = “La Stella”), versi 10-18: “Così Allah ha infuso al suo servo l’ispirazione di quanto voleva rivelare./ Il cuore non mentì su quel che vide./ Disputerete forse con lui al riguardo di quanto ebbe modo di contemplare?/ Per davvero lo vide in una seconda discesa,/ accanto al Giuggiolo (o Loto) oltre il quale nessuno può andare/ presso il giardino di Ma’wa./ Ecco l’albero era avvolto in un mistero indescrivibile (lett. “era coperto da quel che lo copriva”: una luce emanante dal trono di Dio secondo al-Tabari, oppure una fioritura miracolosa, o una frotta di Cherubini posati sui suoi rami),/ non distolse lo sguardo e no spinse oltre,/ perché davvero ha veduto i segni prodigiosi del suo Signore, il più grande!”. Abd ar-Rahman ibn Nasir as-Sa’di afferma nel suo commento al Corano che il “Giuggiolo del Limite” è così chiamato perché il luogo ove si trova è il punto in cui si ferma tutto quello che sale dalla Terra e quanto scende dal Cielo (inclusi i doni di Dio e la divina ispirazione); la ragione di tale nome invero può anche risiedere nel rappresentare questo mistico albero l’estremo limite della conoscenza delle creature che tentano di penetrare nel mistero di Dio: esso si può pertanto assimilare a un “albero della conoscenza”, che come abbiamo visto è una delle categorie principali in cui si manifesta la simbologia degli alberi, e in particolare a quello della mitologia ebraica, -ma derivati a sua volta da fonti mesopotamiche-.

Un altro albero paradisiaco citato nel Corano (sura XIII, 29) è il “Tuba”, l'”Albero della Beatitudine (o della Felicità)”, che ha colpito l’immaginazione degli scrittori e dei mistici dell’Islam; ad esempio il filosofo e mistico persiano Shihabab ad-Din Yahya Sohravardi (1155-1191), che cercò di conciliare l’Islam con le antiche credenze persiane mazdaiche, nella sua opera “La filosofia dell’illuminazione” sostiene che esso sia l’albero tra le cui fronde si trova il nido ove il mitico uccello Simurgh depone le sue uova (9); ed il poeta turco Mehemet Yazichoglu scrive: “Nel mezzo del suo cortile [Dio] piantò l’Albero della Felicità, un albero benedetto i cui rami scendono verso il basso, mentre le sue radici sono in alto, così che il suo splendore illumina tutti i cieli da un capo all’altro, effondendosi per ogni dove. E’ un albero tanto meraviglioso che il Dispensatore di grazie ha riposto nell’interno del suo legno i doni più splendidi e preziosi, che rimembrano nei desideri degli uomini corone, troni, gioielli, i più nobili destrieri, i cristalli più trasparenti, i nettari più deliziosi”: da questa descrizione possiamo arguire che, almeno secondo l’esegesi, o la fantasia, di alcuni commentatori l’albero Tuba assomiglia alquanto al Kalpavriksha, l’Albero dei Desideri indù, nonché all’Ashwattha, l’Albero cosmico, soprattutto per la particolarità di essere rovesciato con le radici in alto e la chioma in basso.

Secondo la tradizione islamica un giorno la seconda moglie del profeta, Aisha, chiese a Maometto perché mai desse tanti baci a sua figlia Fatima. Egli rispose che durante la sua Ascensione in cielo aveva gustato i frutti del “Tuba”, l’Albero del Paradiso; dopo essere ridisceso sulla terra, entrò on intimità con la sua sposa (Khadigia, la prima consorte) e nacque Fatima: così ogni qual volta baciava sua figlia, sentiva il profumo di quell’albero celestiale.

Ma anche nella “Jahannam”, l’Inferno islamico, si trova un albero che racchiude un simbolismo cosmico e spirituale: l’albero Zaqqum, di cui si parla in diversi passi del Corano (XVII, 60; XXXVII, 62-68; XLIV, 43-46; LVI, 51-54). I suoi frutti, amarissimi, hanno l’aspetto di teste di diavoli;  essi sono il cibo dei dannati che di essi si nutrono, fino a riempirsene il ventre, dove però tale nutrimento anziché concedere gradevole senso di sazietà, ribolle come metallo liquefatto, mentre loro bevanda è intruglio bollente di olio usato e di pece, ovvero acqua bollente. Alcuni esegeti credono che l’albero sia spuntato dal seme del peccato di Adamo e i frutti diabolici nascano dalle cattive azioni commessi dai peccatori durante il tempo della loro vita. Nell’interpretazione mistica data dal filosofo Abu Abdallah ibn-Arabi (1165-1240) l’albero Zaqqum rappresenta l’Io (o il falso Io inferiore) superbo e arrogante dell’uomo.

CONTINUA NELLA DECIMA PARTE

Note

1) di questa biografia ampiamente romanzata furono fatte moltissime traduzioni, più o meno fedeli, in diverse lingue (latino, siriaco, armeno, copto, persiano, arabo, slavo), e tratte opere che illustravano particolari aspetti delle imprese di Alessandro Magno o momenti della sua vita; in particolare molto fortunate furono quelle che trattavano delle meraviglie e delle stranezze da lui incontrate durante la sua spedizione, come l'”Epistula Alexandri ad Aristotelem” che citiamo più avanti. In latino, a parte le storie di Alessandro Magno di Curzio Rufo, le quali pur presentando alquanti elementi romanzeschi non dipendono dallo Pseudo-Callistene, abbiamo le “Res gestae Alexandri Magni” di Giulio Valerio e un’altra traduzione più tarda del IV secolo, opera del quasi omonimo Flavio Giulio Valerio Alessandro Polemio, nonché l'”Itinerarium Alexandri” e la più tarda “Historia de proeliis”. Questo insieme variegato di testi fornì la base dell’epopea medioevale di Alessandro Magno, che comprende numerosi poemi in lingua “d’oil” (francese antico), antico tedesco, ecc. dove la figura del sovrano macedone diviene quella di un perfetto cavaliere, un concorrente di re Artù e nel medesimo tempo una sorta di predecessore di Marco Polo. Altre notizie sulle leggende fiorite su Alessandro Magno le abbiamo date nella quinta parte di “L’Asino e il Bue nel presepe” del 7 febbraio 2016.

2) in effetti sono tuttora controverse le vere cause della morte di Alessandro Magno: dalla malaria al coma etilico (si sa che era uno smodato bevitore) all’avvelenamento -ad opera del figlio di Antipatro, il suo reggente in Macedonia, il quale entrato in conflitto con Olimpiade, avrebbe voluto usurpare il trono-. Quest’ultima ipotesi peraltro, benché nelle biografie romanzata abbia preso il sopravvento, fu scartata dalle testimonianze più antiche ed anche Plutarco nella sua “Vita” la ritiene assai improbabile. In tempi recenti è stata avanzata l’ipotesi che il sovrano e condottiero sia stato colpito dalla “sindrome di Guillain-Barré” che l’avrebbe portato a una progressiva paralisi, così che creduto già morto, sarebbe stato sepolto mentre in realtà era ancora vivo.

3) oltre al testo originale, e anzi più di questo , circolavano in epoca alto-medioevale molteplici varianti dello pseudo-Callistene, in greco-bizantino, armeno, siriaco, persiano ecc. che si intrecciavano sia tra di esse, sia con altre vite di Alessandro Magno, -come quella di Curzio Rufo per quanto riguarda l’occidente latino-, confluite poi in quel vasto “corpus” leggendario definito “romanzo di Alessandro”, che fornì materia per vari poemi cavallereschi, specie francesi, dei secoli XI-XII (il “ciclo di Alessandro” e il “ciclo di Troia” furono anzi la branca derivata dal mondo classico dell’epica europea occidentale, in concorrenza con quelle bretone e carolingia). In parallelo anche nel mondo orientale, e specie in Persia (si pensi in particolare alle opere di Firdusi e Nezami), la figura di Alessandro Magno divenne una delle principali fonti di ispirazione dei poeti che lo celebrarono come eroe nazionale, oltre che come esempio dell’uomo avido di conoscenza, alla ricerca di sé stesso e dell’Assoluto.

4) questo testo medioevale offre anche una interessante testimonianza linguistica, poiché compaiono in esso molte particolarità ortografiche, lessicali e sintattiche che preludono alle lingue romanze (“caballus” al posto di “equus”; estensione dell’impiego di “habere” in luogo di “esse” + dativo o altre costruzioni preferite nel latino classico, ecc.).

5) “Bulbul”, che significa “usignolo” in persiano, è il nome comune attribuito agli Uccelli passeriformi del genere Pycnonotus, appartenente alla famiglia dei Picnonotidi (e in senso lato a tutti i membri di questa famiglia), di dimensioni di poco superiori a quelle di un passero, che vivono in Africa e in  Asia; alcune specie, come il Pycnonotus zeylanicus, hanno un canto melodioso.

6) in genere le prime due di esse sposano il fornaio, il cuoco o il pasticciere o altri dipendenti della corte del re, mentre la più giovane e aggraziata si marita con il re stesso. Per sfogare il loro odio le due malvage sorelle, -talora con la complicità della suocera-, rapiscono successivamente i tre figli della regina (due maschietti e una femminuccia); per due volte ella riesce a salvarsi dall’ira del marito e dalle velenose insinuazioni delle sorelle, ma la terza viene condannata al carcere a vita. I tre bambini, affidati alle acque di un fiume, -secondo un altro “topos” diffusissimo nella narrativa e nel mito-, vengono poi trovati e allevato dal soprintendente ai giardini. Una volta divenuti grandi, la fanciulla (chiamata Parizade nelle “Mille e una Notte” riceve la vista di una vecchia donna dedita alle pratiche di pietà, la quale le dice che la sua casa per essere perfetta manca di tre cose che sono appunto l'”Uccello che parla”, l'”Albero che canta” e l'”Acqua d’oro”. Dopo che i fratelli hanno fallito nel difficile intento di conquistare tali meraviglie e sono stati trasformati in statue di pietra, ella riesce a impadronirsene e a liberare i fratelli. L’uccello durante una visita del re rivela a quest’ultimo che quei giovani sono in realtà i suoi figli creduti morti, e l’enorme ingiustizia subita dalla regina a causa dell’invidia delle perfide sorelle. Nelle versioni popolari italiane di questa fiaba gli esseri meravigliosi che la protagonista deve procurarsi per rendere la sua dimora ineguagliabile sono l'”Acqua che balla”, l'”Albero che suona” e l'”Uccel bel verde”, come nella versione fiorentina riportata da Italo Calvino nelle “Fiabe italiane”; nelle versioni letterarie europee, come quella che si trova nelle “Piacevoli Notti” di Giovan Francesco Straparola (1480-1557), -novella di Ancillotto, re di Provino (IV, 3)-, e la fiaba della Principessa Bella-Stella, contenuta in “Le fate alla moda” di M. Catherine Le Jumel de Barneville, contessa d’Aulnoy (1650-1705), anziché un albero troviamo un “Pomo -o una mela- che canta”.

7) in tali credenze sull’esistenza di esseri ibridi vegetali-animali si può far rientrare anche quella nel “Borametz”, l'”Agnello vegetale della Tartaria”, del quale abbiamo trattato nell’articolo sugli animali misteriosi del 26 gennaio 2015.

8) codesta “trasvolata”, -compiuta su animale misterioso che ha l’aspetto di un cavallo con testa di donna e una penna di pavone al posto della coda, il “Buràq”-, è descritta in particolare nella XVII sura del Corano (“al-Isra”), in cui si dice che prima Maometto fu trasportato a pregare nella “moschea più lontana”, -identificata dall’esegesi prevalente con il luogo ove sarebbe poi sorta la moschea “Al-Aqsa” a Gerusalemme-, mentre nella seconda parte dell’itinerario (“Mi’raj”) percorse i sette cieli per ascendere fino alla dimora di Dio, oltre il “Sidrat al-Muntaha”, ove ricette da Allah l’ispirazione per comporre il Corano e stabilire le regole alle quali i devoti musulmani avrebbero dovuto attenersi. In particolare sappiamo che in primo tempo Allah avrebbe imposto ai fedeli di pregare ben 50 volte al giorno, ma poi il profeta riuscì a limitare la richiesta divina a sole cinque volte. Una più accurata descrizione del viaggio si trova poi negli “Hadit”, -i detti tramandati sulla vita e la dottrina del profeta e i commenti al Corano acquisiti dal concorde e consolidato giudizio dei dottori, con i quali si è cercato di integrare e interpretare il contenuto e le prescrizioni del teso sacro dell’Islam e che fanno pare della “Sunna”, la “Tradizione”-.

9) di Soharavardi abbiamo già accennato nella quarta parte di “Uccelli nel mito” del 27 giugno 2014; di Simurgh, grande uccello della mitologia persiana, abbiamo trattato ampiamente in due parti di “Uccelli nel mito”  dell’11 aprile e 7 giugno 2014.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.