L’AFFASCINANTE STORIA DELL’ALBERO DI NATALE -settima parte-

Ma una diversa tradizione, seguita da ragguardevoli autori latini e greci, vuole che il sacerdozio del “Rex Nemorensis”  fosse istituito da Ippolito, figlio di Teseo, re di Atene, e della regina delle Amazzoni, Ippolita (o secondo altri Antiope). Questi, avendo suscitato l’insana passione della sua matrigna Fedra ed avendone respinto le profferte amorose, fu da costei accusato di aver attentato alla sua virtù coniugale. Le accuse di Fedra furono credute da Teseo, il quale pregò Poseidone, -che per alcuni sarebbe stato il suo vero genitore, mentre Egeo, re di Atene, sarebbe stato solo un padre putativo (e questa divina ascendenza accomuna Teseo ad altri famosi eroi della mitologia greca, figli di divinità)(1)-, di punire il figlio per il presunto oltraggio. Il dio del mare lo esaudì e fece emergere dalle acque marine un enorme toro che spaventò i cavalli trainanti il cocchio di Ippolito che in quel momento stava percorrendo il litorale. I cavalli si imbizzarrirono, fecero cadere il giovane auriga che, rimasto impigliato nelle redini, fu da essi trascinato per lungo tratto rimanendo ucciso. Nella versione più conosciuta del mito (quella seguita dal celebre tragediografo Euripide nell'”Ippolito coronato”) Ippolito una volta morto non tornò più dall’al di là (suscitando così il pentimento di Fedra che si impiccò per il rimorso); ma una variante vuole che il giovanetto fosse stato resuscitato da Asclepio, dio, -o meglio semidio-, della medicina e grande guaritore, intervenuto su richiesta di Artemide, la divina protettrice di Ippolito, alla quale egli era oltremodo devoto e di cui condivideva il genere di vita, spregiando gli amori terreni (2). Questa versione del mito di Ippolito attecchì soprattutto in terra italica dove si credette che il giovane eroe ateniese fosse quivi giunto e avesse dato origine a una stirpe eroica (sotto questo aspetto rinunciando ai suoi ideali e comportamenti precedenti improntati al riserbo e alla castità).

Ippolito in una pittura romana del I secolo.

In effetti però la figura di Ippolito fu sovrapposta, grazie ad analogie più o meno fondate, a quella di un eroe prettamente italico, -il Virbio di cui parleremo oltre-  a sua volta legato alla Diana latina. A tale versione si rifà Ovidio nel III libro dei “Fasti”, -l’opera che il poeta di Sulmona dedicò ai miti e ai riti di Roma-, ove afferma essere le spoglie mortali di Ippolito redivivo essere sepolte nella salva di Ariccia, dove al dire del poeta non entravano i cavalli, essendo stati la causa, -seppure involontaria-, della morte dell’eroe (3).

Tale versione è accettata pure da Pausania, detto “il Periegete”, scrittore greco del II secolo, il quale in una digressione nel capitolo dove tratta del bosco sacro di Asclepio, dio della medicina, ad Epidauro (Periegesi, II, 27, 4) riferisce che il figlio di Teseo, dopo che fu resuscitato da Asclepio, si trasferì in Italia,, ove fu eletto loro sovrano dagli abitanti di Ariccia nel Lazio. Qui consacrò ad Artemide, sua protettrice, -Diana per i Latini-, un recinto sacro, -un “tèmenos”-, al quale era preposto uno schiavo fuggitivo, -nel quale pertanto riviveva la condizione di fuggiasco dello stesso Ippolito-,  che risultasse vincitore in una singolar tenzone, che diveniva così sacerdote della dea.

Anche Virgilio nell’Eneide (VII, 761-782) attribuisce ad Ippolito la fondazione del santuario di Diana Nemorense, aggiungendo che dopo la sua venuta nel Lazio, cambiato il suo nome in Virbio, -nome che dovrebbe significare “vir bis” = “uomo due volte” (cioè vissuto due volte)-, e sposata la ninfa Aricia, sarebbe divenuto padre di un figlio chiamato come lui Virbio. Costui è citato dal sommo poeta nella schiera dei condottieri italici che, coalizzatisi con Turno, re dei Rutuli, mossero guerra ad Enea e al re Latino divenuto suocero e alleato del profugo troiano.

Ad Ippolito in Grecia era consacrato un santuario a Trezene, in Argolide, luogo nel quale era avvenuta la sua morte, che constava anch’esso di un recinto sacro, entro il quale trovavasi la tomba dell’eroe, -nell’ipotesi che non fosse resuscitato e comunque non emigrato in Italia- e dove, al dire di Pausania (Periegesi della Grecia, II, 32), le giovani spose prima del matrimonio offrivano in voto una ciocca delle loro chiome; sempre stando alla testimonianza dello scrittore, gli abitanti di quella città pensavano che il loro eroe anziché essere stato trascinato dai cavalli fosse stato assunto in cielo come costellazione dell’Auriga.

In Ippolito si è voluto talvolta vedere un equivalente maschile della stessa Artemide, nella sua ipostasi di vergine cacciatrice legata alle selve e che rifugge dai legami sentimentali, e il fatto che fosse figlio di una regina delle Amazzoni avvalora questa idea. Secondo l’interpretazione data dal Frazer, la figura di Ippolito rientra nel prototipo, -o nell’archetipo-, del “dio giovane” (come Tammuz, Adone, Attis), strettamente legato a una divinità femminile della terra e della natura (Ishtar, Cibele, Afrodite), il cui sacrificio assicura il rinnovamento della natura stessa, e in seguito, in una prospettiva spirituale salvifica, il principio divino dell’uomo che risorge dopo essere stato sepolto nella materia e nella carnalità. Ed in effetti non dobbiamo dimenticare che l’Artemide arcaica era sì una divinità delle selve e degli animali, ma anche e soprattutto una dea della fertilità e della maternità, rappresentata in questo suo carattere nell’Artemide di Efeso in Lidia.

Il culto di Diana Nemorense rivestiva notevole importanza presso le antiche genti laziali poiché la dea veniva invocata, specie dalle donne, anche quale propiziatrice della fecondità femminile e per assicurarsi un felice parto; di tale venerazione sono eloquente testimonianza i numerosi ex-voto rinvenuti nel santuario, nonché le lucerne di terracotta che venivano accese soprattutto nel corso della principale festa dedicata a Diana (riguardante non solo Diana Nemorense, ma che aveva luogo in tutto il mondo romano) ricorrente alle Idi di agosto (il 13 agosto), -ma che aveva inizio già due giorni prima-(4). Nel culto celebrato sul lago di Nemi era venuto infatti a confluire anche quello di Vesta, la dea del focolare domestico, come sembra dimostrare la presenza di un grande basamento circolare alzantesi su tre gradini nel quale ardeva un fuoco sacro custodito da sacerdotesse equiparabili alle Vestali romane.

Rimanendo nell’antica Roma, un altro albero assai legato alla storia della città e dell’impero da essa fondato è il “Fico Ruminale”. Era codesto un fico selvatico (Ficus carica), il quale secondo la concorde tradizione riferita dagli storici e dai poeti stendeva le sue fronde nel luogo ove furono allattati i piccoli Romolo e Remo. Com’è noto, dopo la loro nascita essi furono strappati alla loro madre, la vestale Rea Silvia (5), che li aveva concepiti dal dio Marte, per ordine del malvagio zio Amulio, che aveva usurpato il trono di Alba Longa, -la città fondata da Ascanio, figlio di Enea-, al fratello Numitore. Amulio voleva che fossero uccisi ma il servitore che avrebbe dovuto adempiere al crudele ufficio ebbe pietà di loro e depostili in un paniere lì affidò alle acque del Tevere nella speranza che in qualche modo si sarebbero salvati (6); esso, una volta arrestatosi in una pozza creata dallo straripamento del Tevere alle pendici sud-occidentali del colle Palatino, nella zona paludosa del Velabro, fu scoperto dalla famosa Lupa che allattò i pargoli (7). “Si narra che la cesta con i due gemelli si fermò in un acquitrino creato dallo straripamento del fiume presso un fico selvatico, detto “Ruminale”, che avrebbe preso tale nome o dallo stesso Romolo, -come sostengono i più-; ovvero perchè in quel luogo erano usi riposare sotto l’ombra delle sue fronde numerose mandrie di animali ruminanti, o ancora perchè sotto la sua chioma i neonati furono allattati dalla lupa. Infatti gli antichi Latini chiamavano “ruma” (ma in effetti con più esattezza “rumen”) la mammella, e tuttora designano con il nome di “Rumina” una dea preposta all’allattamento degli infanti e nei riti a lei dedicati si compiono le libazioni sacrificali con latte e non con vino”: così Plutarco di Cheronea (“Vita di Romolo”, cap. III) spiega l’origine del nome del “Fico Ruminale”, aggiungendo poi che, oltre alla lupa, anche un picchio avrebbe contribuito a prendersi cura dei pargoli e a fare loro la guardia, ed in effetti tale uccello è spesso presente, appollaiato su un ramo del fico, nelle raffigurazioni dell’episodio.

La Lupa che allatta i gemelli all’ombra del Fico Ruminale.

Ma, come precisa l’autore greco, sia il Lupo sia il Picchio erano animali sacri a Marte, il padre divino di Romolo e Remo, per cui se ne deduce che fosse stato il dio a mandarli ad assistere la sua figliolanza destinata all’alta missione e al nobile destino di fondare Roma. Ovidio per parte sua canta l’episodio nel III libro dei “Fasti” (III, 409-418): “Alveo in limo silvis adpulsus opacis/ paulatim fluvio deficiente sedet./ Remanent vestigia quaeque vocatur/ Ruminal nunc ficus, Romula ficus erat./ Venit ad expositos -mirum!- lupa foeta gemellos./ Quis credat pueris non nocuisse feram?/ Non nocuisse parum est, prodest quoque! Quos lupa nutrit,/ perdere cognatae sustinuere manus./ Constitit et cauda teneris blanditur alumnis,/ et fingit lingua corpora bina sua” (“Ritiratesi a poco a poco l’acque,/ alla fine il fardello si incaglia/ nel limoso recesso di una selva ombrosa./ Rimangonvi ancora le vestigia di un antico legno,/ e quello che or si chiama Ruminale,/ di Romolo era esso allora il fico./ Agli esposti frugoli -oh meraviglia!-/ da poco madre fiera lupa venne./ Chi crederebbe che alcun lor arrecasse male? Anzi, offerse lor materna cura!/ E i piccoli che la lupa nutre del suo latte,/ color sono che le mani dello zio voleano spegnere!/ Arrestasi, con la coda i teneri fantolini accarezza/ e ne lecca con la lingua i corpicini”). In questi versi il poeta fa risaltare chiaramente il contrasto tra l’affetto materno dimostrato dalla lupa e la crudele insensibilità del loro zio Amulio. Nel racconto sintetico che T. Livio dedica alla nascita dei fondatori dell’Urbe lo storico specifica che la lupa, venuta ad abbeverarsi, fu attirata dal vagito dei fanciullini e sottolinea anch’egli l’atteggiamento materno dell’animale, che lecca, oltre che allattare, i due gemelli.

Nella versione data da Dionisio di Alicarnasso nelle sue “Antichità Romane”, quando l’animale fu scoperto dai pastori insieme ai bambini, suscitando in essi grandissima meraviglia, ella li trasportò nella grotta dove aveva la sua tana per allevarli insieme ai suoi cuccioli in una selva sacra a Pan (divinità greca nella quale l’autore senza dubbio identifica il Fauno latino) ove diverse fonti sgorgavano da pietre cave. Non appena la lupa si fu allontanata, i pastori entrarono nella grotta e uno di essi, chiamato Fàustolo, il quale essendo al servizio del re sospettò trattarsi dei figli di Ilia (Rea Silvia), si offrì di adottarli e li portò alla sua dimora, dove sua moglie, il cui nome è detto in altre fonti essere stato Acca Larenzia, aveva perso il bimbo da poco partorito. Il pastore e la sua consorte chiamarono i gemelli Romolo e Remo.

La grotta dove i fanciulletti erano stati trovati fu detta “grotta del Lupercale”, in ricordo dalla Lupa che era stata la loro prima nutrice, e divenuto luogo di culto fu abbellito con statue e mosaici, in particolare da Augusto che durante il suo principato lo restaurò e arricchì con nuove decorazioni. Presso la grotta del Lupercale il quindicesimo giorno prima delle calende di marzo (ossia il 15 febbraio)  si celebravano i riti della festa dei Lupercali, che culminavano in una corsa forsennata di individui rivestiti con pelli di capra, -festa che abbiamo descritto nella terza parte di “La festa di Halloween e la Commemorazione dei Defunti” del 9 novembre 2014-.

Nel I secolo il “Fico Ruminale” si era ridotto ad una pianta spoglia e semi-inaridita; ma lo storico Tacito riferisce, -in “Annales”, XIII, 58-, che nell’anno 811 di Roma, ovvero nel 58 dell’era volgare dal tronco quasi secco spuntarono nuovi virgulti, e che tale evento prodigioso venne interpretato come un fausto presagio per l’avvenire dell’impero Romano. Plinio il Vecchio afferma tuttavia (Nat. Historia, XV, 77-78) che nel “Comitium”(il luogo dove si riunivano i Comizi Centuriati, una delle più vetuste assemblee popolari di Roma antica) cresceva un fico che sarebbe nato nel punto in cui era caduto un fulmine, ovvero si sarebbe di sua volontà trasferito il Fico Ruminale al tempo in cui era augure Atto Navio, il quale aveva poi consacrato un gruppo scultoreo raffigurante la Lupa che allatta i gemelli: la sopravvivenza di codesto albero era considerata di vitale importanza per la “res publica” romana, per cui allorchè sembrava che si stesse spegnendo, i sacerdoti avevano cura di piantarne un altro. Davanti al tempio di Saturno si trovava poi un altro fico che risaliva all’anno 260 di Roma e che era spuntato alla base della statua del dio Silvano. E un altro ancora si poteva vedere nel Foro insieme a un Olivo e a una Vite che dovevano essere anch’essi un auspicio di buona fortuna per lo stato romano.

Una eccezionale importanza nel simbolismo e nella fenomenologia religiose ha il Fico in India. Nell’ambiente indiano non intendiamo tuttavia il fico comune (Ficus carica), quello presente nell’area europeo-mediterranea e del Vicino Oriente, ma di altre specie, e segnatamente della Ficus religiosa, -che già nel nome scientifico che le è stato assegnato esprime il significato di primo piano che assume nelle religioni indiane-, e al Ficus benghalensis.

La prima di queste piante, nota con il nome sanscrito di Ashwattha, -che dovrebbe significare “durevole, eterno”, da “shva” = “domani” e “stha” = “che rimane”-, nonché con quelli moderni di “Pipal” (in India centrosettentrionale) e di “Bo” (nell’India meridionale e nello Sri Lanka), assume particolare rilievo fin dall’età vedica; essa è l’albero sacro per eccellenza dell’India, concordemente identificato con l'”Albero del Mondo” della mitologia indù. Indizi della considerazione in cui era tenuto e della venerazione che gli era tributata si trovano già in tavolette e sigilli rinvenuti nella valla dell’Indo e appartenenti alla civiltà di Moenhjo Daro e Harappa. Nell’Induismo divenne l’albero sacro a Visnù, del quale si dice sia venuto al mondo sotto un “ashwatta” e sia stato trasportato da bambino su una delle sue foglie quale imbarcazione. talora però è associato a tutte le tre divinità principali che costituiscono la Trimurti: le radici rappresentano Brahma, il tronco Shiva e la chioma Visnù.

La Ficus religiosa è un albero imponente e maestoso che vive, oltre che nel subcontinente indiano, in Indocina e in alcune zone della Cina sud-orientale fino ad un’altitudine di 1.500 m e può raggiungere i 25 m di altezza e il cui tronco può avere un diametro di 3 metri; tuttavia, più che in altezza tende ad espandersi in ampiezza con i suoi lunghi rami, pur non presentando in genere il fenomeno delle radici aeree, che poi toccano terra, dando origine a tronchi supplementari, caratteristico della Ficus benghalensis. Si distingue immediatamente dalle molte altre specie di Ficus presenti nel sud-est asiatico per le foglie cuoriformi, terminanti con una lunga punta sottile, di un colore verde chiaro spesso con sfumature gialle e rosa in gioventù, che poi diventa via via più cupo con il procedere dell’età. Il frutto è simile a quello della Ficus carica (il fico comune) e del sicomoro (Ficus sycomorus)(8).

Foglie e frutti di Ficus religiosa.

E’ una pianta assai longeva: un ramo tolto dall'”Albero dell’Illuminazione” del Buddha (su cui torneremo in seguito) che nel 288 a. C. fu portato ad Anuradhapura nello Sri Lanka da Sanghamitta, figlia dell’imperatore Asoka (uno dei primi grandi protettori del buddismo) e una volta trapiantato in quel luogo vi attecchì subito e si sviluppò in un grande albero che ha ora la veneranda età di 2300 anni ed è quindi una delle latifoglie, ed anzi degli esseri viventi, più anziani del pianeta.

Ma, come abbiamo detto sopra, l’Ashwattha trae la sua sacralità soprattutto dal fatto di incarnare l'”Albero cosmico”, la cui curiosa peculiarità nell’area indiana è quella di essere capovolto, avendo le radici in alto e la chioma in basso: al riguardo nella “Khata Upanisad” (VI, 1) il saggio Yama, istruendo il suo discepolo Naciketa, così si esprime: “Questo albero eterno, le cui radici si dirigono verso l’alto e i rami in basso, è la pura essenza, è il Brahaman, quello che si chiama l’immortale. Tutti i mondi riposano sopra di esso!”; e in un altro passo, nella “Maitri-Upanisad” (VI, 7), esso viene assimilato all’insieme degli elementi che compongono il mondo fisico: “I suoi rami sono l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra”. Il simbolismo espresso da tale concezione è che il fondamento del reale da cui trae origine il mondo fenomenico, con le sue illusorie dualità e i suoi conflitti, è nel cielo, ossia nell’essenza spirituale del mondo, il “Brahman”; mentre i rami, che rappresentano il divenire transeunte, sono posti nella terra. E nel “Baghavad Gita”, -il “Canto del Beato”, (XV, 1-4)(9), Krishna, -uno degli “avatar” cioè delle incarnazioni terrene di Visnù-, afferma che “le sue foglie sono gli inni vedici (o parlano come canti vedici). Colui che lo conosce, conosce i Veda. In altezza e in profondità si estendono i suoi rami, alimentati dai modi dell’esistenza; le sue fronde (o i suoi germogli) sono gli oggetti che ricadono sotto i sensi. Alcune delle sue radici si prolungano in basso, nel mondo degli uomini legate alle loro azioni materiali. Nessuno in questo mondo può percepire la forma di tale albero. Nessuno può vederne la fine, l’inizio o la base”. Dunque mentre i suoi rami sono nutriti dalle disposizioni dell’individuo (10), le sue radici determinano l’impulso all’azione, impulso che deve essere domato e trasceso con il distacco (volendo impiegare una terminologia filosofica classica, si potrebbe dire con l’atarassia o l’apatia, -sebbene gli studiosi di filosofia indiana avvertano che può essere fuorviante identificare i concetti metafisici ed etici indiani con quelli in apparenza omologhi della tradizione occidentale-) per trovare la salvezza nella dimora celeste: “con l’arma del distacco si deve abbattere il fico dalle radici possenti e dirigersi poi in quel luogo, da cui, una volta raggiunto, non si torna più indietro; e là abbandonarsi nel grembo della persona suprema, di Dio, dal quale tutto ha inizio e nel quale tutto dimora fin da tempo immemorabile”.

Possiamo dunque osservare che, mentre nella “Katha Upanisad” l’Ashwattha si identifica con il Brahaman, l’essenza spirituale del Tutto, ed è quindi impossibile da tagliare (né questo sarebbe auspicabile), nel “Baghavad Gita” esso appare come simbolo dell’illusione che impedisce od ostacola la salvezza -ed è quindi da recidere-. Secondo il rituale vedico, il fuoco cerimoniale deve essere acceso strofinando un bastoncino di “Ashwattha” con uno di “Sami” (Prosopis cineraria), -bastoncini che vengono chiamati “Agnihotra”-, e questo metodo di accensione viene denominato “nascita di Agni”, il dio del fuoco in generale, ma che personifica soprattutto il fuoco sacrificale.

Ma anche per i buddisti l’Ashwattha (o “Pipal”) gode di profonda venerazione poiché proprio mentre meditava all’ombra di uno questi alberi Siddharta Gautama ebbe l’illuminazione  con cui divenne il “Buddha” per eccellenza, e pertanto è divenuto uno dei simboli del buddismo. Egli raggiunse l’illuminazione in una notte di Luna piena del mese di Vaisaikha, secondo mese dell’anno lunare buddista (aprile-maggio), -evento che è tuttora celebrato nella ricorrenza del “Vesak”-, dopo aver meditato per sette giorni. Secondo la tradizione egli continuò a meditare rimanendo accoccolato sotto l’albero, verso il quale nutriva profonda gratitudine, per un’altra settimana e pure le tre settimane seguenti le trascorse in meditazione presso altri tre alberi: prima un “Ajapala” (Ficus benghalensis), poi un “Mucilinda” (Barringtonia acutangula) e infine un “Rajayatana” (Buchanania latifolia): dunque per complessivi 49 giorni. Dopo codesta lunga e profonda meditazione se partì da quel luogo per diffondere tra le genti e insegnare al mondo la via che conduce alla liberazione dalla sofferenza.

Il Tempio di Mahabodhi a Bodh Gaya, affiancato dal “Fico dell’Illuminazione”.

Nella cittadina di Bodh Gaya, sita nello stato del Bihar in India, a 96 km da Patna (l’antica Pataliputra, capitale del regno del Maghada, il più importante degli antichi stati indù), esiste tuttora un fico sacro che è ritenuto essere un discendente di quello dell’illuminazione. Questo albero si trova al centro di un parco posto accanto al lato occidentale di un imponente tempio in tipico stile indiano a forma di piramide appuntita di 15 metri di lato e alta 52 metri, la cui costruzione attuale risale al V-VI secolo. che si può ammirare attualmente accanto al tempio ha infatti un’età di “solo” 142 anni, essendo stato piantato nel 1876, dopo che il precedente, già alquanto malridotto, era stato abbattuto da una violenta tempesta.

La prima illustre personalità a cui si attribuisce la venerazione per l'”Albero dell’Illuminazione” è il re Asoka (304-232 a. C.), monarca della dinastia Maurya, il quale regnò dal 272 a. C. e fece edificare un tempio e un monastero nel luogo in cui era avvenuta l’illuminazione, nel 530 a. C.; egli dopo aver compiuto molte conquiste che gli consentirono di riunire sotto il suo scettro buona parte del subcontinente indiano, si convertì al buddismo divenendo un grande protettore di questa religione. Tuttavia dai numerosi editti che emanò e che furono resi noti i tutto il suo impero tramite iscrizioni, delle quali alcune tuttora esistenti, appare la nobile di preoccupazione di diffondere più che le concezioni metafisiche e dottrinali del buddismo, i suoi insegnamenti morali e dunque predicano la non-violenza, la pietà e la comprensione verso uomini e animali, proibiscono i sacrifici animali, disapprovano il difendere le proprie dottrine religiose e filosofiche ricorrendo alla denigrazione delle altre, ecc. Tuttavia proprio durante il regno di questo sovrano l’albero subì una grave minaccia alla sua esistenza: infatti sembra che la devozione manifestata verso di esso da Asoka avesse suscitato l’irrefrenabile gelosia della sua consorte, chiamata Tisyaraksita, la quale sospettava che nell’albero si celasse una ninfa della quale il marito si fosse invaghito. Pertanto cercò di sopprimere il fico per mezzo di un incantesimo che avrebbe dovuto lentamente soffocarne il fusto. In seguito però cedendo alle disperate suppliche di Asoka annullò l’incantesimo e l’albero che era ormai morente, riprese di nuovo vigore.

Un nuovo pericolo fu corso dall'”Albero dell’Illuminazione” nel 610, allorché il re Sasanka del Bengala, fanatico indù sivaita, avrebbe comandato la distruzione totale del luogo sacro buddista (11). Ma un ramo della pianta fu salvato dai monaci e fu piantato alcuni anni più tardi dando origine ad un nuovo albero. Secondo Hiuen-Tsang, un pellegrino cinese che visitò l’India tra il 629 e il 648, esso ogni anno si seccava e perdeva le foglie nel dì in cui ricorreva l’anniversario dell’illuminazione del Budda, per ricoprirsi però poco dopo di nuove, tenere foglioline verde chiaro.

Dobbiamo inoltre ricordare che altri episodi del Budda Sakyamuni agli alberi: la sua nascita sarebbe avvenuta presso un albero di “Sal” (Shorea robusta), in bosco dove sua madre, il cui nome era Maya o Mayadevi, si era fermata a riposare durante una sosta nel cammino che stava compiendo per recarsi a far visita ai suoi genitori: un ramo del grande albero si abbassò per aiutare Mayadevi che era stata presa dalle doglie e consentirle così di sostenersi durante il parto; mentre una volta che si fu sgravata del piccolo Siddharta, le tre divinità che abitavano nella pianta si manifestarono per rendere omaggio al neonato. Ed un albero della medesima specie assistette il Buddha nel momento della sua dipartita da questo mondo per il “nirvana”, nei pressi della città di Kushinagara; si racconta inoltre che quando stava esponendo al suo discepolo Ananda le sue ultime volontà, circondato da migliaia di creature celesti, tutti gli alberi fiorirono fuori stagione, mentre dal cielo cadeva una pioggia di petali di fiori e di polvere di sandalo.

CONTINUA NELL’OTTAVA PARTE

Note

1) Egeo, figlio di Pandione, avrebbe concepito Teseo mentre era ospite di Pitteo, re di Trezene, il quale fece in modo che giacesse con sua figlia Etra. Prima di andarsene nascose la sua spada e un paio di sandali sotto una grossa pietra e disse ad Etra che quando l’eventuale figlio fosse stato capace di spostare il masso e prendere quegli oggetti avrebbe dovuto mandarlo da lui ad Atene (Biblioteca di Apollodoro, III, 15-16; Plutarco, Vita di Teseo, cap. III; Pausania, Periegesi della Grecia, I, 27, 8). Questo motivo ricorda senza dubbio l’estrazione dalla roccia della spada Excalibur da parte di Artù, atto con il quale veniva accertato il suo diritto al trono, e potrebbe testimoniare un’usanza propria dell’Età del Bronzo in diverse aree europee, dove da un lato la spada era simbolo dell’autorità regale, dall’altro una prova di forza doveva confermare l’idoneità dell’aspirante re ad esercitare il potere.

2) per tale intervento ritenuto lesivo dell’autorità degli dei e delle norme che regolano il ciclo della vita e della morte, Ade e le Moire si lamentarono con Zeus, il quale, a sua volta irato con Asclepio colpevole ai suoi occhi di aver abusato dei suoi poteri, lo colpì con un fulmine, mandandolo all’altro mondo. Secondo alcune fonti (Biblioteca di Apollodoro, III, 10) la facoltà di risuscitare i morti gli sarebbe venuta dal sangue di Medusa donatogli da Atena dopo che Perseo l’ebbe uccisa.

3) “Unde nemus nullis illud initur equis” (“Per cui in quella selva non entra alcun cavallo”)(Fasti, III, 266): da quanto dice Ovidio non è chiaro se nel bosco sacro non fossero ammessi i cavalli, o se fossero questi ultimi a rifiutare di esservi condotti. Il nome stesso “Ippolito” (‘Iππoλυτoς) significa “colui che scioglie i cavalli”, per cui si potrebbe ipotizzare che fosse in origine un soprannome o un appellativo derivato dalla vicenda stessa e che abbia sostituito uno più antico.

4) la vicinanza di questa data con quella del 15 agosto in cui si scelse poi di commemorare l’Assunzione di Maria Vergine lascia supporre che la celebrazione della “Madre di Dio” del cristianesimo sia stata intenzionalmente sovrapposta a quella di un’altra (o la medesima riproposta in altre forme) “Dea Vergine e Madre”. In effetti le prime attestazioni di una festa dedicata alla “Dormizione”(cioè di un trapasso nel sonno dalla terra al cielo) di Maria si hanno fin dal IV secolo in Oriente e segnatamente ad Antiochia, dove però essa era celebrata in gennaio. In seguito però i Sacramentari Gelasiano e Gregoriano, -le cui più antiche redazioni conservate risalgono all’VIII sec.-, che codificano gli usi liturgici romani, -sebbene con larghe influenze gallicane-, menzionano tale ricorrenza, divenuta festa dell’Assunzione, il 15 agosto, vale a dire nel giorno elle “Feriae Augusti”; nulla vieta di pensare però che in età tarda vi fosse stata una confusione tra quest’ultima e la festa di Diana, specie la festa di Diana in Aventino che si celebrava con solennità a Roma. In questa forma la festività dell’Assunzione venne recepita ed estesa a tutto l’Impero Bizantino dall’imperatore Maurizio (582-602)(ed è questo uno dei pochi casi in cui le ricorrenze liturgiche della chiesa orientale e di quella occidentale coincidono).

5) Dionisio di Alicarnasso celebre storico greco del I sec. a. C. (Antichità Romane, I, 69) riferisce che la figlia di Numitore si sarebbe chiamata Ilia. Ella sarebbe scampata alla triste sorte riservata alle Vestali che avessero infranto il voto di castità grazie all’intercessione della figlia di Amulio, a lei molto legata. Dionisio di Alicarnasso, a differenza di altri storici, quali Tito Livio, che trattano degli eventi che precedettero e accompagnarono la fondazione di Roma in modo alquanto sintetico (ed infatti egli stesso affermò nel prologo della sua opera di voler scrivere delle storie ella remota antichità romana trascurate da altri autori), espone le vicende leggendarie dei personaggi precursori e fondatori di Roma, dalla caduta di Troia all’età dei re, con ampiezza e profondità, richiamandosi peraltro, come afferma egli stesso, ai più antichi annalisti latini (Fabio Pittore, Valerio Anziate, Lucio Cincio, ecc.). A questo era spinto dall’intento di dimostrare che i Latini discendevano dalle genti greche e orientali e che quindi i due popoli avevano origini comuni.

6) in effetti quello dell’abbandono di un fanciullino poco dopo la nascita alle acque di un fiume e del successivo ritrovamento ad opera di persone che lo allevano, come abbiamo altre volte osservato, è un “topos” assai diffuso, attribuito a molti personaggi famosi, da Mosè a Sargon di Accad, a Ciro il Grande di Persia.

7) secondo Dionisio di Alicarnasso la cesta abbattutasi in un sasso si rovesciò così che i pargoletti ne furono sbalzati fuori e così li rivenne la lupa, la quale non solo li allattò, ma li pulì con la lingua del fango di cui erano intrisi.

8) si tenga presente che il genere Ficus, appartenente alla famiglia botanica delle Moracee, comprende oltre 800 specie, distribuite in alcuni subgeneri, delle quali la maggior parte si trova in paesi tropicali o subtropicali. Tutte queste specie sono caratterizzate dall’avere un’infiorescenza, costituita da fiori piccolissimi e privi di petali, contenuta in un ricettacolo, infiorescenza che può venire impollinata solo da minuscoli insetti dell’ordine degli Imenotteri. Si noti però che per ciascuna specie di fico l’operazione può essere compiuta unicamente da una singola specie di imenottero, la cui femmina depone le proprie uova nel ricettacolo penetrando in esso attraverso l’ostìolo posto alla sua base. Questi insetti sono delle piccole vespe: l’impollinatrice del fico comune (Ficus carica) è la Blastophaga psenes, cha ha una lunghezza di soli 2 mm; dopo essere stata impollinata l’infiorescenza diviene un’infruttescenza, detta “siconio”, che è quello comunemente definito “fico”; quella della Ficus religiosa è la Blastophaga quadraticeps e quella della Ficus benghalensis è l’Euprestina Masoni.

9) il “Baghavad Gita” è l’esposizione in versi degli insegnamenti di Krishna, una delle incarnazioni di Vishnu, all’eroe Arjuna. Esso occupa una parte del sesto libro (700 versi distribuiti in 18 capitoli) del “Mahabaratha”, il grande poema epico indiano in 18 libri (“parvan”), in cui si narra la storia mitica dell’India antica. E’ uno dei testi fondamentali, anzi forse il più importante, della corrente indù visnuita, quella che considera Vishnù il signore dell’Universo, e pone l’accento sulla devozione verso di lui e la compassione per tutti gli esseri.

10) il termine preciso impiegato nei testi indiani è “guna”: con tale vocabolo si intendevano in principio le modalità della materia, ma in seguito, specie nell’ambito delle scuole “vsinuite” (cioè quelle che pongono Visnù come figura centrale e personificazione dell’Assoluto, concepito in forma personale), esso è passato a indicare le disposizioni fisiche e psicologiche che determinano le scelte e i comportamenti degli individui, e che devono pertanto essere dominate e disciplinate per conseguire l’unione con Dio e la salvezza.

11) la notizia, proveniente da fonti buddiste avverse a Sisanka, -tra cui lo Hiuen-Tsang citato poco oltre nel testo-, non è però certa.

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