"Spesso il male di vivere ho incontrato…"; "La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo"; "Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum"; "Sapientia sola libertas"

LA LENTE DI NIMRUD

La cosiddetta “lente di Nimrud” è un pezzo di cristallo di rocca molato che fu ritrovato nel 1850 dall’archeologo inglese Austen Henry Layard nel palazzo reale di Nimrud, antica città cittù dell’Assiria, nell’attuale Iraq. Il nome autentico della città di Nimrud era Kalkhu, o Kalah, ma essa fu così chiamata dagli Arabi dal nome del personaggio biblico, figlio di Kush e nipote di Cam, mitico cacciatore e fondatore di un regno in Mesopotamia, citato nella Genesi; questa città divenne capitale dell’Assiria nell’880 a.C. circa, per oprea di re ASSURNASIRPAL, e tale rimase fino al 706 a.c. allorchè Sargon II riportò la capitale a Ninive.

Questo pezzo di cristallo è semplice in apparenza, ma in realtà assai enigmatico: dapprima si credette che fosse una lente utilizzata per accendere fuochi sfruttando la luce solare concentrata in un punto; ma poi si ritenne che fosse stata adibita pure a ben altri impieghi: dall’uso come lente di ingrandimento a quello di ausilio ottico per chi avesse problemi di vista; ma soprattutto si è ipotizzato che potesse essere parte integrante di uno strumento astronomico creato quasi 3.000 anni fa.

Pare infatti che la lente risalga ad un periodo compreso tra il 900 e il 700 a. C.: essa dispone di superfici convesse, di forma lievemente ovale, con dimensioni di 35×41 mm, per uno spessore di 6 millimetri, ed ha una lunghezza focale di circa 10 centimetri. Attualmente è custodita al British Museum di Londra.

L’ipotesi che potesse trattarsi di una lente di ingrandimento venne proposta inizialmente da David Brewer quando l’artefatto fu portato in Inghilterra: infatti si pensò che uno strumento che migliorasse la visibilità di oggetti di piccole dimensioni sarebbe statto alquanto utile per la stesura e la lettura delle minuscole incisioni cuneiformi sulle tavolette di argilla usate dagli scribi assiri. Pure il suo impiego come “accendino solare”  è una ipotesi plausibile, e non sarebbe il primo caso nella storia: nel’antichità venivano usati talvolta perfino frammenti di ghiaccio per innescare piccoli fuochi, sfruttando il loro “effetto lente” per concentrare i raggi solari su un mucchietto di erba secca o di ramoscelli.

Se queste due ipotesi risultano essere valide ed accettabili per l’archeologia accademica, molto più difficile e problematico da accettare è invece il possibile utilizzo della lente per la costruzione di uno strumento astronomico. Il professor Giovanni Pettinato (1934-2011).-illustre assiriologo italiano-, pone tuttavia la seguente obiezione: com’è possibile che gli Assiri abbiano descritto il pianeta Saturno come un dio circondato da un anello di serpenti? Saturno è infatti visibile ad occhio nudo sulla volta celeste, ma con molta difficoltà: anche nelle limpide notti, -non ancora turbate dall’inquinamento luminoso dei giorni nostri-, che scendevano placidamente nella terra dei due fiumi in quei tempi, esso poteva apparire solo come un puntino luminoso indistinguibile dalle stelle che lo circondano; soltanto l’osservazione con un telescopio permette di far notare la serie di anelli che avvolgono il gigante gassoso.

Gli studiosi più accreditati del mondo mesopotamico negano però che tale decrizione di Saturno rappresenti una prova di tale eventualità, sia perchè gli Assiri avrebbero visto serpenti dappertutto, dato il significato simbolico-mistico connesso all’immagine del serpente, sia perchè nelle tavolette di argilla ritrovate e tradotte o nei testi epigrafici non si farebbe cenno ad alcuno strumento astronomico.

Nell’antichita’ infatti si è talvolta fatto ricorso a rudimentali strumenti astronomici, quali ad esempio tubi di legno o di carta, antesignani dei cannocchiali, che venivano utilizzati per eliminare o ridurre la luminosità delle stelle circostanti per concentrarsi nell’osservazione di corpi celesti deboli.

Tuttavia la qualità di questo cristallo non è tale da poter essere ritenuta adeguata per uno strumento astronomico: infatti la rifrazione della luce è imprecisa e sono presenti almeno due fuochi, il più luminoso dei quali è osservabile a una distanza di circa 11 centimetri. L’analisi al micriscopio ha inoltre rivelato che la molatura della lente è rozza, con numerosi graffi che ne diminuiscono notevolmente la trasparenza e la rendono poco adatta ad essere usata come lente per telescopio (sebbene si potrebbe pensare che i graffi siano stati fatti in età successiva alla sua fabbricazione).

Si tornerebbe quindi all’ipotesi che fosse adoperata come lente di ingrandimento, oppure come una sorta di monocolo a beneficio di chi avesse problemi di vista.

Pur non avendo mai visto dal vero questa lente -ma solo in fotografie, per di più poco chiare, come quella allegata all’articolo-, avanzerei un’altra ipotesi circa il suo possibile impiego: a mio parere è verosimile che potesse essere impiegata come strumento divinatorio, cioè come le attuali “sfere di cristallo”, fissando le quali si dovrebbe entrare in uno stato semi-ipnotico, nel quale poter avere delle visioni premonitrici.

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