OSSERVAZIONI SULLA NASCITA DEL CRISTIANESIMO (terza parte)

Al fine di esaminare la situazione sociale e religiosa della Palestina, e in particolare della Giudea, tra il I sec. a. C. e il primo d. C., appare utile, anzi indispensabile, dare alcuni ragguagli sulle principali correnti religiose del giudaismo di quei tempi. Anche su tale argomento la nostra principale fonte di informazione sono le opere storiche di Flavio Giuseppe, la “Guerra giudaica”, in sette libri, scritta dapprima in aramaico e poi tradotta in greco-, e le “Antichità giudaiche”, in venti libri. La prima di queste opere tratta in particolare delle guerra sostenuta dai Giudei contro i Romani, scatenata dalla rivolta scoppiata nel 66 e conclusasi nel 70, ma la narrazione di questa è preceduta dall’esposizione degli eventi da quando era iniziata la sollevazione dei Maccabei contro Antioco IV Epìfane; la seconda invece inizia con la creazione e narra tutta la storia del popolo ebraico fino alla rivolta del 66 e della conseguente guerra che costituisce la materia dell’opera precedente. Questi scritti avevano l’intento dichiarato di far conoscere a Greci e Romani la storia, la religione e la cultura ebraiche, che, al dire dell’autore, su tale argomento avevano notizie scarse ed imprecise, spesso inficiate da incomprensioni e pregiudizi. Nella redazione di esse l’autore si ispirò alla storiografia ellenica, in specie a Tucidide e a Dionisio di Alicarnasso, -dal quale riprese il titolo e il numero di libri della sua opera principale, nonché l’intonazione del proemio-; quanto alle sue fonti, oltre ai libri storici alla Bibbia, si segnala in particolare Nicola di Damasco (64 a. C. – primi anni del I sec. d. C.), che fu amico, consigliere e maestro di filosofia di Erode il Grande (e che dunque appare anch’egli tra i protagonisti degli eventi risalenti all’epoca di quest’ultimo), il quale aveva scritto una monumentale “Storia Universale” in 144 libri, andata in gran parte perduta e di cui rimangono solo frammenti, ma che, per quanto riguarda le vicende del regno giudaico da II sec. a. C.,  si può ricostruire grazie all’opera di Flavio Guseppe che ad essa largamente attinse (1).

Secondo lo storico ebreo, tre erano le scuole, che egli qualifica come “filosofiche”, -sia per farsi capire dal pubblico al quale si rivolgeva, ovvero a quello greco e romano, sia perché in effetti nell’età ellenistica la cultura ebraica aveva subito un’indubbia influenza del pensiero greco-, dominanti presso i Giudei: i Farisei, i Sadducei e gli Esseni (Bellum Iudaicum, II, 119-166); a queste tre però nelle “A. G.” aggiunge gli Zeloti, i seguaci di Giuda il Galileo, o il Gaulanita, i quali peraltro, più che una scuola religioso-filosofica, erano una sorta di partito politico che si proponeva di scalzare con le armi il predominio romano, -o di sovrani vassalli di Roma- in Palestina (dunque si potrebbero accostare agli “estremisti islamici” dei giorni nostri) e verso i quali il nostro nutre una profonda avversione, considerandoli responsabili della rovina del popolo ebraico durante la grande rivolta e poi la sanguinosa guerra scoppiata nel 66 e che si concluse con la distruzione, -sebbene non completa e definitiva- di Gerusalemme nel 70 (2)(3).

Ruderi della sinagoga di Cafarnao in Galilea.
Ruderi della sinagoga di Cafarnao in Galilea.

Lo storico giudeo, in base alle somiglianze che ravvisa nelle loro dottrine con quelle greche, paragona le tre principali scuole ebraiche, -Esseni, Farisei e Sadducei-, rispettivamente a Pitagorici, Stoici ed Epicurei.

Gli Esseni sono la scuola su cui a più a lungo si trattiene e verso la quale mostra una indubbia e sentita ammirazione. E in questi termini descrive i loro costumi, ispirati ad un altissimo ideale etico, e le loro dottrine: “Essi respingono i piaceri come un male, mentre reputano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio è spregiato, e pertanto adottano i figli degli altri allorché siano ancora suscettibili di adattarsi alla loro severa disciplina e a dedicarsi allo studio, li considerano così persone di famiglia e li educano ai principi della loro dottrina. […] Non curano la ricchezza ed è mirabile il modo in cui praticano la comunità dei beni materiali, giacchè non si trova tra essi chi possieda più degli altri. Chi entra mette i suoi beni a disposizione della comunità, così che fra di essi non si vede né lo squallore della miseria, né il fasto della ricchezza”.

Tuttavia da quanto si ricava dallo stesso autore, sembrerebbe che in effetti oltre agli Esseni che vivevano in comunità che si possono definire di tipo monastico, in cui si praticava il celibato e la comunione dei beni, ne esistessero altri che conducevano la loro vita “nel mondo” e pur ispirandosi ai principi della scuola, non rifuggivano né dalla proprietà privata, -della quale però usavano con carità verso il prossimo e in particolare accogliendo nella loro casa e provvedendo a tutte le necessità dei confratelli che vi dovessero sostare-, né dal matrimonio, con il precipuo, anzi unico scopo, di perpetuare la setta.

L’autore prosegue dicendo che essi non vivevano in un unico centro, ma si trovavano in molte città, -non è chiaro se solo della Giudea, della Palestina in generale o pure di altre regioni-, e allorché presso qualcuno di loro giungeva altri appartenenti alla setta, li ospitavano mettendo a disposizione di costoro tutti i propri averi; che il loro gruppo aveva una rigida struttura gerarchica, articolata in quattro gradi, secondo dell’anzianità, e i neofiti erano tanto inferiori ai maestri, che se questi ultimi venivano a contatto con essi, si ritenevano contaminati e si sottoponevano a un lavacro purificatore. E dalla purezza, sia in senso morale e spirituale, sia in senso esteriore e fisico dovevano essere ossessionati, dato che ricorrevano a frequenti abluzioni.

Osservano con grande pietà e con maniacale precisione sia le norme proprie della legge mosaica, sia quelle della loro regola e si astengono da qualsiasi forma di violenza e respingono i sacrifici cruenti (sebbene Flavio Giuseppe e le altre fonti non lo dicano espressamente si presume che avessero un regime dietetico vegetariano); tuttavia è loro lecito difendersi dalla violenza altrui, per cui specie nel caso dovessero spostarsi in quelle regioni, che, come vedremo meglio in seguito, erano infestate da predoni e briganti di tutte le risme, portavano seco delle armi. Erano assai reputati come guaritori poiché conoscevano e studiavano le virtù delle piante e delle pietre, e vi erano pure alcuni che esercitavano la profezia e la veggenza.

Quanto alle concezioni metafisiche ed escatologiche, gli Esseni credevano che mentre i corpi sono corruttibili, e dopo la morte si scompongono nei loro elementi primari, le anime immortali vivono in eterno e scendendo dalle regioni dell’etere, rimangono impigliate nei corpi come dentro carceri quasi attratte da una sorte di incantesimo naturale. Ma quando siano sciolte dai vincoli terreni, come liberate da una diuturna schiavitù, allora godono di subita felicità e volano verso il Cielo. Con una concezione simile a quella dei figli dei Greci, essi credono che alle anime buone sia concesso il vivere al di là dell’oceano in un luogo che non è molestato dalla pioggia, né dalla neve, né dalla calura, ma ricreato da un soave zefiro che spira sempre dall’oceano; invece le anime dei malvagi sono destinate ad essere rinchiuse in un antro tenebroso, pieno di terribili supplizi senza fine.

Un’altra delle caratteristiche descritte da Flavio G. che avvicinano gli Esseni ai Pitagorici, oltre alla loro predilezione per le vesti bianche, è la loro consuetudine di rivolgere all’alba una preghiera al Sole, quasi per supplicarlo di sorgere. Per molti aspetti costoro potrebbero paragonarsi alle comunità di monaci buddisti, specie quelle più antiche e vicine agli insegnamenti di Gautama Siddharta, se non fosse che mentre questi ultimi ispiravano la loro dottrina e la loro prassi etica e salvifica alla reintegrazione con un principio superiore universale e impersonale, gli Esseni rimanevano fedeli all’esclusivista e “geloso” (come si definisce egli stesso in vai passi della Bibbia) dio ebraico.

Degli Esseni parlano anche altri autori antichi: Plinio il Vecchio nel quinto libro della Nat. Historia (quello che tratta della geografia dell’Asia), cap. 73, che si esprime su di essi con tono di sincera ammirazione e li descrive come una comunità -anzi a suo dire una popolazione- che ha rinunciato alle ricchezze e ai beni terreni, e pur non contando donne tra i suoi membri, si perpetuava attraverso il continuo afflusso di nuovi adepti.

Porfirio di Tiro, filosofo neoplatonico del III secolo dedica una lunga descrizione del loro modo di vivere nel suo trattato De Abstinentia (IV, 11-13), dove mostra un convinto apprezzamento per il loro ascetismo e la loro pietà. Egli riprende in gran parte le notizie date da Flavio Giuseppe, aggiungendovi però alcuni particolari come quelli relativi al loro frugale pasto comunitario e ai giuramenti che essi prestano, tra cui quello di non consumare altro cibo che non sia stato preparato e servito loro da altri membri della loro comunità, per cui quelli che per qualche ragione ne fossero stati espulsi, in forza del giuramento fatto che continuavano a ritenere valido si riducevano a nutrirsi di erbe e radici e non di rado a morire di fame.

Gli Esseni, specie dopo il ritrovamento di testi appartenenti alla loro setta, -o a sette ad essa simili- sono stati ritenuti il precedente immediato del cristianesimo, l'”humus” dal quale si sarebbe sviluppata la nuova religione. Tuttavia dobbiamo evidenziare alcuni caratteri della spiritualità essenica che si differenziano alquanto dai principi proclamati nei vangeli: innanzitutto lo spirito legalistico che li contraddistingueva, lo scrupoloso e maniacale rispetto per le norme della legge mosaica, superiore, a detta di Flavio Giuseppe, pure a quello dei Farisei; il carattere fortemente aristocratico della loro dottrina e della loro etica, che concepiva una netta distinzione tra Ebrei e Gentili, tra eletti e reprobi, e anche all’interno dei primi una rigida gerarchia; un nazionalismo etnico-religioso assai radicato, -pur se non fanatico e violento come quello degli Zeloti, e tale da escludere l’odio per l’avversario (che sarebbe stato in assoluto contrasto con la perfezione alla quale miravano)-, che portò molti Esseni a partecipare attivamente alle sollevazioni e alla guerra anti-romana (4). Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto in effetti lo storico sottolinea con ammirazione che quando erano presi prigionieri e sottoposti a torture non solo sopportavano con grande serenità le sofferenza, ma non mostravano avversione o recriminazione per i nemici (e quindi vi si può ravvisare un’etica del perdono, simile a quella cristiana e del tardo stoicismo). D’altro canto, la natura aristocratica della setta sarebbe limitata all’aspetto spirituale (ovvero la differenza tra gli individui consiste nel loro grado di evoluzione interiore e non in qualità esteriori, nello “spirito” e non nella “carne”) e quindi solo in apparenza sarebbe in contrasto con l’universalismo evangelico, il quale d’altra parte si esprime e si manifesta nella massima “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” -Matt. XXII, 14- (5).

Senza dubbio gli Esseni erano la corrente più mistica dell’ebraismo, ed avevano anche sviluppato, come si può osservare anche nei loro testi, un ricca e complessa angelologia, che risulta evidente in specie negli ampi frammenti di alcune opere ritrovati nella “biblioteca di Qumran”, quali il “primo libro di Henoch” (del quale abbiamo trattato diffusamente nella nona parte de “L’Asino e il Bue nel presepe” del 16 aprile 2016), il “Libro dei Giubilei” e il “Libro dei Giganti” (il quale ultimo è conosciuto solo dai papiri presenti nella raccolta). Data la sua particolarità, mi sembra opportuno soffermarsi su quest’ultimo testo, che peraltro secondo fondati ipotesi di studiosi moderni avrebbe fatto parte in origine del “libro di Henoch”. I “Giganti” -in ebraico “Nephilim”, termine che nella “Bibbia dei LXX” fu tradotto in greco con “γìγαντες”, e ei quali si precisa altresì che erano “uomini illustri (o forse meglio, tali da suscitare meraviglia)”- sono i figli che donne terrestri procrearono dopo essersi unite ad angeli discesi dal cielo (letteralmente “figli degli dei” Bene ha-Elohim), secondo quanto è narrato nel libro della Genesi, VI, 1-8. I “figli degli dei (o di Dio)” come viene detto anche nella prima parte del “primo libro di Henoch”, una volta scesi sulla terra insegnarono agli uomini, la lavorazione dei metalli, l’astronomia e la magia (e dunque apportarono un avanzamento nello sviluppo dell’umanità ancora allo stadio agricolo-pastorale; per i loro legami con la metallurgia, l’architettura e le altre arti ricordano i Dattili Idei e i Cabiri della mitologia greca -dei quali abbiamo parlato nella quarta parte di “Le Amazzoni, guerriere della Luna” del 17 ottobre 2015).

La premessa di quanto viene detto nel “libro dei Giganti” è nel “Libro dei Vigilanti” la prima parte del “libro di Henoch”, ove al capo degli angeli ribelli Shemyaza si attribuisce l’idea di un connubio tra angeli ed esseri umani, che mescolasse le due razze; gli angeli avendo visto dal Cielo la bellezza delle figlie degli uomini si invaghirono di loro e a tal fine duecento di loro scesero sulla terra e le sposarono: il risultato di tale connubio furono i Giganti, esseri dalla statura gigantesca pari a 3.000 cubiti (circa 1.570 m).

Per quanto sia difficile ricostruire il testo a causa del cattivo stato dei frammenti papiracei, nelle grandi linee la trama della narrazione è la seguente: gli angeli disobbedienti a Dio discendono sulla Terra, portandovi la conoscenza, ma anche la rovina (che è l’effetto della conoscenza non illuminata dalla saggezza); essi approfittano della fecondità della terra; duecento angeli scelgono diversi animali, tra i quali presumibilmente anche uomini, per compiere quelle che in termini moderni si potrebbero definire “manipolazioni genetiche”; la conseguenza delle imprese degli angeli è la nascita di esseri mostruosi. A questo punto però gli angeli caduti cominciano ad essere turbati da una serie di inquietanti sogni e visioni. Mahaway, il figlio dell’angelo Barakel, narra il suo sogno ai giganti: egli ha visto una tavoletta (di argilla, o di legno incerata?) su cui è scritta una lista di nomi che viene immersa nell’acqua; e quando riemerge sono rimasti in essa solo tre nomi, mentre gli altri ne sono stati cancellati. L’interpretazione che i Giganti danno del sogno che giungerà un diluvio da cui si salveranno solo Noè e i suoi tre figli.

I Giganti allora si rendono conto del loro errore nel voler combattere contro la volontà celeste: tra coloro che esprimono le proprie considerazioni appare, oltre a Ohya e Hahya, figli di Shemyaza, anche Gilgamesh, il quale è il protagonista della più famosa opera della letteratura mesopotamica, l”Epopea di Gilgamesh”(6). Anche Ohya ha una visione nella quale a un albero vengono recise tutte le radici, meno tre: visione che ha il medesimo significato della precedente.

Dopo aver avuto altre visioni, oscure, ma certo presagio di sventura, gli angeli e i giganti decidono di mandare Mahaway a consultare Henoch, -il quale, come si dice nel libro a lui attribuito era stato assunto nel cielo più alto, per cui l’angelo deve attraversare spazi cosmici, luoghi desolati e affrontare esseri strani-, sul significato di esse, dopo di che torna sulla terra. Henoch manda una tavoletta con il suo responso severo, ma addolcito dalla speranza di pentimento e redenzione.

Osserviamo che questi esseri mostrano affinità da un lato con i Giganti della mitologia greca, che Gaia partorì dopo essere stata fecondata dal sangue di Urano evirato da Crono; dall’altro con gli “eroi”, la generazione di umani venuta dall’unione degli dei con gli uomini propria dell'”età del ferro”, -accostamento suggerito anche dalla “Genesi” che qualifica i Giganti come “uomini di singolari qualità” (ονoμαστoì).

Nella biblioteca di Qumran sono compresi, oltre a molti testi della Bibbia, canonici ed apocrifi, un notevole numero di scritti astrologici e zodiacali, e documenti che trattano di calcoli cronografici, da cui si ricava che la setta seguiva un proprio calendario solare che veniva armonizzato con il calendario ebraico e siriaco lunisolare. Particolare importanza hanno poi diversi scritti che illustrano le regole della comunità.

Ricostruzione del palazzo degli Asmonei a Gerusalemme.
Ricostruzione del palazzo degli Asmonei a Gerusalemme.

Flavio Giuseppe tramanda (Ant. Giud., XV, 371-379) che Erode teneva gli Esseni in alta considerazione, soprattutto perché durante la sua gioventù uno di essi, un certo Menaem, che godeva fama di santità e di possedere virtù profetiche, gli aveva predetto che sarebbe divenuto re. Erode sul momento non aveva dato grande importanza alla profezia, poiché ancora le sue condizioni di fortuna e la sua ambizione non lo avevano portato a concepire una tale speranza; ma in seguito con il progredire dei suoi successi la prospettiva cominciò ad apparirgli sempre più probabile e si ricordò delle parole dell’Esseno.

Assai minore spazio FG dedica alle altre scuole giudaiche: dei Farisei afferma che essi godevano fama di essere i più autorevoli interpreti della Legge e che attribuivano tutti gli eventi al destino e a Dio (“ritengono che ogni cosa sia governata dal destino, ma non negano che pure la volontà umana abbia il suo potere, essendo piaciuto a Dio che … il volere dell’uomo, con le sue virtù e i suoi vizi, fosse ammesso nella sala del destino”)(7), ovvero che alcuni eventi avvengono per decreto del destino altri invece dipendono dagli uomini; che credevano nell’immortalità dell’anima, e che dopo la morte fisica vi siano ricompense o punizioni per coloro che seguirono la virtù o il vizio: l’anima dei buoni si incarna in un altro corpo, mentre a quella dei malvagi è dato in sorte un eterno castigo. Essi erano indubbiamente la scuola che esercitava la maggiore influenza sulla società giudaica e che era più ascoltata dal popolo, nonché i custodi della tradizione e dell’ortodossia, tanto che tutti i riti della religione ebraica erano eseguiti conforme ai loro insegnamenti e alle loro disposizioni.

Dei Sadducei predica che essi negavano del tutto l’azione del destino sulla vita umana e sostenevano che tutte le situazioni e gli eventi in cui gli uomini vengano a trovarsi sono la conseguenza delle loro scelte e che essi subiscono gli strali della sfortuna a causa della loro imprudenza e irriflessività; negavano altresì la “teodicea”, la “giustizia divina” (ovvero l’idea che pure gli eventi negativi, dolorosi e luttuosi possano avere una finalità buona, pur se l’uomo non riesce a comprenderla e anche attraverso un male si possa costruire un bene); affermavano anzi non essere in potere degli uomini la scelta del bene o del male poiché ciascuno si dirige verso l’uno o verso l’altro secondo il suo volere -o forse sarebbe più esatto dire secondo il suo desiderio-. Negavano altresì la sopravvivenza dell’anima e le retribuzioni e le pene nell’al di là e si limitavano ad osservare la legge mosaica, senza seguire le tradizioni, i commenti e gli insegnamenti accessori che si erano andati via via aggiungendo ad essa.

Flavio Giuseppe aggiunge anche che mentre i Farisei erano legati da un legame di scambievole fratellanza, i Sadducei pure tra di essi si mostravano alquanto aspri, poco meno che con gli estranei alla loro setta; d’altra parte l’autore rileva che qualora fossero investiti di un’autorità religiosa o civile, sottoponevano le loro decisioni all’approvazione dei Farisei, dal momento che sapevano che altrimenti non sarebbero state accettate dal popolo.

Si potrebbe inferire che i Sadducei rappresentavano lo strato più antico dell’ebraismo legato al salomonico “Tempio di Gerusalemme” e riflettevano le originarie concezioni ideologiche ed etiche dell’antico regno ebraico, che si incentrava in sostanza sulla legge mosaica, senza indulgere a speculazioni metafisiche. Come attesta lo stesso Flavio Giuseppe, essi non accettavano la Tradizione orale che si era venuta formando nel periodo esilico e post-esilico e che interpretava e integrava la Legge scritta, la “Torah”: Il fatto che siano descritti come i più aperti e disponibili ad accettare i costumi e le innovazioni venuti dall’ellenismo, per quanto potessero conciliarsi ed adattarsi con la legge mosaica, potrebbe sembrare in contraddizione con la loro dottrina, ma in realtà proprio il fatto che non fossero influenzati, o in modesta misura, dalle tradizioni religiose posteriori, e in pratica fossero fedeli solo al nucleo originario degli insegnamenti giudaici, che in fondo avevano carattere più pratico che spirituale, aveva favorito la loro accettazione del nuovo clima culturale, e una sorta di separazione tra spirito religioso, vita civile e attività politica. Da questo derivava la loro posizione nei riguardi della monarchia erodiana, -della quale erano i principali sostenitori-, e del dominio romano, che ritenevano legittimo se non interferiva e non metteva in discussione la loro autorità e le loro prerogative religiose.

Di queste tre scuole, -che peraltro quasi certamente erano articolate al loro interno in ulteriori indirizzi-, non si ha notizia prima dell’epoca dei Maccabei, nel II se. a. C., per cui si ritiene che siano nate in quell’epoca, rispondendo sia a differenze dottrinali che si erano sviluppate all’interno dell’ebraismo post-esilico, sia a diverse soluzioni nei rapporti con il mondo ellenistico in cui ormai la Palestina e i Giudei erano inseriti, non tanto nelle sue espressioni filosofiche e spirituali che furono ampiamente recepite, specie per il tramite dei Giudei di Alessandria d’Egitto, -dove la comunità ebraica era seconda solo ai Greci e dove si ebbe un fecondo scambio tra i due ambiti culturali-, quanto negli aspetti pratici, negli usi e costumi e nelle relazioni con i sovrani ellenistici e le istituzioni politiche e amministrative da costoro introdotte.

Vasca marmorea proveniente dal palazzo di Erode il Grande.
Vasca marmorea proveniente dal palazzo di Erode il Grande.

Esse dunque sono una testimonianza dell’incontro-scontro con la civiltà ellenistica e delle relazioni oscillanti con quest’ultima: se per quanto riguarda le concezioni antropologiche, psicologiche ed escatologiche (destino, anima, sorte ultraterrena) si manifesta una indubbia influenza della filosofia greca, -specie delle scuole post-aristoteliche, quelle più preoccupate della soluzione dei problemi esistenziali dell’uomo (scetticismo, epicureismo, cinismo, stoicismo), ma pure della spiritualità orfico-pitagorica-, nello stesso tempo si evidenzia la forte preoccupazione di difendere la tradizionale concezione teologica ebraica, ovvero quella di Jahwè come dio nazionale d’Israele. Pertanto le “elites” sacerdotali e intellettuali giudaiche, consce della limitatezza e rozzezza dottrinale di codesta idea di Dio, si sforzano di fare in qualche modo del “loro” dio un principio universale, pur se personale, paragonabile e identificabile a quello concepito dalla filosofia ellenica (specie aristotelica e stoica); peraltro questo tentativo di conciliare la concezione etnico-nazionalistica ebraica con la nozione greca di “essere assoluto”, “atto puro” e “sommo bene” appare nel complesso piuttosto faticoso e spesso incoerente (8).

In sintesi si potrebbe anche dire che gli Esseni rappresentavano l’ala mistica dell’Ebraismo; i Farisei quella legalistica e rigoristica, intransigente custode della legge mosaica e delle sue interpretazioni consolidate sull’autorità dei maestri ortodossi; e i Sadducei quelli che in termini moderni si definirebbero “aperti al dialogo” e ad accettare tutti gli aspetti della cultura greco-romana che non fossero decisamente incompatibili con la legge mosaica.

Dopo che la Giudea nel 161 a. C. si era resa indipendente dal dominio seleucide in seguito alla rivolta guidata dai fratelli Maccabei, i Farisei, in quanto depositari e custodi della tradizione consolidatasi nell’ultima fase del regno di Giuda, nell’esilio babilonese e nel post-esilio, godettero di una notevole autorità e influenza; ma quando Alessandro Ianneo, figlio di Giovanni Ircano I, succeduto al fratello Aristòbulo nel 103 a. C. nelle cariche di sommo sacerdote e di etnarca, decise di assumere formalmente il titolo di re di Giudea, la maggior parte dei Farisei manifestò una forte contrarietà e diede inizio a una ribellione, che si concluse con la condanna a morte di ben 6.000 di essi. A causa di questa persecuzione migliaia di Farisei si rifugiarono nel deserto oltre il Giordano e il Mar Morto: da costoro derivarono alcune comunità religiose, tra le quali probabilmente quella degli Esseni.

Pertanto sotto il governo di Alessandro Ianneo, che durò fino al 76 a. C. prese il sopravvento la corrente rivale dei Sadducei. Con l’avvento al trono della regina Salomè Alessandra, che era stata moglie prima di Aristobulo e poi di Ianneo, la situazione cambiò di nuovo ed ella si mostrò favorevole ai Farisei, i quali da allora divennero la fazione più importante in Giudea, sebbene dopo la morte di Alessandra i Sadducei avessero riguadagnato una parte del potere perduto. Infatti quando alla defunta sovrana succedettero i due figli, Giovanni Ircano II, il quale già deteneva il sommo sacerdozio, e Aristobulo II, i quali si contesero il titolo regale, sembra che le due principali fazioni dei Farisei e dei Sadducei sostenessero i diritti rispettivamente del primo e del secondo. Dopo la conquista della Palestina da parte di Pompeo nel 63, questi abolì il titolo regale e il governo della Giudea fu affidato al sommo sacerdote Ircano II sotto la tutela della Repubblica Romana.

Alle tre scuole sopraddette Flavio Giuseppe nelle Antichità Giudaiche aggiunge quella degli Zeloti, alla quale peraltro dedica solo un breve accenno in Ant. Giud. XVIII, 23, dove afferma che il Giuda il Galileo si pose come guida di una quarta “filosofia”, che peraltro a suo dire avrebbe concordato nelle linee generali con quella farisaica, salvo il fatto  che costoro sarebbero stati animati da un ardente amore per la libertà e riconoscevano solo Dio come loro signore e padrone. Con queste parole lo storico voleva significare che essi non accettavano né il dominio romano diretto, né quello dei sovrani vassalli di Roma, -come gli Erodiadi-. Ed in effetti questo Giuda il Galileo, o Giuda il Gaulanita, o Giuda di Gàmala (al quale già abbiamo accennato nella prima parte della presente ricerca) era uno dei tanti autoproclamatasi “messia” sorti in quel periodo in Palestina che ambivano a restaurare uno stato ebraico indipendente e teocratico, in cui si sarebbe dovuto incarnare lo spirito dell’antico profetismo e realizzare il regno di dio sulla Terra.

Il nome “Zeloti” deriva con tutta evidenza dal greco “ζηλoς”, che ha il significato primario di “ardore, ammirazione, trasporto”, da cui il senso derivato di “emulazione, competitività”, e in negativo di “gelosia, invidia”; esso fu scelto per tradurre l’ebraico “qannah”, e “qannahim” divenne “zelotes”, per esprimere l'”ardore”, e quindi il fanatismo nazionalistico dei seguaci della setta; ma in altro senso, -attestato nella traduzione greca della Bibbia dei LXX, e nei libri dei Maccabei-, era usato con il valore di “gelosia”, inteso come sentimento di possesso esclusivistico: in Esodo, XX, 5 il dio ebraico si definisce “Theos zelotes” (“dio geloso”), mentre nel I libro dei Maccabei, II, 50 viene usato il verbo “ζηλoω”, derivato dal sostantivo, “zelòsate toi nomoi”, siate gelosi della legge (divina).

Flavio Giuseppe asserisce che il vento della ribellione anti-romana, -che pure non mancava certo neppure prima-, cominciò ad affliggere la nazione e a guadagnare seguaci anche in ambienti prima ad esso estranei dopo che il procuratore Gessio Floro, in carica dal 62 al 66, con i suoi soprusi e le sue prepotenze scatenò la rivolta con la conseguente guerra che avrebbe portato alla rovina la nazione ebraica (9).

Di Giuda il Galileo l’autore aveva parlato in AG, XVII, 271-273, dicendo che egli era figlio del capo-bandito Ezechia, che era stato catturato con fatica da Erode all’inizio del suo regno nel 37 a. C. Egli aveva organizzato una rivolta nel 6 d. C. quando il proconsole di Siria, P. Sulpicio Quirinio, -dal quale dipendeva allora la Giudea, dopo che Archelao era stato mandato in esilio da Augusto- aveva indetto il censimento (i censimenti che erano effettuati al fine di determinare le tasse, erano non di rado occasione nelle province di insurrezioni contro il dominio romano). A tal fine aveva radunato nella città galilea di Sepphoris una numerosa banda di uomini spietati e disperati che diedero molto filo da torcere alle truppe romane.

Ma esisteva un’ala ancora più estremista e fanatica degli Zeloti, i cui membri erano detti con termine latino “sicarii” (da “sica” il corto pugnale ricurvo che essi usavano per compiere i loro misfatti), erano feroci criminali che combattevano con spietata violenza non solo i Romani, gli stranieri e gli ellenizzati, ma anche tutti coloro che essi ritenevano “collaborazionisti”, veri o presunti che fossero, e che si resero responsabili, -come attesta lo stesso Flavio Giuseppe-, di molti crimini durante la rivolta e la guerra contro i Romani, esacerbando così la reazione di questi ultimi. Da tale gruppo deriva il significato che tuttora conserva il termine “sicario” di assassino prezzolato.

Sembra che alla setta degli Zeloti appartenesse uno dei dodici apostoli elencati nei vangeli sinottici (Matt. X, 2-4; Marco, III, 13-19; Luca, VI, 14-16), e precisamente Simone (da non confondere nè con Simon Pietro, né con il “fratello di Gesù” citato in Marco, VI, 3)), che nel vangelo di Luca è espressamente indicato come “Simone chiamato lo Zelota”, mentre gli altri evangelisti lo qualificano come “Cananita” che è da intendersi come forma ellenizzata di “qannahi”, e dunque ha il medesimo significato (10).

E’ oltremodo interessante osservare come, da quanto afferma il famoso storico, in quel periodo nell’ebraismo religioso non esistesse per nulla il concetto, -che sarai poi tragicamente presente nel cristianesimo- di eresia, dato che convivevano in modo pacifico dottrine metafisiche e interpretazioni diverse della religione senza reciproche scomuniche, -per quanto i seguaci delle diverse scuole fossero in genere piuttosto ostili a quelli delle altre-. Si potrebbe concludere che, “mutatis mutandis” questa situazione presenta analogie con l’induismo: infatti anche in questa religione convivono correnti, scuole e sette -molto più numerose e articolate che nell’ebraismo-, che, pur richiamandosi ad alcuni principi metafisici e dottrinali comuni, li hanno sviluppati in forme alquanto diverse e talora contrastanti, pur se non si è mai verificata la predominanza di una che si sia definita “ortodossa” e abbia condannato e perseguitato le altre come “eretiche” (11).

Un’altra osservazione che non possiamo fare a meno di formulare al riguardo delle scuole, -o sette-, ebraiche, è il loro carattere spiccatamente maschilista: infatti, mentre nelle altre religioni era riservato uno spazio anche alla donna, sia pure in posizione subordinata all’uomo, poiché esistevano sacerdozi femminili, anche di una certa importanza (basti pensare alle Vestali romane o alle “Divine Adoratrici di Ammone” in Egitto), nella religione ebraica la donna non era ammessa in alcun modo, neppure per funzioni secondarie, alle celebrazioni rituali, né tanto meno allo studio e all’esegesi dei testi sacri (12). E anche gli Esseni, che pure coltivavano un’etica e una spiritualità così elevate, non si mostravano in questo punto meno prevenuti degli altri.

CONTINUA NELLA QUARTA PARTE

Note

1)altre notizia sulla Palestina tra il I sec. a. C. e il I d. C. si possono trovare negli “Annales” e soprattutto nelle “Historiae” di Tacito, nelle vite di Vespasiano e di Tito di Svetonio e nei libri LXVI e LXVII della “Storia Romana” di Dione Cassio Cocceiano.

2) Farisei deriva probabilmente dall’ebraico “farush” = separato, distinto; “Sadducei” dall’aggettivo “sadiq” = giusto, ovvero dal nome del sommo sacerdote Sadòq (o Sadòc) che aveva consacrato re Salomone (vedi primo libro dei Re, I, 38-40; 1Cronache, XXIX, 22). Quanto agli Esseni, l’etimologia del nome è del tutto incerta, ma attraente è l’ipotesi formulata da Dupont-Sommer che tale denominazione sia da connettere con “hesah” (partito, scelta) che corrisponderebbe al greco “hairesis”, con il medesimo significato, per cui Esseni significherebbe “eretici”, coloro che avevano operato una “scelta”, una peculiare interpretazione della dottrina giudaica e la conseguente scelta di vita che ne derivava.

3) si tenga presente che nel mondo antico, e in parte anche nel ME e nell’età moderna, almeno fino al XVII secolo, la “filosofia” non era una semplice attività intellettuale, un’elaborazione puramente teoretica, ma era anche e soprattutto un modo di vivere e la riflessione sui grandi quesiti dell’esistenza e il significato del mondo e dell’uomo aveva lo scopo di dare un orientamento al proprio modo di essere. Per questo le scuole filosofiche antiche avevano il carattere almeno in parte di gruppi spirituali (basti pensare, per citare gli esempi più celebri, all’Accademia di Platone, al Liceo di Aristotele, alla Stoà di Zenone, per non parlare delle comunità dei Pitagorici). E ai seguaci di queste scuole venivano equiparati i “saggi” delle altre popolazioni e civiltà con i quali i Greci erano venuti in contatto -i sacerdoti egizi, i magi persiani, i gimnosofisti e i bramani indiani, i druidi celtici, ecc.-, considerati i rappresentanti di una sapienza “barbara”, nella quale si era manifestato lo Spirito universale e dai quali sostenevano che spesso anche i filosofi greci fossero stati influenzati (si veda quanto è detto da Platone nel Timeo).

4) si confronti ad es, il brano in cui GC in risposta a coloro che l’avvertono che sua madre e i suoi fratelli (su chi fossero i fratelli di Gesù lo vedremo nel seguito della nostra ricerca) lo stavano cercando, esclama: “Chi sono mia madre e i miei fratelli?”[…]”Chiunque fa la volontà di Dio, questi mi è fratello, sorella e madre!”, che denota come il conseguimento di una condizione spirituale beatifica e “divina” sia del tutto indipendente dall’osservanza formale di norme esteriori, e ancor più dall’appartenenza ad una data stirpe -e dunque gli “eletti” lo sono solo per le loro virtù e qualità interiori e non certo per la provenienza etnica-.

5) si confronti Platone, Fedone, 69d: “Molti sono coloro che portano ferule; ma pochi i “Bacchi””, affermazione con la quale Socrate vuole intendere che molti sono coloro che professano interesse ed amore per la saggezza, ma pochi sono gli autentici “filosofi”, che incentrano la loro vita sulla ricerca del vero e cercano di esercitare la virtù. L’accostamento tra la massima evangelica e la citazione platonica fu fatto già da Clemente di Alessandria (Stròmata, I, 19) che voleva sottolineare la convergenza tra filosofia greca e rivelazione ebraica.

6) in effetti secondo la tradizione babilonese anche l’eroe mesopotamico era il frutto del connubio tra la dea Ninsun e un sacerdote, e dunque tra un’entità celeste e un umano, pur se a differenza dei Giganti la discendenza divina gli veniva dalla madre e non dal padre. Inoltre egli visse dopo il diluvio, -anzi egli si reca dopo un periglioso viaggio nell’isola di Dilmun, dove nasceva il Sole, per consultare Utanapishtim, il Noè babilonese, al quale gli dei avevano concesso la vita eterna-.

7) si confronti in proposito il mito mesopotamico di “Anzu e le tavole del destino”, di cui abbiamo parlato nella seconda parte dell’articolo sugli “Uccelli nel mito – Simurgh”, del 7 giugno 2014, dove si riscontra una concezione simile del destino -propria di molte popolazioni semitiche- che è stabilito su apposite tavole custodite nella “Sala del Destino”. L’uccello Anzu ruba le tavole, divenendo così momentaneamente signore del destino, fino a che il dio Ninurta, -o Marduk in altre versioni-, non riesce a recuperarle e a riportle agli dei.

8) il tentativo di promuovere un’evoluzione del “dio nazionale ebraico” a “dio universale” era peraltro iniziato già durante l’esilio mesopotamico, quando, dopo la fine dell’indipendenza politica, si cercò di rielaborare e di dare un nuovo assetto all’ideologia ebraica, così che da puro culto di uno stato che non esisteva più essa cominciò a trasformarsi in una vera religione in cui era presente un legame personale del fedele con la divinità, pur rimanendo di gran lunga prevalente l’aspetto etnico e comunitario.

9) gli Zeloti, o almeno le fazioni più violente di essi, possono paragonarsi ai moderni terroristi che si ispirano al fondamentalismo islamico.

10) una testimonianza di una possibile vicinanza degli apostoli alle idee e alla prassi degli zeloti, se non una loro vera e propria appartenenza a questo movimento è stata vista dalla critica in un passo del vangelo di Luca, IX, 51-56: in esso si narra che GC mandò dei messaggeri (e già è piuttosto strano che un umile figlio di falegname disponesse di messaggeri) in una borgata di Samaritani -che i giudei consideravano alla stregua dei “gentili”- per chiedere che vi venisse ospitato, ma costoro rifiutarono. In seguito a questa risposta negativa, due discepoli (Giacomo e Giovanni) proposero al loro maestro di far scendere un fuoco dal cielo per consumarli. Secondo alcuni esegeti moderni in realtà la vera proposta sarebbe consistita non nel richiedere una punizione celeste, -richiesta che peraltro viene stigmatizzata dal Cristo-, ma nel fare essi stessi una “spedizione punitiva” nel borgo che aveva ricusato di riceverli, in puro stile zelotico, in aperto contrasto con l’etica del perdono, dell’amare i nemici e del ripudio della vendetta proclamata dal loro maestro in molti suoi sermoni (a cui però fanno da contraltare le dure condanne e minacce di castighi terreni e ultraterreni contro farisei ipocriti e peccatori contenute in diversi altri passi evangelici -e che sono uno dei molti elementi di contraddizione, -o comunque di profonde diversità-, che abbiamo rilevato nella nostra ricerca). Secondo queste interpretazioni infatti, -come peraltro abbiamo già detto nella prima parte della presente trattazione-, il carattere originario del “Cristo” e il contenuto della sua predicazione sarebbe stato tutt’altro che pacifico ed ecumenico, ma prettamente politico e nazionalistico, -quindi di stampo zelota-. La figura originaria di GC, o di uno dei personaggi sui quali venne costruita la figura poi tramandata dal cristianesimo, sarebbe poi stata profondamente modificata da Paolo di Tarso, o da qualche altro ellenista, per farne un redentore mistico di tutta l’umanità. E’ chiaro però che si accetta l’ipotesi di GC capo di una setta zelotica, cadono miseramente le fondamenta stesse del cristianesimo, poiché o egli era un mediocre rivoluzionario, o era il salvatore del mondo, e le due cose non possono coesistere (come pretendono assurdamente i “teologi della liberazione”). Inoltre, -a parte l’acceso nazionalismo, inconciliabile con l’universalismo ellenistico e cristiano-, gli Zeloti non miravano affatto ad instaurare una società ugualitaria. Altri famosi passi evangelici che esprimono o riflettono una polemica contro gli Zeloti (ma anche contro tutti coloro che si ispiravano al messianismo nazionalistico giudaico) sono: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” di Matt. XXII, 21, Marco, XII, 17 e Luca, XX, 25, consiglio, anzi comandamento, espresso anche nello gnostico “Vangelo di Tommaso”(loghion 100), nel quale però viene aggiunto un sibillino “e a me ciò che è mio”; l’esortazione ad amare i nemici (da intendere primariamente come i nemici -o presunti tali- dei Giudei): “Avete udito che fu detto: amerai il prossimo e odierai il tuo nemico. Io invece dico a voi: amate i vostri nemici” in Matt. V, 43-44, e in forma più estesa in Luca, VI, 27-38, -in cui ovviamente per “prossimo” si intende il giudeo e per “nemici” i “gentili”-. E’ difficile dire se e quanto queste affermazioni risalgano ad uno degli strati originari dai quali si svilupparono le versioni canoniche dei vangeli, o vi furono poi interpolate, o modificate -da Paolo di Tarso e/o da altri-, per fare dei vangeli stessi il veicolo di una nuova religione salvifica universalistica e aperta in particolare a Greci e Romani -che per gli Ebrei ortodossi e in particolare per gli Zeloti erano i nemici per eccellenza-. Particolarmente significativa è la narrazione del processo davanti a Pilato: nei tre vangeli sinottici quest’ultimo chiede a GC. “Sei tu il re dei Giudei?” e la risposta è “Tu lo dici!”. Ed in effetti questa era l’accusa rivoltagli dai sacerdoti di volersi fare re di Giudea, o di tutta la Palestina e scacciare i Romani (come avevano tentato di fare molti altri sobillatori); essi anzi secondo Luca asserivano che avesse istigato a non corrispondere il tributo a Cesare. Ma nella versione data da Giovanni,-XVIII, 33-37- la risposta alla domanda è: “il regno che è mio non proviene da questo mondo”. Mentre le versioni sinottiche rivelano ancora una sorta di incertezza sul carattere della missione di Cristo e sulla natura stessa del personaggio, l’affermazione contenuta nel vangelo di Giovanni proclama in modo esplicito e inequivocabile il carattere spirituale della missione di Cristo e la totale estraneità all’idea di “messia” propria dei Giudei, ovvero di un “dux” anche e soprattutto politico, con la quale dunque si rileva e si sottolinea l’inconciliabilità. Tuttavia la questione è ancora più complessa perché, -come vedremo nel prosieguo della nostra trattazione-, secondo alcune ipotesi il “Gesù storico”, o uno dei possibili “Gesù storici”, avrebbe potuto essere un membro della famiglia di Erode il Grande, o addirittura uno dei suoi figli (che sono di certo più numerosi di quelli citati espressamente nelle fonti) -e dunque avrebbe davvero potuto avanzare, o essere indotto ad avanzare pretese al trono-; mentre secondo altre ipotesi sarebbe stato figlio di un soldato romano, o comunque di un “pagano” (ipotesi che non necessariamente esclude la precedente, dal momento che, come abbiamo già detto, il “Gesù dei vangeli -o della fede-” risulterebbe dalla confluenza di più personaggi storici, poi più o meno rielaborati e armonizzati, -ma non tanto da non mostrare parecchie oscurità e incongruenze-), e dunque non sarebbe stato un vero ebreo -come d’altro canto era considerato anche nella versione canonica, data la sua provenienza dalla Galilea-, il che spiegherebbe la sua severità verso il legalismo e il nazionalismo che, pur dopo l’assorbimento di influenze elleniche, rimanevano la sostanza della religione giudaica.

11) nel complesso filosofico-religioso induista si distinguono sei “sistemi” definiti “ortodossi” (dei quali i più noti sono lo Yoga e il Vedanta)-i quali peraltro a loro volta si suddividono in numerose scuole- contrapposti ad altri dieci qualificati “eterodossi”. Ma in effetti il concetto di “ortodossia” (e di “eresia”) proprio delle religioni teistiche (come cristianesimo e islamismo) non è applicabile all’induismo e alle religioni “orientali” in genere, sia perché non esiste in esse un’autorità dogmatica che possa definire in modo preciso quale sia la “vera” dottrina, sia perché nella loro visione le diverse interpretazioni tendono ad integrarsi e non a escludersi reciprocamente. L’elemento unificante di questi sistemi è il fatto che tutti si fondano sulle scritture sacre indù (in primis i Veda e poi le Upanisad) e ne costituiscono un’esegesi, pur nella profonda diversità delle interpretazioni; i sistemi “eterodossi” sono quelli meno diffusi e considerati meno autorevoli. In realtà l'”ortodossia” consiste proprio nel fare riferimento in modo essenziale ai Veda e alle Upanisad, in contrapposizione al Buddismo e al Gianismo, i quali pur condividendo alcuni dei fondamenti metafisici dell’induismo (infinità ed eternità del mondo, dottrina del Karma e della reincarnazione) e la finalità ultima dell’uomo come liberazione dal ciclo delle esistenze, disconoscono il valore sia dei testi sacri indù, sia delle scuole mistiche e filosofiche che ad essi si richiamano (e che dunque sono le vere “eresie” per gli Indù).

12) sebbene nei libri dell’AT compaiano diverse eroine (Giuditta, Rut, Ester) l’unica figura che ricopra una funzione di guida politica e religiosa, -pur non essendo propriamente una sacerdotessa- è Debora, una dei capi del popolo ebraico nel periodo precedente l’istituzione della monarchia, la cui storia è contenuta nel libro dei “Giudici” (capp 4 e 5) -nella lingua originale il termine con cui sono indicati questi capi competenti in ambito religioso, civile e militare è “Shophaatim” o “Shofetim”, tradotto nella Bibbia dei LXX con “Krites” e nelle versioni latine (Itala, Vulgata di S. Gerolamo) “Iudices”-. Notiamo per inciso che il significato del nome “Debora” è ape: abbiamo già osservato altre volte che nel mondo antico, specialmente quello che gravitava intorno al Mediterraneo orientale l’ape, e il suo prodotto principale, -il miele-, aveva una ricca e profonda simbologia: Porfirio di Tiro (“L’antro delle Ninfe”, 18) ricorda che gli antichi chiamavano “Melissai” (Api in greco) le sacerdotesse di Demetra, e Melissa la Luna, e che le anime dei giusti venivano accomunate alle api, -come attesta anche Platone, Fedro, 82, b)-, mentre il miele è un alimento divino, simile all’ambrosia. Sul simbolismo dell’Ape e del miele si veda anche la prima parte di “Quel savio gentil che tutto seppe” (7 aprile 2013) e la seconda parte de “Le Amazzoni, guerriere della Luna” (6 settembre 2015).

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