"Spesso il male di vivere ho incontrato…"; "La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo"; "Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum"; "Sapientia sola libertas"

SUGLI ANGELI E SUI DEMONI -seconda parte-

Nella parte precedente abbiamo visto come agli inizi della civiltà ellenica il sostantivo “daimon” avesse il significato generico di energia psichica o spirituale, di natura impersonale, per quanto talvolta impiegato nei poemi omerici per designare una divinità vera e propria, nel qual caso voleva sottolineare la “forza soprannaturale” del dio in questione. In età classica ed ellenistico-romana il temine ha due valenze fondamentali: 1) quello di anima, o spirito, umano in particolare quello disincarnato dopo la morte fisica, ma che talora si può riferire pure a persona vivente, e che conforme all’etimologia del termine, si identifica nel destino, buono e cattivo, al quale l’individuo è indissolubilmente legato; da quest’ultima accezione derivarono l’aggettivo “eudaimon” e il sostantivo “eudaimonìa”, ovvero possedere un destino benefico, -che poi assunse il significato più generico di “felicità, fortuna”, e come tale venne esaminato a fondo nelle scuole filosofiche, specie quelle post-aristoteliche, che discutevano in che cosa potesse consistere la “vera ” felicità per l’uomo-(1); e quelli contrari, ma meno conosciuti, di “disdaimon”, -infelice, disgraziato- e “disdaimonìa”, il destino avverso, dato dall’avere un “daimon” maligno (2); 2) quello di entità intermedia tra gli dei, -che nelle scuole filosofiche cominciano ad essere concepiti come lontani del mondo materiale, avulsi dalle miserie terrene- e gli uomini, che si possono giovare della loro intercessione. Tuttavia i demoni sono più o meno sensibili alle lusinghe del mondo e non sono affatto immuni dall’attaccamento e dai desideri terreni, per cui ve ne sono di “buoni” e di “cattivi”, sebbene nella concezione ellenica non vi sia una distinzione netta tra di essi; connessi a questa accezione sono i termini “deisidaimon” e “deisidaimonìa”, “timoroso,-a dei demoni (e in  generale degli dei)” e “timore degli dei”, che il più delle volte però sono impiegati dagli autori greci nel senso di “superstizioso, -a” e “superstizione”. Nel tardo neoplatonismo per indicare gli spiriti superiori e benefici si comincia a fare ricorso al termine “anghelos” (messaggero -della divinità-), mentre con demoni si designa la categoria inferiore di spiriti, che però non sono ancora relegati ad una condizione di irrimediabile ed eterna negatività e dannazione com’è nella dottrina cristiana.

Hermes, l'”Anghelos” degli dei per eccellenza.

In greco il sostantivo αγγελoς apparteneva al lessico profano per indicare il latore di un'”anghelìa”, un annunzio o una notizia, per incarico di altri (3). Solo eccezionalmente aveva un impiego sacrale, riferito in particolare ad Hermes, che era l'”anghelos” per eccellenza il messaggero dell’Olimpo, ad Iride, nonché a Artemide-Hecate, ovvero Artemide infera, e pure a Zeus, che nella sua epifania di dio ipoctonio, -sotterraneo, e quindi assimilabile ad Ade-, era chiamato “Agathos Anghelos”, contrapposto e complementare allo Zeus uranico, “Zeus Hypsistos” (“Altissimo”).

Con “ànghelos” nella traduzione della Bibbia dei LXX fu reso il sostantivo ebraico e aramaico “mal’akh”, che corrispondeva con esattezza al significato di nunzio o inviato, che però è normalmente usato per indicare l'”inviato del Signore”. Nell’A.T. compaiono peraltro altri termini con i quali vengono designati gli spiriti che in qualche modo cooperano con Dio o manifestano la sua gloria, e che non sono soltanto “messaggeri”. Abbiamo così l’espressione “Bene ha-‘Eloim” (“Figli degli Dei”), che sembrerebbe inconciliabile con l’assoluto monoteismo attribuito agli Ebrei, ma che è impiegata varie volte negli scritti antico-testamentari: costoro, in modo non dissimile da quanto avviene nelle religioni assiro-babilonese e cananea, appaiono costituiscono la “corte celeste” di Jahwè e sembrano essere le divinità precedenti l’insediamento ebraico in Palestina vinte dal dio israelita ed entrate a fra parte del suo seguito. Dei “Figli degli Dei” sono citati per la prima nella Genesi (VI, 1-2), ove si afferma che essi, avendo constatato che le “figlie degli uomini” erano belle, ne presero in mogli quante ne vollero.

Compaiono poi nei primi due capitoli del libro di Hayub (Giobbe), dove circondano Dio per dargli gloria. Tra di essi si presenta anche Satanael (sulla cui figura torneremo), il quale chiede a Dio il permesso di mettere alla prova la fedeltà e l’integrità di Giobbe, arrecandogli molte e gravi sciagure, per incrinare la sua devozione al Signore. L’etimologia di codesto angelo, -identificato poi con il “Satana” della tradizione cristiana, ma che come si può notare nel passo in questione non è affatto un’entità contrapposta e “nemica” di Dio-, deriva dalla radice trilittera “s-t-n”, contenente l’idea dell'”opporsi, avversare”, qualcosa o qualcuno, e poi anche “incolpare, recriminare”, così come “satan”, che costituisce la prima parte del nome, ed aveva il significato, di uso profano, di “avversario” in genere, -in una battaglia, in una disputa-, di “accusatore” in un processo. Nel primo significato si trova ad esempio in “Samuele”, XXIX, 4 (nemico in guerra); nel secondo in “Salmi”, CVIII, 6 (controparte in giudizio). In “Numeri”, XXII, 22-32 è riferito, come sostantivo comune, ad un angelo, -che non è di certo Satanael- a cui è affidato il compito di sbarrare la strada all’asina dell’indovino Balaam, e che dunque esercita una funzione di “oppositore” (4). A “satan” è applicato il suffisso “el”, “dio”, -così come nella maggior parte dei nomi di angeli-: pertanto Satanael significa “accusatore di Dio (per conto di Dio)”, o anche seguendo un’ampliamento dell’area semantica di “satan”, “tentatore per conto di Dio” (ovvero che tenta che verificare la devozione, la fedeltà e la virtù dei suoi servi), -o ancora “Dio tenta” o “Dio redarguisce, punisce, ecc.”. Nel tardo giudaismo, -dall’età ellenistica in poi-, Satanael fu talora assimilato a Samael, angelo non citato nei testi canonici, ma solo in quelli apocrifi ( Libro di Enoch; Apocalisse greca di Baruc; Ascensione di Isaia), dove appare assolvere al compito di “castigatore”, -ed infatti il suo nome significa “castigo di Dio” (o “veleno di Dio”)-, e che per tale ragione fu identificato con l’angelo sterminatore (“mal’akh ha-mashhit”) dei primogeniti della stirpe degli Egiziani in Esodo, XII, 23, e con altre figure angeliche apportatrici, per comando di Jahwè, di calamità, di sciagure e di morte (ad es. in 2Sam., XXIV, 15-16 quello che in tre giorni diffonde un terribile pestilenza in cui perdono la vita 70.000 ebrei; che in 2Re, XIX, 35 stermina 185.000 soldati aramei, ecc.(5). In alcuni passi dei testi biblici si citano addirittura schiere di angeli “cattivi” (“mal’akhè ra’im”) incaricati di eseguire le punizioni e le condanne decretate da Jahwè, come in Giudici, IX, 23; 1Samuele, XVI, 14; 1Re, XXII, 21; Salmi, LXXVIII, 49.

Altri nomi di entità angeliche poi accolti anche dal cristianesimo (che come vedremo già con S. Paolo adottò una complessa gerarchia di esseri soprannaturali posti tra Dio e il mondo) sono i Cherubini e i Serafini. I primi sono da identificare, o sono comunque connessi sul piano etimologico, con i “Kuribu” babilonesi e come questi ultimi raffigurati con aspetto bovino con viso umano e corpo alato (e come tali posti sopra l'”Arca dell’Alleanza” (Esodo, XXV, 18; XXXVII, 7) e presenti nella famosa “visione di Ezechiele” (Ez., I, 10-19; XI, 22). I Serafini invece, concepiti all’inizio come “serpenti di fuoco”, sono immaginati con sei ali: con un paio di esse volano, con due si coprono il volto e con due i piedi -come è detto in un passo di Isaia (VI, 2)-.

Osserviamo peraltro che presso le correnti giudaiche più influenzate dall’ellenismo, si tende a identificare, o quanto meno ad accostare i “daimones” della tradizione classica con i “mal’akhè” delle scritture ebraiche, tanto che Filone di Alessandria, nel suo commento alla Genesi (VI, 2) giunge a identificare le entità spirituali designate con i sostantivi suddetti nelle lingue ebraica e greca. In nessuno degli scritti canonici dell’A.T. si fa menzione della nascita (creazione o generazione o emanazione che sia) degli angeli, né si afferma espressamente che alcuni di essi siano caduti, o si siano ribellati a Dio, né in qual modo o in quale circostanze tale allontanamento si sia verificato. Gli unici scarni versetti ove si accenna alla “caduta” o alla disobbedienza degli angeli, sebbene in modo implicito, sono quelli della Genesi citati in precedenza, -VI, 1-4-, dove si narra che i “Figli degli Dei” furono presi da passione per le “figlie degli uomini”, dal che si deve dedurre non solo che questi esseri erano sensibili ai turbamenti carnali, e tutt’altro che immuni dalla concupiscenza, ma che avevano una caratterizzazione sessuale maschile, e pertanto non erano entità asessuate ed eteree. Il fatto che questa narrazione sia senza dubbio eccessivamente stringata, e di conseguenza per nulla chiara, lascia presumere da un lato che essa sia la sintesi assai sbrigativa di un testo assai più esteso, dall’altro che il racconto originale sia stato espunto e sostituito con un brevissimo riassunto poiché fu giudicato in contrasto con l’ortodossia ebraica.

Narrazioni assai più ampie che riguardano gli angeli, sia “buoni” sia “cattivi”, le troviamo nei testi extra-canonici, o apocrifi, quali il “Libro dei Giubilei”, il “Libro dei Vigilanti” (prima parte del “Libro d Enoch” nella versione etiopica) e nel “Libro dei Giganti”; ed altre informazioni, talora contraddittorie, si trovano nei commenti soprattutto nella “Beresit Rabbah” (il commento al libro della Genesi, il cui nome è “Beresit” in ebraico).

Il “Libro dei Giubilei” è un ampliamento e un’estensione dei racconti della Genesi e dei primi dodici capitoli dell’Esodo: per ordine di Dio un arcangelo espone a Mosè tutti gli eventi che avevano segnato la storia umana fino all’uscita degli Ebrei dall’Egitto. Nel secondo capitolo si parla della creazione dell’universo e l’arcangelo spiega come nel primo giorno, oltre che i cieli, la terra e le acque, Dio abbia creato anche gli arcangeli, gli angeli della santità; dello spirito del Fuoco e dello spirito del vento, delle nuvole, della grandine e delle neve; gli angeli degli abissi, dei tuoni e dei fulmini; gli angeli degli spiriti del gelo, dell’insidiosa calura, della stagione delle piogge, della primavera, dell’estate e dell’autunno; e gli angeli di tutti gli spiriti riuniti che sono in cielo, in terra, nella tenebra, nella luce, nell’alba e nel vespro. Da questo passo si evince che le varie categorie di angeli siano preposte agli elementi della natura; si potrebbe quasi dire che, platonicamente, siano la personificazione mitica delle “idee” presenti “in mente Dei” che verranno poi tradotte in enti fisici nella creazione dell’Universo. Questo è confermato dal fatto che nella Genesi l’ente supremo e creatore è designato con un termine “Elhoim”, che significa “dei” al plurale, -pure se il verbo è al singolare-, e che dunque esso sembra designare non un ente unico, ma una pluralità complessa in cui coesistono diverse nature e volontà, sebbene orientate in modo armonico ed unanime; così che gli angeli sembrano delle “articolazioni” di dio, similmente a quanto sono gli dei delle religioni politeistiche; e pure gli angeli “caduti” o “ribelli” o “cattivi” sarebbero pertanto anch’essi una parte di Dio, che incarnano e realizzano un parte della sua natura, quella “negativa”, che per quanto dolorosa e sgradevole rientra nel dinamismo e nelle dialettica del mondo che altrimenti sarebbe del tutto statico, immoto e immobile.

Più oltre (IV, 21) viene detto che gli angeli insegnarono e mostrarono ad Enoch, figlio di Jared, tutto quanto è sulla terra e nei cieli (rivelazione che costituisce l’oggetto del “Libro di Enoch”; e poi che alcuni angeli (detti “vigilanti”) fornicarono con le “figlie degli uomini”, peccato riferito ancora in V,1, ove si dice che quando i figli dell’uomo cominciarono a moltiplicarsi sulla terra, gli angeli, attratti dall’avvenenza delle “figlie degli uomini”, le presero in spose ed esse generarono una progenie ibrida, quella dei “Giganti” (6), dopo la quale si accrebbe la malvagità sulla terra (7). Peraltro non è del tutto chiaro se trattasi di una ripetizione, o se il secondo passo che parla del “traviamento” degli angeli sia un diverso episodio. In ogni caso la disobbedienza o l’allontanamento da Dio non sarebbe dovuto a una ribellione dettata dal desiderio di autonomia, ma da concupiscenza per creature mortali.

Spesso in contrasto con i racconti riportati in molti dei testi biblici apocrifi sono le informazioni che si trovano nei commenti midrasici (ossia facenti parte di quel vasto corpus di carattere esegetico ed omiletico detto “Midrash”), in particolare nella “Beresit Rabbah”, ove si dice che gli angeli apparvero nel secondo o terzo giorno della creazione (B.R., I, 3) e sarebbero stati originati da un “fiume di fuoco” (B.R., LXXVIII, 1); ovvero nati dai soffi della bocca di Dio (Talmud babilonese). In tali scritti leggiamo pure che gli angeli non si riproducono (B.R., VIII, 11) e non hanno passioni (B.R., XLVIII, 11), -il che contrasta con quanto narrato nella Genesi sul trasporto suscitato in alcuni di essi dalle “figlie degli uomini”-, e che si nutrono dello splendore della “presenza” di Dio (la “shekhinà”)(Shemot Rabbah, XXXII, 4).

Il “Libro di Enoch” etiopico, che contiene la ampia trattazione sulle entità angeliche, consta di cinque parti: “Benedizioni di Enoch agli eletti e giusti”, -detto anche “Libro dei Vigilanti”- (capp. 1-36); “Visione della sapienza ricevuta da Enoch, figlio di Jared”, -“L. delle Parabole”- (capp. 37-71); “Orbite delle luci nel Cielo”, -L. dell’Astronomia”- (capp. 72-82); “Storia dell’umanità da Adamo sino al finale giudizio e la seguente creazione di una nuova Gerusalemme sotto il primato del Messia”, -“L. dei Sogni”- (capp. 83-90); “Ammonimenti di Enoch ai suoi figli sulla empietà futura, le pene e le ricompense eterne”, -“Lettera di Enoch”- (capp. 91-108).

La prima parte di questo scritto di carattere in parte apocalittico e in parte didascalico-sapienziale è quella che più riguarda la nostra trattazione; il nome di “Vigilanti” con il quale esso è noto e che designa gli angeli caduti o ribelli è una traduzione pedissequa del greco γρηγoρoι (accorti, attenti, acuti, più che in stato di veglia in senso stretto) e dell’ebraico “irin” e l’aramaico “iyr” termini che possono assumere anche l’accezione di “custodi, guardiani”: in pratica si vuole evidenziare le doti intellettuali, l’intelligenza di questi esseri, che li porta però alla superbia e alla ribellione. Nei testi canonici il termine, al singolare, è citato ad esempio nel libro di Daniele (IV, 10 e 20) ove il sovrano assiro Nabucodonosor afferma di aver visto in sogno un “osservatore”, o “guardiano” (“iyir”), un santo (“qaddish”) scendere dal cielo per abbattere un grande albero frondoso del suo giardino (albero che nell’interpretazione che da poi Daniele rappresenta il re stesso). E’ da notare peraltro che nella versione dei LXX l'”osservatore” o il “guardiano” è lasciato nella forma aramaica -“eir”- e solo traslitterato in greco (“ειρ”), mentre “santo” è reso con l’usuale “αγιoς”. E’ possibile anche che questa definizione degli angeli dalle “Storie fenicie” di Filone Erennio (o di Byblos), in cui l’autore compendia l’opera di un leggendario sacerdote fenicio, Sancuniatone, che sarebbe vissuto prima della guerra di Troia (8), il quale cita alcuni esseri viventi dotati di grandi virtù e intelligenza, che avevano la strana forma di uovo, chiamati “Zophasemin”, parola corrispondente all’ebraico “Sopa-shamaym”, “Guardiani del Cielo”.

Essi scendono dal Cielo sulla Terra, in un luogo che è detto essere sulla vetta del monte Armon, in numero di duecento, agli ordini di un capo il cui nome è Semeyaza (e che sarà poi identificato con Lucifero o con Satana), al quale i compagni giurano eterna fedeltà. Oltre a congiungersi con le donne terrene -delle quali ciascuno ne sceglie una, e dunque sembra trattarsi di vero matrimonio e non connubi provocati da sfrenata lussuria), essi comunicano agli umani svariate conoscenze e complessi insegnamenti: Azazel insegnò la metallurgia e l’arte di fabbricare armi scintillanti e splendidi gioielli; Amezarak la medicina e l’arte di utilizzare le piante e le erbe; Armaros la magia; Baraqal, Kobabel, Temel e Asradel l’astronomia e l’astrologia.

Ma i figli generati dalla loro unione con le donne mortali, -i “Giganti”-, si comportarono in modo violento e sanguinario, con prepotenza e libidine, dimenticano la pietà e cominciano a nutrirsi delle carni degli animali. Allora i quattro grandi angeli che stanno davanti al trono di Dio,-Michele, Gabriele, Suriele e Uriele- [nel “Libro delle Parabole” questi quattro grandi angeli sono chiamati invece Michele, Raffaele, Gabriele e Fanuele], vedendo l’iniquità e l’empietà che regnavano sulla terra e che si andavano vieppiù aggravando, si lamentarono col Signore. Questi in risposta alle richieste di quelli inviò un angelo chiamato Arseyaleyor da Noè, figlio di Lamech, per avvertire costui dell’imminente diluvio con cui avrebbe punito l’umanità peccatrice e invitarlo a mettersi in salvo.

Comanda poi a Raffaele di legare Azazel e mandarlo nel regno delle tenebre (l’equivalente del Tartaro del mondo classico), dove subirà una terribile punizione; a Gabriele di eliminare i figli dei “Vigilanti” ribelli e delle donne, -ossia i “Giganti”.; Michele riceve invece la missione di annunciare a Semeyaza che tutti i membri della stirpe dei Giganti si sarebbero annientati l’un l’altro e le loro anime sarebbero state condannate al fuoco eterno, profetizzando che, dopo la sconfitta di costoro, sarebbe venuto un tempo di giustizia e di pace, e la terra sarebbe stata mondata dall’iniquità e dalla scelleratezza.

Nel prosieguo dell’opera Enoch stesso viene chiamato dagli angeli “vigilanti” rimasti in cielo ad annunciare agli angeli infedeli scesi in terra i tremendi castighi che li attendevano; in effetti risulta abbastanza strano che, se i “vigilanti” non avevano dato ascolto ai loro simili, potessero essere convinti dai discorsi di un mortale, e d’altro canto questa sequela di ammonizioni sembra presupporre, per quanto non venga mai detto in modo esplicito, che per gli esseri celesti che avevano preferito la terra fosse ancora aperta la via del pentimento, della resipiscenza e del perdono. Dobbiamo inoltre osservare che il “Libro dei Vigilanti”, -come del resto quasi tutti i testi di carattere profetico-apocalittico, sia canonici che extra-canonici -, è in parecchi punti assai ridondante e nebuloso, pieno di ripetizioni e di incoerenze.

Poi il profeta, addormentatosi, ha una visione nella quale si vede trasportato in cielo ove, superata una barriera di fuoco, entra in una costruzione di cristallo, avvolta anch’essa dalle fiamme. Da questo luogo gli sembra di cadere in un’altra dimora, ancora più splendida, in mezzo alla quale vede un alto trono, dal quale si irradiavano bagliori luminosi e proveniva il canto dei Cherubini. Su di esso stava la “Grande Gloria”, che lo invita ancora una volta a riferire i suoi severi ammonimenti ai “Vigilanti”. Di essi dice che il loro posto è il cielo e non la terra, e non per essi, entità spirituali, sono le creature mortali; ed aggiunge che la loro colpa più grave è l’aver rivelato i segreti divini alle donne terrestri, così he la conoscenza di tali segreti ha fatto aumentare a dismisura la disonestà e la violenza tra gli uomini. Questo passo è assai importante e significativo poiché attribuisce la corruzione del genere umano alle conoscenze superiori, all’aver ricevuto una “sapienza” della quale l’umanità non era degna e che non era pronta ad accogliere e della quale pertanto non ha saputo fare un uso consapevole e responsabile, ma solo ignobilmente egoistico.

In questa fase della storia dell’umanità,  illuminata dagli insegnamenti dei “vigilanti”, che però diedero luogo a gravi abusi, si può vedere una versione ebraica del mito (o storia?) di Atlantide, che fu travolta da un cataclisma a causa della malvagità dei suoi abitanti che avevano fatto un uso errato delle loro eccezionali conoscenze e poteri, ed erano stati accecati dalla loro superbia. Peraltro l’ortodossia ebraica mostra di vedere in luce assai negativa la missione civilizzatrice degli angeli, con la quale, ampliandosi le conoscenze degli uomini, veniva a diminuire la loro soggezione al dio ebraico (o a un arconte?), e pertanto vollero screditarli, attribuendo la loro discesa sulla terra alla lussuria e all’ambizione; ma, pur ammettendo il connubio con le “figlie degli uomini”, si potrebbe ipotizzare che il loro vero fine non fosse quello di soddisfare una brama carnale, -che d’altro canto, essendo entità spirituali, risulta difficilmente comprensibile-, ma di creare una stirpe più sana e più forte, sia nel corpo sia nella mente, similmente a quanto avevano fatto gli dei ellenici per dar vita alla stirpe degli “eroi”, quella che secondo Esiodo precedette l'”età del ferro”, in cui comparve la razza umana più  egoista, violenta  e lontana dal principio spirituale (vedi la nota n. 7 del presente articolo). Ed è evidente pure il parallelismo tra le “figlie degli uomini” ed Eva, poiché anch’esse, come la madre del genere umano, cedendo agli allettamenti degli angeli contribuirono ad aumentare il male nel mondo (sull’interpretazione del mito di Eva e il confronto con la Pandora ellenica, -nonché sui “giganti”- si veda quanto abbiamo detto nella quarta e quinta parte di “Miti e misteri di Atlantide”, pubblicate rispettivamente il 17 gennaio e 10 febbraio 2015).

Infine Enoch viene trasportato attraverso i cieli e i quattro punti cardinali ed ha una visione cosmica, in cui gli appaiono diversi luoghi sopra e sotto la terra: Uriele gli mostra da una fenditura del terreno che sembra essere “la fine del Cielo e della Terra” delle stelle che l’angelo gli spiega essere gli spiriti degli angeli decaduti e delle donne le quali con essi peccarono, destinati ad ivi rimanere fino al giorno del giudizio e i sette grandi angeli che vigilano su di loro, -Uriele, (il quale però a quanto sembra si era momentaneamente assentato per fungere da guida ad Enoch), Raffaele, Raguele, Michele, Sarcaele, Gabriele, Remiele-.

Gli arcangeli Raffaele, Michele e Gabriele.

Da Raffaele poi gli viene mostrato un baratro profondo e tenebroso sotto una montagna, ove tutte le anime dei defunti dimorano fino a quando nel “grande giudizio” quelle dei giusti saranno separate da quelle dei reprobi, e da Michele un enorme fuoco ardente. Infine con Michele giunge a sette meravigliose montagne ammantate di piante odorifere e lo fa entrare nel “Giardino della Giustizia” ove si trova l'”Albero della Conoscenza”, che è descritto come un carrubo e i cui frutti simili a uva saranno elargiti agli eletti dopo il giudizio finale (9).

Il termine “archangelos” non si riscontra  mai nelle traduzioni greche dell’A.T., ma appare in due testi canonici del N.T.: nella “prima lettera ai Tessalonicesi” di S. Paolo (IV, 16); e nell’epistola di Giuda (cap. 9) dove il termine è riferito a Michael, di cui viene ribadito il carattere di “arcangelo” per eccellenza. Codesta espressione, che può essere intesa sia come “comandante di una legione di angeli”, sia come angelo di grado superiore, fa rifermento ad alcuni passi biblici canonici, quali Daniele, X, 13, dove l’angelo Michele è definito “εις των αρχoντων των πρωτων”, “uno dei comandanti dei primi [angeli]” e che dunque sembra fondere sia l’idea sia del comando sia dell’appartenere a una categoria eletta; e Dan., XII, 1, in cui Michele è detto “il grande arconte”. I “capi dei primi” sembrano a loro volta da identificare nei grandi angeli che, in numero di sette, stando a Tobia, XII, 15 (10), lodano incessantemente Dio dinanzi al suo trono, recandogli anche le preghiere degli uomini. Questi angeli in alcuni testi sia canonici (Tobia, Sapienza), sia apocrifi (Libro di Enoch, IV Esdra) sono designati con espressione ebraica come “Mal’akh ha-Panim” (“Angeli del Volto, o Angeli della Presenza), e, come abbiano visto, sono talora sette, talora quattro.

I “Bene ha-‘Elhoim” sono stati considerati l’equivalente ebraico, o meglio la traduzione in ebraico degli Anunnaki della mitologia mesopotamica: questi erano per i Sùmeri i discendenti di An, dio del Cielo, e di Ki, dea della Terra, e dunque la prima generazione divina, paragonabile ai Titani della mitologia greca, così come i “Katteresh Shiunesh”, le divinità arcaiche della religione hurrita e ittita; mentre per gli Assiro-Babilonesi essi erano i sette giudici che siedono davanti al trono di Ereshkigal, la dea degli Inferi (come gli arcangeli davanti al trono della “gloria di Dio”), e in generale le divinità infere (come i “vigilanti” decaduti condannati nel baratro cosmico?), mentre quelle della generazione più recente sono dette “Igigi”. Seconod alcune teorie moderne, formulate soprattutto dallo scrittore Zacharia Sitchin (1920-2010), -ma abbracciate in modo più o meno personale anche da diversi altri-, Anunnaki-Bene ha-‘Elohim sarebbero stati una stirpe di alieni, provenienti da un ipotetico pianeta, Nibiru, -citato negli scritti assiro-babilonesi, ma ufficialemte identificato con GIove-, i quali unendosi agli ominidi primitivi (“Homo erectus”), ovvero modificandoli con un’operazione di ingegneria genetica, avrebbero dato origine all'”Homo sapiens”.

CONTINUA

Note

1) per indicare la “felicità” la lingua greca ricorre pure ad un altro termine “μακαρìα”, con l’annesso aggettivo “μακαριoς”, che indicano però la “beatitudine”, intesa come condizione spirituale e stato interiore, e sono di solito attribuiti solo agli dei e agli spiriti degli eletti (ad esempio quelli che dimoravano nelle “Isole dei Beati” -Makarion Nesioi”-). Questi termini, derivanti da una radice indoeuropea *mag-, che contiene l”dea di grandezza, e che si ritrova nel greco “megas” e nel latino “magnus”, sono i soli usati negli scritti neotestamentari per indicare la condizione di coloro che godono o sono potenzialmente destinati alla “gloria del paradiso”. In effetti mentre “eudaimon” esprime una condizione “oggettiva”, esteriore di felicità, che è data dalla mancanza di preoccupazioni e di afflizioni, e connessa ad uno stato di benessere, “makarios” indica la beatitudine interiore, la “letizia”, propria dello spirito che in modo transitorio o permanente si è elevato al di sopra dell’umano. Al primo si può far corrispondere il latino “felix”, che, conforme alla sua etimologia, -la medesima di fertile, fecondo, ferace, ecc.-, indicava propriamente la fecondità della terra, e poi la prosperità umana; mentre “beatus”, in origine “rilassato, disteso”, passò a esprimere serenità e distacco interiore.

2) dall’aggettivo “disdaimon” deriva probabilmente il nome proprio Disdemona, la protagonista femminile della novella “Un capitano moro”, la settima della III deca degli “Ecatommiti”, raccolta di novelle di Giovanni Battista Giraldi Cinzio (1504-1573), dalla quale W. Shakespeare trasse l’ispirazione per la sua famosa tragedia “Otello”, il quale peraltro mutò il nome Disdemona in Desdemona; pertanto sia il novelliere italiano sia il poeta inglese avrebbero voluto esprimere già nel nome l’infelice sorte della donna. Altri pensano però che l’origine del nome sia l’aggettivo “deisidaimon”, che in questo caso dovrebbe significare “religiosa, pia”.

3) tale termine è connesso con il sanscrito “àngiras” e il persiano antico “àngaros”, che designano parimenti una figura che svolge un compito di collegamento, in particolare un messo del re. Da “angaros” deriva il sostantivo “angarìa”, che equivale al greco “αγγελìα”, ma che indicava anche l’insieme delle prestazioni e dei servizi che i funzionari e i sudditi in genere erano tenuti a fornire ai messaggeri del sovrano e che poi passò all’attuale significato di “angherìa”, nel senso di sopraffazione, prepotenza, sopruso.

4) in tale passo si narra che Balaam era stato incaricato da Balak, re di Moab, di maledire gli Israeliti, ma che in seguito all’intervento dell’angelo e del discorso che gli rivolge la sua asina. Di esso abbiamo parlato nella quinta parte di “L’Asino e il Bue nel presepe” del 7 febbraio 2016.

5) nel cristianesimo “Satana” fu interpretato come “avversario” irriducibile e nemico implacabile dell’uomo, di cui cercherebbe in tutti i modi la perdizione, nonché antagonista di Dio, come Ahrimane lo è di Ahura Mazda nelle religioni di origine iranica. Ma in realtà questa idea era estranea all’ebraismo, specie a quello più antico e più ortodosso, dove Satanael ed altre figure “inquietanti” e  “demoniache”  (che peraltro hanno un presenza assai ridotta nei testi ebraici canonici), non sono antagonisti o nemici di Dio, ma piuttosto ne incarnano l’aspetto oscuro, tremendo e minaccioso -ossia il “tremendum” che fa arte dell’idea stesso del divino e che viene spesso personificato nelle divinità “malvage”, da Ares, Ecate, le Erinni, le Arpie della mitologia greca, a Seth e a Sobek egizi, Nergal ed Ereshkigal assiro-babilonesi, Loki germanico, Morrigan irlandese, ecc. fino al Baal cananeo che ha spesso una valenza negativa e violenta-. Ricordiamo tra l’altro che nell’AT, in particolare nell’Esodo e nei libri di Giosuè, dei Giudici, di Samuele e dei Re, il dio ebraico si dimostra un nume feroce e spietato, ben più degli dei delle religioni cosiddette “pagane”, istigatore delle più sanguinarie efferatezze, nonché ispiratore di scelte negative nell’animo dei nemici, veri o presunti, del “suo” popolo, dei quali spesso obnubila la mente inducendoli ad una violenza che a sua volta dovrebbe giustificare quella degli Israeliti; si veda ad es. Es., VII; 3: “Io [parla Jahwè] indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni [le “piaghe” d’Egitto]”; Giosuè, XI, 20: “Infatti per volere del signore il loro [dei sovrani cananei della Palestina] cuore si ostinava nella guerra contro Israele, affinché […] fossero sterminati come egli aveva comandato”.

6) con tale termine nella Bibbia dei LXX fu tradotto il sostantivo “Nephilim”, dall’etimologia non chiara, ma connesso all’idea di grandezza e forza fisica. Tale si sarebbe forse potuto rendere con maggior esattezza con “eroi”, poiché, come gli eroi ellenici, erano figli di entità celesti e di donne mortali, e d’altra parte pure questi ultimi erano spesso dotati di dimensioni e forza fisica eccezionali; ipotesi confermata dal fatto che essi vengono definiti “oi anthropoi oi onomastoi”, “uomini ragguardevoli”.

7) volendo fare un parallelo con Esiodo (“Le opere e i giorni”, 156-173) quest’epoca corrisponderebbe all'”età degli eroi”, che precedette l'”età del ferro”, durante la quale l’umanità giunse a toccare il fondo della malvagità e della turpitudine.

8) quest’opera di Filone di Byblos è andata perduta; ne rimangono però ampi estratti nella “Praeparatio evangelica” di Eusebio di Cesarea.

9) non possiamo fare a meno di osservare come la “visione” che costituisce la seconda parte del libro dei Vigilanti presenti singolari analogie con la “visione” di Timarco narrata da Plutarco nel “Demone di Socrate” che abbiamo preso  considerazione nella parte precedente: gli angeli che illustrano le realtà ultramondane, invitandolo ad esprimere le sue domande; gli spiriti degli angeli caduti in forma di stelle; la spiegazione dei movimenti dei pianeti (sulla quale nella nostra breve riassunti non ci siamo soffermati); il baratro in cui stanno le anime dei defunti.

10) “Io sono Raphael, uno dei sette venerabili angeli che presentano le preci dei santi e cantano la gloria dell’Altissimo”.

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