L’ENIGMA DELLA SFINGE (terza parte)

Un’osservazione sulla Sfinge greca, -che, a quanto mi risulta non è stata fatta finora da alcuno-, è che il suo aspetto richiama in parte quello delle Arpie e delle Sirene (1): sia le une che le altre infatti erano immaginate come esseri ibridi, metà donna (la testa e il busto) e metà uccello (il rimanente del corpo); nella Sfinge a questa combinazione di umano e di ornitico si assomma una componente leonina. A questa somiglianza esteriore corrisponde un’affinità nel comportamento, -quanto meno con le Sirene-: le Sirene seducono ed ammaliano non con il fascino sensuale (come avverrà nelle leggende medioevali, che si allontanano alquanto dalla mitologia greca), bensì con il canto, che è poesia, ed è rivelazione, conoscenza di nascoste verità.

Sirena raffigurata su un'anfora greca della seconda metà del VI sec. a.C.
Sirena raffigurata su un’anfora greca della seconda metà del VI sec. a.C.

Ad Ulisse (Odissea, XII, 154-200) che non può resistere alla tentazione di ascoltare il loro lirico richiamo e a stento riesce a sottrarvisi ancorché avvinto ad un albero della sua nave, esse promettono di soddisfare la sua insaziabile sete di sapere e di conoscere.

La Sfinge non promette di donare la saggezza e la conoscenza, ma le chiede agli altri; coloro che ne siano privi sono destinati ad essere divorati, vittime dei loro stessi impulsi primordiali aggressivi, distruttivi e sensuali, che, se non guidati dalla coscienza e dalla ragione, sono mostri che divorano l’IO (lo spirito). E così non potranno conquistare il “regno”, il dominio di sé stessi (il “regno dei cieli” si potrebbe dire) e sposare la “regina”, cioè ricongiungersi al principio animico da cui nacquero.

Non si dimentichi che la Sfinge non aveva inventato gli enigmi, ma li aveva appresi dalle Muse, e quindi indirettamente da Apollo, il dio del Sole della poesia, della divinazione ma soprattutto il principio dell’autocoscienza e della chiarezza razionale.

Una delle Sirene, non essendo riuscita ad ammaliare Ulisse, si getta da una rupe.
Una delle Sirene, non essendo riuscita ad ammaliare Ulisse, si getta da una rupe.

E le Sirene, secondo una diffusa tradizione erano figlie di una delle Muse (Calliope, musa della poesia epica e dell’eloquenza; o Tersicore, della poesia giocosa e della danza, o ancora Melpòmene, musa della poesia tragica); oppure di Mnemosine (la memoria), a sua volta madre delle Muse, -che in tal caso sarebbero state loro sorelle-(2). Una versione del mito che le riguarda afferma che le Sirene fossero compagne e amiche di Core (poi chiamata Persèfone), la figlie di Demetra. Dopo che la fanciulla (e proprio “fanciulla” significa Core) fu rapita da Plutone per farne la sua sposa, Demetra si adirò con esse perché non avrebbero fatto nulla per impedire il ratto: per questo le punì trasformandole parzialmente in uccelli e ordinò loro di andare per il mondo  in cerca di Core. Ma secondo altri furono le Sirene stesse a chiedere alla dea di essere dotate di un corpo di uccello per poterla aiutare nell’affannosa ricerca della figlia. In un altro mito le Sirene sfidano le Muse (sebbene fossero figlie di una di esse)  ad una gara di canto, ed avendo perso, per punizione vengono spennate da queste ultime -che si fanno una corona con le loro penne- di modo che in seguito non sono più in grado di volare.

Da questi racconti emerge senza dubbio una stretta relazione tra Sirene e Muse, così che Sirene e Sfinge -entrambe legate in qualche modo alle protettrici dell’ingegno- si mostrano accomunate dal fatto che, pur essendo “mostri”, hanno una forte componente che le rende partecipi della sfera superiore della saggezza, della coscienza e della poesia, si direbbe che l’elemento terrifico e distruttivo manifesti la “prova”, il cimento che misura il valore e la capacità dell’uomo di attingere alla fonte dell’illuminazione divina.

Anche le Sirene, come la Sfinge allorchè qualcuno non soggiace alle loro insidie, -Ulisse con le Sirene, Edipo con la Sfinge- si uccidono (3). Inoltre una delle etimologie proposte per il nome “sirena”, da “seirà” (corda, laccio) ovvero dal verbo “seirazo, -ein” (legare con una corda), si ricollegano all’ambito semantico al quale appartiene anche il nome della Sfinge, -che, some abbiamo visto in precedenza-, è derivato o comunque connesso, con il verbo “sphingo” (stringere, legare); in entrambe peraltro il “legare” non sarebbe da intendere in senso fisico o materiale, ma piuttosto morale e psichico: tanto le Sirene quanto la Sfinge sono incantatrici o maghe che “legano” il destino delle persone.

Tornando agli enigmi della Sfinge, notiamo che il primo prospetta uno sviluppo evolutivo a base ternaria, con una divisione in 3 parti, o 3 tempi (prima 4 zampe, poi 2, infine 3), che si risolvono però in un’unità fondamentale: si tratta infatti di un essere che ha “una voce sola”. Tra l’altro non si deve trascurare il fatto che anche la Sfinge è un essere triforme: donna, leonessa e uccello: secondo K. G. Jung è lei stessa l’incarnazione dell’enigma che pone, nonché una sorta di “alter ego” dei genitori.

Sfinge di Lanuvio, statua del 130 a. C. circa.
Sfinge di Lanuvio, statua del 130 a. C. circa.

Quest’unità fondamentale che si articola però in una progressione temporale a base numerica, ricorda molto la “tetraktys” pitagorica, ovvero i primi quattro numeri, che hanno come somma 10, rappresentata come un triangolo e che è simbolo dell’Uno-Tutto (4),

Il secondo enigma -quello delle due sorelle. hemèra e nyx, il girono e la notte,- con il tempo fu dimenticato; ne rimane un vago ricordo nella versione ripetuta di solito dell'”indovinello della Sfinge”, che in qualche modo ha inglobato insieme i due enigmi: “Qual è l’animale che la mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera con tre?”. In questa versione gli aspetti distinti dei due enigmi (il livello umano del primo e quello cosmico del secondo) vengono confusi e gli eventi cosmici del prodursi del dì e della notte sono ridotti ad allegoria del divenire umano. Abbiamo così un processo di adeguamento del mito ad una dimensione profana, mentre in origine i quesiti della Sfinge compendiavano tutti gli aspetti fondamentali del cosmo, quello sacro e quello profano, il celeste e il terrestre. A differenza del primo enigma, che seguiva uno schema ternario, il secondo evidenzia uno schema binario: il giorno e la notte sono visti nella loro ciclicità, ovvero nel loro mutuo rigenerarsi, così che la duplicità si risolve ancora una volta in unità.

Quindi gli indovinelli rivelano una opposizione, -o una complementarietà.- tra un sistema ternario terrestre (la vita dell’uomo) e un sistema binario celeste (alternanza del giorno e della notte), ambedue colti nel loro aspetto dinamico, e a loro volta riducibili a un’unità che sintetizza la complessità dell’Universo. E con questa constatazione torniamo alla pianura di Ghizah, alla Sfinge egiziana, che in apparenza non aveva nulla in comune con la sua “collega” e omonima greca, mentre in realtà, dopo una più attenta osservazione si sono rivelati aspetti e legami tra le due e i simboli da esse manifestati che giustificano sia l’omonimia, sia la “confusione” che si fa comunemente tra le due. In Egitto avevamo trovato Harmachis-/Her-akhti a carattere solare e celeste, simbolo della ciclicità della durata del giorno in forma ternaria (il Sole al mattino, a mezzodì e al tramonto), al quale si affianca l’altra ipostasi della Sfinge, Rjwti, – nonché Aker-, che incarnano il mondo terrestre e sotterraneo, con il ciclo vita-morte del quale partecipa la vita degli esseri viventi.

Il ciclo della vita, ternario in Grecia (l’animale che cammina prima con quattro, poi con due e infine con tre zampe) è binario in Egitto (vita-morte); viceversa quello del tempo, binario in Grecia (giorno-notte) è ternario in Egitto (Sole nascente, Sole meridiano, Sole al tramonto). Inoltre se sovrapponiamo il ciclo della vita e della natura greco alla struttura cosmico-temporale egizia otteniamo una versione sincretica degli enigmi della Sfinge: camminare su 4 gambe al mattino= Sole che nasce – bambino; su 2 gambe a mezzogiorno = Sole meridiano – uomo adulto; su 3 gambe alla sera = Sole che tramonta – anziano. Osserviamo infine come gli aspetti binario e ternario si ritrovino anche nell’aspetto della Sfinge: duplice in quella egiziana (uomo-leone); triplice quella greca (donna-leone-uccello):

Prima di esaminare gli interrogativi che si pongono sull’epoca di costruzione e sul significato della Sfinge più celebe, quella di Ghizah, accenniamo ad  un ultimo tipo di sfinge: la cosiddetta “Sfinge tetramorfa”. In effetti questa sfinge non ha alcun fondamento mitologico, ma deriva da una speculazione ermetica e si ricollega al “Tetramorfo” della tradizione ebraico-cristiana, poi fatto proprio da quella alchemico-cabalistica.

I simboli degli evangelisti in un mosaico ravennate del V-VI secolo.
I simboli degli evangelisti in un mosaico ravennate del V-VI secolo.

La caratteristica essenziale di questa sfinge è di essere costituita non da tre parti di animali diversi, bensì da quattro: alla forma umana, di leone e di uccello, si aggiunge il bue (o vitello), di modo che riunisce in sé i quatto “Esseri Viventi”, -che avevano appunto l’aspetto di questi animali-, i quali, nella “Visione di Ezechiele” (Es. I, 4; 10; 14), sostenevano il trono di Dio. Tali figure furono poi riprese nell'”Apocalisse”, e fin dal II secolo, con Ireneo di Lione, nella sua opera “Adversus haereses”, divennero gli emblemi dei 4 evangelisti: Toro-S. Luca; Leone-S. Marco: Aquila-S. Giovanni; Angelo-S. Matteo (5), tradizione poi confermata da S. Gerolamo e altri scrittori ecclesiastici.

Ma questi esseri divennero simboli anche dei quattro elementi cosmici della tradizione empedocleo-pitagorica, delle quattro stagioni, dei quattro segni zodiacali della “croce fissa”, dei quattro temperamenti ippocratici, ecc. (Bue-Terra-Autunno-Toro-melanconico; Leone-Fuoco-Estate-Leone-bilioso; Aquila-Acqua-Inverno-Scorpione-flemmatico; Angelo-Aria-Primavera-Acquario-sanguigno): in sostanza della totalità cosmica, nelle sue espressioni celesti, terrene e umane, articolate secondo uno schema quaternario -poiché il 4 è il numero della solidità e della stabilità-.

"Kerub" babilonese, conservato nel Biitish Museum di Lonfra.
“Kerub” babilonese, conservato nel Biitish Museum di Lonfra.

Nella Sfinge tetramorfa questi elementi , e queste ripartizioni della Natura, anziché essere rappresentati come esseri distinti, pur se riuniti insieme in una quadruplicità immutabile, sono congiunti e fusi in un’unica creatura, che ha testa umana (di solito femminile, ma talora anche maschile), ali di aquila, petto e parte anteriore di leone e zona posteriore e lombare di toro. Essa incarna la “Materia (o Substantia) Elementaris” degli Ermetisti, principio indifferenziato che si suddivide e si manifesta negli elementi naturali; ovvero l'”Archè”, il principio primo della Natura. Spesso questa figura tiene pure una spada nella zampa destra, particolare che la mette in relazione con la Giustizia, con il segno zodiacale della Bilancia (a sua volta legato alla giustizia) e con l’equinozio di autunno, giorno in cui il giorno e la notte hanno identica durata – e dunque siamo sempre nell’ambito dei significati e dei simbolismi che abbiamo visto a proposito sia della Sfinge greca sia di quella egizia-. Secondo Oswald Wirth, la Sfinge “rappresenta il principio di equilibrio e di fissità che assicura la stabilità transitoria delle forme individuali”, nonché un principio di unità che sintetizza le attrazioni elementari e le converte in energia vitale. Lo stesso autore sostiene che la Sfinge ha quattro colori: la testa rossa (fuoco); le ali azzurre (aria), il petto e le zampe verdi (acqua) e la parte posteriore nera (terra).

QUANDO E PERCHE’ FU COSTRUITA LA GRANDE SFINGE DI GHIZA?

La Sfinge di Ghiza, la più imponente statua in pietra mai costruita al mondo, fu scolpita in uno sperone di roccia, con la testa umana e il corpo leonino, al quale furono aggiunte le zampe anteriori che si protendono nella tipica posizione di un felino accovacciato. Forse questo essere avvolto da un alone enigmatico doveva vegliare sul complesso funerario delle piramidi, ma sono state formulate diverse interpretazioni e congetture sulla sua funzione, tanto più che non è stato mai ritrovato alcun documento che ci illumini sul vero significato che le attribuivano gli antichi Egizi. Non si sa neppure quale sia l’epoca della sua edificazione,- tanto più che si suppone che forse il corpo e la testa siano stati realizzati in tempi diversi,- sebbene l’egittologia ufficiale, sulla base dei testi epigrafici reperiti nelle vicinanze della Sfinge e di una presunta somiglianza, -come abbiamo visto nella prima parte di questa trattazione-, la attribuisca al faraone Chefren.

Il monumento fu scolpito nella pietra viva, ma alcune parti sono state costruite o riparate con l’aggiunta di blocchi di roccia tagliati e ivi trasportati. La struttura geologica fu analizzata alla metà degli anni ’80 dal geologo K. Lal Gauri, il quale constatò che la Sfinge era costituita da tre diversi strati rocciosi:

1) lo strato inferiore del corpo è di pietra calcarea dura, ma fragile, che è la parte più antica;

2) lo strato intermedio, che comprende il nucleo dell’opera, con pietra di scadente qualità,- e per questo presenta numerose crepe-, che peraltro diventa migliore salendo verso l’alto;

3) lo strato superiore, con il collo e la testa della Sfinge, formato da pietra calcarea dura, che diventa sempre più fine nella testa, consentendone una più efficace conservazione.b_1024_768_0_10_images_stories_piramidi_sfinge_chefren

Nonostante la buona qualità della pietra, il volto è la parte più deteriorata del monumento poiché oltre che l’azione degli agenti atmosferici, ha subito durante i secoli anche l’ingiuria dell’uomo. In particolare il naso è stato asportato quasi del tutto; sembra che questo atto di vandalismo sia da attribuire allo scempio perpetrato da alcuni fanatici religiosi nel XIV secolo. Ma i danni più gravi sono stati arrecati alla Sfinge dall’erosione naturale, dovuta sia alle sferzate del vento che trasportava la sabbia, sia alla condensa notturna dell’umidità, seguita dall’evaporazione al mattino, fenomeno che avviene,soprattutto nella stagione invernale, e che provoca la frantumazione della roccia.

Ma il corpo della Sfinge appare profondamente segnato anche dall’esposizione all’acqua piovana. Il fenomeno dell’erosione dovuta all’acqua è così evidente che anche la scienza “ufficiale” ha dovuto prenderne atto, senza peraltro riuscire a darne una spiegazione convincente in linea con la sua tesi della costruzione della Sfinge ad opera di Chefren: infatti negli ultimi millenni non si sono mai avute in Egitto precipitazioni tanto copiose da poter provocare questo fenomeno; piogge abbondanti in grado di sortire un tale effetto si ebbero nella regione di Ghiza solo alla fine dell’ultima era glaciale (quella detta di Wurm) oltre 12.000 anni fa. Si è tentato di individuare la causa dell’erosione nelle inondazioni del Nilo, ma i segni sulla Sfinge sono ben diversi, -più accentuati in alto e meno in basso-, da quelli provocati dalle acque del fiume.

Questa constatazione ha corroborato le ipotesi secondo le quali l’età nella quale fu costruita la Sfinge sarebbe ben più remota di quella sostenuta dall’egittologia accademica, e in particolare nel 10.500 a. C. circa. Si tenga presente che a quell’epoca l’imponente statua si trovava proprio di fronte alla costellazione del Leone, del quale sarebbe forse una rappresentazione (6). Molto più tardi sotto il regno di Chefren, la testa del colosso sarebbe stata modificata onde assumere le sembianze del faraone.

Collocazione della Sfinge rispetto alle piramidi.
Collocazione della Sfinge rispetto alle piramidi.

Questa ipotesi presuppone ovviamente l’esistenza di una grande civiltà precedente quelle prese in considerazione dalla storia e dall’archeologia, e che sarebbe da indentificare con la mitica Atlantide, o forse con quella elaborata da un popolo disceso direttamente dagli Atlantidei e dal quale a sua volta avrebbero avuto origine gli Egizi.

Anche il confronto con la posizione delle piramidi depone a favore della datazione intorno al 10.500 a. C.: infatti mentre la Sfinge si volge verso il levante, le piramidi sono orientate esattamente secondo l’asse dei punti cardinali. Diversi studiosi hanno svolto accurate ricerche su questa disposizione e hanno ricostruito gli allineamenti astronomici che potevano verificarsi in epoche remote; dagli anni 60 in poi i calcoli astronomici divennero sempre più precisi.

La Sfinge, essendo rivolta verso oriente, ogni mattina vede il sorgere dell’alba, mentre soltanto due volte all’anno guarda in modo diretto la nascita del Sole. Considerando i suoi nomi, -Har-em-akhet (Horus è all’orizzonte) e Heru-Khuti (Horus dei due orizzonti), essa incarna il dio Horus sia all’alba sia al tramonto.

Poiché -come abbiamo visto nell’articolo sulla “Grande Piramide”- le tre piramidi principali che si ergono nella pianura di Ghizah dovrebbero riprodurre le tre stelle che costituiscono la “cintura di Orione”, nella posizione che queste tenevano nel 10.500 a. c., si avrebbe una perfetta corrispondenza nel rapporto tra la costellazione di Orione e quella del Leone, rappresentata dalla Sfinge, nonché con la Via Lattea, che ha il suo omologo terrestre nel fiume Nilo. Questa tesi fu sostenuta in particolare dagli scrittori Graham Hancock (in “Il Messaggio della Sfinge”) e Robert Bauval (in “Il Mistero di Orione”):

Ma sono soprattutto gli studi geologici condotti nel corso degli ultimi decenni sulla celebre statua che hanno suscitato dubbi e messo in discussione l’età attribuita alla Sfinge dall’archeologia, anche perché sono quelli che hanno addotto le argomentazioni più scientifiche; e in particolare la teoria formulata dal geologo Robert Schoch, docente di matematica alla Boston University, nel 1992.

Egli osservò, -come del resto già altri avevano fatto-, che soltanto precipitazioni alquanto copiose avrebbero potuto causare il grave stato di erosione del monumento, quali mai si ebbero in Egitto nelle epoche successive al periodo della IV dinastia, e neppure nei millenni immediatamente precedenti. Confrontando poi la Sfinge con altri edifici e tombe risalenti con sicurezza all’Antico Regno, constatò che questi ultimi, sebbene anch’essi costruiti con pietra di scadente qualità, non avevano subito un deterioramento così intenso a causa del vento e della sabbia del deserto.

Schoch non dubitava che la testa della Sfinge risalisse all’Antico Regno,  ma riteneva che il faraone Chefren, -o un altro della medesima dinastia-, avesse fatto scolpire di nuovo il volto della statua e restaurato il corpo rivestendolo con nuovi blocchi di pietra. La teoria di Schoch fu variamente contestata: si disse che l’erosione sarebbe stata provocata dalla sabbia bagnata e dalle inondazioni del Nilo, che sarebbero arrivate fino a lì. Ma in realtà queste polemiche non sono riuscite a dimostrare l’infondatezza delle ipotesi di R. Schoch, che rimane in effetti la più convincente.

In effetti però gli studi di Robert Schoch furono continuati e sviluppati per impulso di un geniale scrittore e archeologo autodidatta statunitense John Anthony West (n. nel 1932). Questi si convinse che il volto della Sfinge non fosse quello di Chefren, -come la maggior partede gli studi egittologici sosteneva (7)- e diede inizio alle sue ricerche, per le quali si avvalse dell’aiuto del tenente Frank Domingo del Dipartimento di Polizia Giudiziaria di New York, che nel corso della sua carriera professionale aveva acquisito una notevolissima esperienza nel ricostruire per le indagini giudiziarie visi sfigurati e mutilati.

CONTINUA NELLA QUARTA PARTE

1) la Sirena con figura di donna terminante con coda di pesce appare in epoca tarda e si trova menzionata per la prima volta nel “Liber Monstrorum” risalente all’VIII o IX secolo; è probabile che tale mutamento nell’aspetto -e pure nel comportamento- delle sirene, le cui lusinghe assumono ora una valenza sensuale- sia stato determinato o influenzato da una confusione con le Oceanine della mitologia germanica.  In effetti però esseri di questo genere sono presenti pure nei miti di area mediterranea: ad esempio la dea  aramaica Atargatis (o Atarath, o Derketo), detta in età romana Dea Syria, era spesso, -non sempre-, rappresentata come un essere pisciforme (che aveva però solo la testa, le spalle e le braccia umane); anche la Lamia aveva qualche somiglianza nell’aspetto e soprattutto nel comportamento con le Sirene medioevali: Ricordiamo poi Tritone, figlio di Poseidone e di Anfitrite, che era però di sesso maschile, con busto umano e coda di pesce.

2) secondo altri la madre delle Sirene sarebbe stata una ninfa dell’Etòlia di nome Stèrope. Platone invece afferma che siano figlie di Phorkys e Cheto, che abbiamo già ricordato come genitori di Echidna (nonché di Scilla, delle Graie e delle Gorgoni). Il numero delle Sirene in Omero è di due (poiché parlando di loro usa il duale); poi aumenta a tre o quattro; solo in Platone (Repubblica, X, 14) le Sirene, che hanno qui una funzione alquanto diversa,- poiché collaborano con le Mòire nel fissare il destino dei mortali-, diventano otto. Si è ipotizzata una derivazione delle Sirene dall’immagine del “Ba” , -ovvero dell’anima- per gli Egizi: nelle illustrazioni del “Libro dei Morti” l’anima del defunto appare spesso in forma di uccello antropocefalo che volteggia sopra la mummia per proteggerla e infonderle la vita.

3) già prima di Ulisse in realtà le Sirene erano state sconfitte dagli Argonauti, i quali, grazie all’abilità di musico di Orfeo che cantava in modo più soave di loro,, erano riusciti a superare indenni le loro insidie, come è attestato nella ” Argonautiche” di Apollonio Rodio (IV, 891-921).

4) si veda al riguardo quanto abbiano detto nella trattazione su “Virgilio e Orfeo”.

5) per l’esattezza, nella “visione di Ezechiele” non si trova un bue, ma un “kerub” (dalla cui forma plurale -kerubim-  l’taliano “cherubino”), termine che indica un genio della mitologia mesopotamica con corpo vitulino e testa umana, simile al “lamassu”, e come quest’ultimo posto spesso a guardia dei templi e dei palazzi reali,

6) questo cambiamento è dovuto alla “precessione degli equinozi”, della quale abbiamo parlato all’inizio dell’articolo su “La Profezia della Grande Piramide”.

7) come abbiamo ricordato nella prima parte dell’articolo, fu l’opinione dell’archeologo E. A. Wallis Budge, -il quale alla fine dell’800 aveva ritenuto il viso della Sfinge un ritratto di Chefren,- opinione che si impose e fu poi accettata in modo unanime e acritico dal mondo accademico. Fino agli inizi del XIX secolo la maggior parte degli studiosi credeva che la Sfinge fosse più antica delle piramidi.

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Un commento su “L’ENIGMA DELLA SFINGE (terza parte)

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