LE AMAZZONI, GUERRIERE DELLA LUNA: INVENZIONE O STORIA? -quinta parte-

Nell’Asia minore i sacerdoti eunuchi non erano certo esclusivi del culto di Cibele: pure altre divinità femminili -che peraltro si possono ugualmente qualificare come ipostasi della “Grande Madre”-, avevano al loro servizio dei ministri che rinunciavano alle prerogative maschili per dedicarsi interamente alla dea (e dunque da questo punto di vista queste forme di sacerdozio appaiono simili al sacerdozio e agli ordini religiosi cristiani, poiché in generale i sacerdozi antichi, -compreso quello ebraico- non comportavano il celibato e una rinuncia alle normali attività sociali).

Tra di essi possiamo annoverare i “megàbizi”, i sacerdoti del tempio di Artemdide ad Efeso, sui quali peraltro le fonti antiche dicono ben poco. Sappiamo che il nome “megàbyzos”, sebbene poi ellenizzato, -data l’assonanza con l’aggettivo greco “megas” = grande-, è di origine persiana e dovrebbe derivare da “Bagabriksha” (“Dio ha liberato”) o da “Bagabuksha” (“Dio ha salvato”); questo termine nell’Impero Persiano era usato anche come nome proprio di persona, con valore beneaugurante: un personaggio famoso con tale nome, Megàbizo (515-440 a. C. circa), fu un generale di Serse, figlio di Zòpiro , il quale dopo aver riconquistato Babilonia, che si era ribellata al dominio persiano, ebbe l’incarico di condurre la guerra contro la Grecia nel 480 a. C. Benché alla corte persiana, -come fu poi in quella bizantina e in quelle di diversi sovrani orientali-, gli eunuchi ricoprissero funzioni importanti (1), non sembra che costui fosse eunuco.

Il tempio di Artemide ad Efeso.
Il tempio di Artemide ad Efeso.

E’ incerto quanti fossero questi sacerdoti: Strabone infatti (Geografia, XIV, 1, 23) ne parla come di un collegio sacerdotale, i cui membri provenivano spesso da lontane regioni, per avere la certezza che fossero dotati di irreprensibili virtù (ma probabilmente anche perché la pratica della castrazione era estranea ai costumi ellenici prevalenti nella Ionia e nelle aree costiere dell’Asia Minore), e venivano ascritti al sacerdozio secondo le necessità -ovvero man mano che si rendevano vacanti dei posti-; ad essi corrispondeva un egual numero di vergini (e qui giova ricordare che la tradizione affermava essere stato il santuario efesino fondato dalle Amazzoni). Altri autori invece, -quali Senofonte (Anabasi, V, 3) e Plinio il Vecchio (Nat. Hist., XXXV, 36, 30 e XXXV, 40, 7)- citano il “Megàbizo” come un sacerdote unico, ossia come il titolo del sommo sacerdote (o del “guardiano”) del tempio di Artemide ad Efeso. La discrepanza tra le fonti si può forse spiegare con il fatto che esse si riferiscono ad epoche diverse. In effetti Strabone si esprime a proposito del “megàbizi” con il verbo all’imperfetto e quindi presupponendo una situazione non più attuale al suo tempo; mentre Senofonte e Plinio si riferiscono a quanto avveniva in età più recenti, ad essi contemporanee, allorché esisteva un solo sacerdote eunuco che presiedeva alle cerimonie del tempio.

Fregio figurato della base di una colonna del tempio di Artemide ad Efeso, ora conservato nel British Museum di Londra.
Fregio figurato della base di una colonna del tempio di Artemide ad Efeso, ora conservato nel British Museum di Londra.

Un’altra dea venerata nell’Anatolia, tra le molte varianti dell’archetipo della “Grande Madre”, è Mah, il cui culto era praticato soprattutto a Comana di Cappadocia, antica città che si presume sia da identificare nella Kummani ittita, in età ellenistica capoluogo della Cataonia. Qui si trovava il tempio principale di questa dea, nella quale i Greci avevano ravvisato la loro dea Enyo. Strabone afferma (Geografia, XII, 2, 3) che gli abitanti di questa città, sebbene sudditi di nome del re di Cappadocia, erano di fatto dipendenti del sommo sacerdote di Mah, che di fatto era il vero sovrano della regione. Lo scrittore greco assicura che nel periodo in cui egli visitò l’Anatolia, dal tempio di Mah dipendevano più di 6.000 “ieroduli”, -cioè schiavi del tempio (letteralmente “schiavi sacri”)-, sia uomini sia donne, i quali, oltre ad occuparsi dei servizi del tempio, coltivavano le terre da esso possedute; e che il sommo sacerdote, -il quale in Cappadocia era secondo per dignità solo al re-, dominava su un vasto territorio, del quale percepiva le cospicue rendite.

Strabone ritiene che questo culto religioso,-date le sue caratteristiche di violenta esaltazione mistica, proprie delle popolazioni scitiche “barbare” e anche delle Amazzoni-, sia stato introdotto da Oreste, il quale dopo essere fuggito dalla Tauride, (regione della Scizia adiacente all’odierno mar d’Azov), giunto in questo luogo con la sorella Ifigenia vi introdusse il culto di Artemide Tauropola, di cui Ifigenia era divenuta sacerdotessa; in tale circostanza lui e sua sorella avrebbero deposto le loro chiome sull’altare della dea e dalla loro offerta la città trasse il nome (Comana da “κoμη”, chioma).

Omonima della città della Cappadocia era un’altra Comana, detta “Pontica”, poiché si trovava nella regione del Ponto, affacciantesi sul Ponto Eusino (il mar Nero), -da cui prendeva il nome-, che era stata satrapia dell’Impero Achemenide e poi regno indipendente, fino a che dopo alterne vicende nel 62 a. C. divenne provincia romana insieme alla contigua Bitinia; anch’essa era sede di un celebre tempio di Mah, i cui riti e sacerdozi erano del tutto simili a quelli dell’omonomo centro della Cappadocia, poiché vi erano stati importati da coloni provenienti dalla Cappadocia.

Mah era probabilmente un altro nome con il quale era conosciuta e venerata la dea dei Churriti (2) Hèpat, o Hepa, o Hèbat, sposa di Teshup (o Teshub), dio principale del pantheon churrita, signore del cielo atmosferico, della tempesta e della folgore (corrispondente quindi all’Adad assiro, all’Hadad arameo e al Baal cananeo). Ella, chiamata anche “Regina del Cielo”, fu assimilata dagli Ittiti alla loro “dea del Sole di Arinna” e il suo culto in alcune regioni dell’Anatolia e dell’alta Mesopotamia, specialmente intorno alla catena montuosa del Tauro, si protrasse per molti secoli dopo la scomparsa dei Churriti e degli Ittiti, fino all’età ellenistica, quando era denominata Hipta, sovrapponendosi e fondendosi con quello di altre dee madri (le quali come abbiamo detto in fondo erano varianti della stessa figura divina) quali la Kubaba dei Cilici e la “Matar Kubile” dei Luvi -la popolazione alla quale appartenevano gli abitanti della Troia omerica-.

Lo stesso nome “Mah” è forse un’abbreviazione di “Matar” (madre); con questo termine (“Mah”) peraltro è chiamata la Luna in persiano antico (e pure moderno), -e come abbiano già visto altrove in tutte le lingue indoeuropee l’argenteo astro aveva un nome simile, da una radice che significa “misurare” (poiché la Luna con le sue fasi misura il tempo), anche se successivamente in alcune di esse, come il greco e il latino, sull’idea della misurazione prevalse quella della luminosità, e si ebbero quindi Selene e Luna-, e dunque tale appellativo evidenzia il carattere lunare di questa divinità. E’ possibile peraltro, anzi probabile, che la figura della “madre” e quella della Luna si siano reciprocamente influenzate e sovrapposte (tenendo conto che secondo certe correnti psicanalitiche moderne -ma pure nella tradizione astrologica- la Luna è il simbolo stesso e l’archetipo della maternità e della femminilità in genere).

Mah (o meglio Enyo-Mah) fu conosciuta dai Romani nel 92 a. C., quando le truppe romane, al seguito di L. Cornelio Silla, propretore della Cilicia, si spinsero per la prima volta nelle aree più interne dell’Anatolia per rimettere sul trono di Cappadocia lo spodestato re Ariobarzane, -filoromano-, e porre un freno all’aggressivo espansionismo antiromano di Mitridate VI del Ponto. Essi giunti nei luoghi dove questa divinità era onorata, in particolare a Comana di Cappadocia, sia per l’aspetto e gli attributi con i quali era rappresentata, sia per il carattere bellicoso e cruento dei riti ad essa tributati, l’identificarono con Bellona, l’antica dea romana della guerra (come dice il nome stesso da “bellum” = guerra), e ne importarono il culto in Roma, o per meglio dire, modificarono le cerimonie religiose celebrate per la dea Bellona introducendovi elementi propri di quelle di Mah, e fondendo così le due figure divine, le quali in effetti, almeno in origine, non avevano molto in comune. L’iconografia di Bellona, -rappresentata sempre armata di lancia e/o frusta, talora scudo e con una torcia in mano-, ricordava molto quella delle Furie, le lugubri dee della vendetta e del rimorso, corrispondenti alle greche Erinni e il suo culto era in origine strettamente congiunto con quello di Marte, del quale era supposta talora sorella, talaltra figlia o compagna (3); così come della sua omologa greca Enyo, anch’essa strettamente associata ad Ares nel culto, la sua genealogia è incerta e fluttuante.

I suo sacerdoti, detti “hastarii”, e i suoi seguaci, chiamati “bellonarii” o “fanatici” (4), vestiti di nero, al culmine della loro mistica esaltazione, giravano vorticosamente su sé stessi, brandendo delle asce e dei coltelli, con i quali si tagliuzzavano le carni, praticandosi delle incisioni piuttosto profonde nelle braccia e nelle cosce, ed offrendo alla dea il sangue che ne sprizzava; peraltro nel corso del decenni questo sanguinario furore si affievolì notevolmente, tanto che nel II secolo le ferite che questi sacerdoti si autoinfliggevano erano assai lievi, oppure venivano simulate con opportuni accorgimenti, fino a quando l’imperatore Commodo, -secondo quanto tramanda Elio Lampridio nella “Vita di Commodo” (compresa nell'”Historia Augusta”), IX, 5-, li costrinse a ferirsi sul serio, onde meritare davvero il profondo rispetto che riscuotevano presso il popolo (5). La venerazione per Mah- Bellona si esprimeva anche in una processione che aveva luogo nel mese di marzo.

Rovine di Antiochia di Pisidia con rilievo marmoreo che raffigura un "ippocampo" (cavallo marino).
Rovine di Antiochia di Pisidia con rilievo marmoreo che raffigura un “ippocampo” (cavallo marino).

Ma in Frigia e in altre regioni dell’Anatolia centrale, ed in particolare nella città di Antiochia di Pisidia, è attestato un dio lunare il cui nome era Men, nome che, come già abbiamo detto altre volte, in questa forma o in altre simili, nelle lingue indo-europee indicava la Luna, e pertanto potrebbe trattarsi di una ipostasi maschile di Mah. Del culto e degli eventuali miti legati alla figura di Men si conosce assai poco (di codesta divinità abbiamo già parlato nella quarta parte delle “Amazzoni ad Atlantide”). Dalle rappresentazioni plastiche rimaste possiamo osservare che era raffigurato con abbigliamento tipicamente frigio con una corta tunica stretta alla vita, il caratteristico berretto a cono con la punta cadente e talora le “anassiridi”, i calzoni persiani e anatolici, di solito in piedi -ma talora cavalcante un cavallo o altri animali (ariete, pantera, toro, leone, gallo, ecc.), legati alla Luna o al Sole-, spesso tenendo in mano uno scettro (che si potrebbe forse identificare nel “barsom” iranico), una pàtera o una pigna, per cui l’iconografia che gli è propria appare simile a quella di Attis e di Mithra, tanto che si può supporre che il suo culto si sia fuso con quello delle summenzionate divinità; talora però era raffigurato con i simboli del Sole e della Luna sul capo e/o in groppa a un cavallo con le zampe anteriori terminanti una con una mano e l’altra con un piede umani (nonostante le mie ricerche, non sono riuscito a trovare delle testimonianze fotografiche di questo strano essere). Di peculiare aveva due corna che gli sporgevano dalle spalle rivolte verso l’alto ad imitazione di due crescenti lunari che ne qualificano immediatamente il carattere astrale.

Un'immagine di età ellenistica del dio Men, ispirata all'iconografia di Alessandro Magno. Si notino gli emblemi solari e lunari.
Un’immagine di età ellenistica del dio Men, ispirata all’iconografia di Alessandro Magno. Si notino gli emblemi solari e lunari.

Nei pressi di Antiochia di Pisidia, – città che era stata fondata da Seleuco I Nicatore, il fondatore dello stato seleucide, come la più famosa Antiochia di Siria, e che le aveva dato il nome in onore di suo padre Antioco-, si trovava il più grande e frequentato santuario dedicato a Men, le cui rovine sono state oggetto di accurati scavi archeologici negli 1982-83). Esso era costituito da un imponente “tèmenos” (un recinto sacro) con portico su tutti e quattro i lati, ornati con statue, epigrafi ed “ex-voto”; al centro dello spazio sacro si elevava da un alto basamento a gradini un tempio in stile ionico, risalente alla metà del II secolo a. C., con la cella contornata da una peristasi di 30 colonne.

In questo tempio si implorava la protezione del dio associando al suo nome -Men-, l’appellativo di “Askàenos”: tale appellativo è da riconnettersi ad una antica radice anatolica che esprime l’idea di luminosità, e che è presente anche nel nome di Ascanio, il figlio di Enea e di Creusa. Ma vi era anche una porzione della Frigia settentrionale alla quale era stato dato il nome di Ascania, ove si trova un lago chiamato anch’esso Ascanio (odierno lago di Iznik nella prefettura di Bursa) nei pressi della città di Nicea. Per alcuni questo nome potrebbe pure essere connesso con il biblico Ashkenaz, figlio di Gomer, e nipote di Japhet, a sua volta figlio di Noè (vedi Genesi, 10); è probabile tuttavia che Ashkenaz sia derivato dalla parola “Ashkuza”, con la quale gli Assiri designavano la popolazione degli Sciti. Non è peraltro da escludere che i due significati si siano sovrapposti e reciprocamente influenzati, data la contiguità degli ambiti culturali ai quali si riferiscono (6).

Un altro venerato santuario dedicato a Men, -che ivi era designato anche con l’attributo “Farnax” (Farnace), parola di origine persiana che significa “splendente”, connessa con l’avestico “farnah” = luce, maestà, gloria-, si ergeva anche nella piccola città di Ameria nel Ponto, dove erano presenti numerosi sacerdoti e servi (“ieroduli” = servi sacri) addetti ai divini uffici e un’ampia tenuta, le cui cospicue rendite andavano a beneficio del sommo sacerdote. Questo tempio, -a quanto riferisce Strabone (Geografia, XII, 3, 31)- fu sempre tenuto in grandissima considerazione e venerazione dai sovrani del Ponto, tanto che essi pronunciavano il “giuramento reale” al momento della loro ascesa al trono con la formula: “Per la fortuna del re e per Men Farnace” (7).

Osserviamo peraltro che sia Mah, sia Men, l’una e l’altro divinità con spiccate qualità lunari erano venerate entrambe nelle medesime aree, e segnatamente nella Cappadocia e nel Ponto, per cui sebbene non si abbiano testimonianze di santuari dove il loro culto fosse accomunato, si può pensare che avessero uno stretto legame, simile a quello tra Cibele ed Attis, tanto più che l’identificazione di essi con tali divinità è esplicitamente attestata.

Sempre nell’area anatolica, -o più esattamente nell’alta Mesopotamia occidentale- (8) si ha notizia di misterioso dio “Lunus”, una sorta di versione maschile della Luna, venerato in particolare nella città di Carre, l’antica città di Harran, dove, secondo la Bibbia, si era stabilito per un certo tempo Abramo proveniente da Ur e che poi era stata compresa nel regno di Mitanni (citato nella nota 2) (9). Elio Sparziano, nella sua “Vita di Caracalla”, compresa nell'”Historia Augusta”, riferisce (VI, 6 e VII) che il celebre e discusso imperatore, giunto in Mesopotamia per allestire una spedizione militare contro i Parti, fu assassinato nel 217 nelle vicinanze della città di Edessa, proprio mentre si stava recando a Carre per onorare questa strana divinità. Durante una sosta egli fu colpito a morte con un pugnale, quando scendeva da cavallo, proprio nel giorno del suo compleanno, l’ottavo giorno prima delle calende di aprile (il 25 marzo). Lo stesso autore afferma che era comune convinzione in quella regione che chi si fosse rivolto alla Luna come a una divinità femminile durante la sua esistenza sarebbe stato succube delle donne, mentre chi l’avesse considerata e adorata in forma maschile quegli avrebbe comandato la propria moglie e non avrebbe corso alcun pericolo o subito alcuna insidia di provenienza femminea; Sparziano aggiunge pure che, sebbene per i Greci e gli Egizi, la Luna fosse ritenuta una dea, nelle dottrine mistiche essi (Greci ed Egizi) la chiamavano Luno, attribuendo ad essa il sesso mascolino.

Lo storico Erodiano (170-250 circa) però, il quale nella sua opera (“Storia dell’Impero Romano dopo Marco Aurelio”) descrive anch’egli la morte di Caracalla, dice che il sovrano si stava dirigendo a un tempio dedicato alla Luna, -usando un termine femminile, Selene, che indica sia l’astro sia la divinità-; e così pure un altro storico, Ammiano Marcellino (330-400 circa), -riferendosi a Giuliano detto “l’Apostata”, il quale pure si sarebbe recato a Carre in questo santuario del quale sarebbe stato devoto-, parla sempre di Luna al femminile (e non al maschile) (Rerum Gestarum Libri, XXIII, 3, 2). D’altra parte appare strano che Sparziano abbia riportato una notizia errata o inesatta. L’ipotesi più probabile è che gli altri autori abbiano banalizzato la devozione ad una divinità lunare che colà praticavasi: siccome la Luna per loro era per eccellenza una divinità femminile, non hanno osato introdurre nella loro narrazione elementi contrastanti con l’opinione comune, forse anche perché loro stessi non avevano una conoscenza diretta di quel luogo e delle credenze religiose che vi erano diffuse -per quanto, visto che entrambi erano originari della Siria, probabilmente della stessa Antiochia, sembra improbabile che ignorassero le religioni delle aree orientali dell’impero-.

In effetti il culto verso una divinità della Luna a Carre e nella regione dell’Osroene risaliva a tempi antichissimi: in particolare vi si venerava il dio lunare Sin: infatti, a differenza che nel mondo greco-romano la potenza soprannaturale del satellite della Terra era identificata nel Vicino Oriente non in una dea, bensì in un dio. Sin era il nome con il quale era venerato dagli Assiro-Babilonesi il dio sumerico “En-Zu” (“Signore della Conoscenza”), il cui nome, letto al contrario (Zu-En), divenne l’accadico Sin. Questi era una delle divinità più popolari e venerate della Mesopotamia e del Vicino Oriente in genere, che, come la Luna, che egli personifica, influenza in modo potente la vita vegetale e animale, e di conseguenza pure quella umana, specie nel campo dell’agricoltura; ma era pure legato alla giustizia, alla fissazione del destino e agli oracoli, nonché rivelatore del destino per mezzo dei sogni che egli manda agli uomini sulle ali del dio Zaqar.

Su questo antico rilievo babilonese si possono osservare in alto gli emblemi di Ishtar (venere), Sin (Luna) e Shamash (Sole).
Su questo antico rilievo babilonese si possono osservare in alto gli emblemi di Ishtar (venere), Sin (Luna) e Shamash (Sole).

E’ interessante notare che, sebbene sia qualificato al maschile come dio, ci si rivolgeva a lui nella preghiera anche con attributi che lasciano supporre una natura ermafrodita (“il padre che genera, la madre che crea”), per cui è più che probabile che il Lunus venerato a Carre ancora nel IV secolo sia da identificare con Sin, tanto più che abbiamo detto, l’antica città siriaca era uno dei principali centri del culto di questa divinità; ma la città in cui la venerazione per lui è attestata dai tempi più remoti è Ur (poi detta dei Caldei), la capitale di uno dei più importanti regni sùmeri. Anche la penisola del Sinai trasse il nome con il quale è tuttora conosciuta da quello del dio Sin.

Il dio-dea Sin era il membro più importante di una triade divina costituita, oltre che da lui, dai suoi due figli -avuti da Ningal-, il dio-Sole Shamash e dalla dea del pianeta Venere Ishtar, -la quale a sua volta aveva forse in tempi remoti natura ermafrodita (tanto più che la stella Venere era considerata anche in molti altri luoghi e nella tradizione astrologica maschile quando è mattutina, o orientale, poiché precede il Sole, e femminile, allorché sia vespertina, o occidentale, poiché in tal caso segue il Sole)(10)-.

Al Sin mesopotamico corrisponde presso i Semiti occidentali il dio Yarikh, noto pure con i nomi di Jerah, Jarah o Jorah, nonché di Yarikhbol, i cui epiteti sono: “l’illuminatore dei cieli”; “l’illuminatore di miriadi di stelle”, “il signore della falce” (quest’ultimo epiteto allude ovviamente all’apparizione della Luna nascente dopo la Luna nuova, -che tra l’altro per i musulmani segna l’inizio del mese lunare-).

Stele e statue tra le rovine di un antico tempio di Yarikh nel sito archeologico di Tell Azor in Israele.
Stele e statue tra le rovine di un antico tempio di Yarikh nel sito archeologico di Tell Azor in Israele.

Dagli scritti di Cristoforo della Sirena apprendiamo che egli versò un cospicuo compenso per poter sposare la dea delle messi e dei frutti Nikkal (che corrisponde alla Ningal -“regina” del pantheon mesopotamico). Il suo matrimonio con questa dea fu l’argomento di un poema nell’antica Ugarit, intitolato “Nikkal e le Kotharat” -o più precisamente “Inno in onore di Nikkal e delle dee Kotharat”(queste ultime erano sette divinità del destino, -che già abbiamo incontrato come probabili madri dei Cabiri nella parte precedente del nostro discorso-, e che presiedettero alla nascita di Yarikh)(11): la prima parte dell’opera narra del corteggiamento e della corresponsione del prezzo dovuto per ottenere la mano della sposa, nonchè del dono a costei di una preziosa collana di lapislazzuli, mentre la seconda riguarda aspetti della vita femminile e domestica.

Questo connubio fu e continua ad essere dispensatore di benefici effetti anche sulla vita vegetale, animale ed umana, propiziando la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti. Yarikh è stato riconosciuto anche come colui che spande la rugiada notturna e dona la benefica umidità alla terra assetata, con la quale favorisce la fioritura dei frutteti nel deserto. La città di Gerico in Palestina ricorda il suo nome e il suo culto.

CONTINUA NELLA SESTA PARTE

Note

1) la preferenza per le persone evirate nel rivestire importanti incarichi politici e di corte era dovuta al fatto che si presumeva esse, non avendo figli, fossero meno animate da ambizioni personali e familiari e quindi più fedeli ai sovrani.

2) i Churriti erano una popolazione stanziata nell’alta Mesopotamia, la cui civiltà fondeva elementi indoeuropei (con affinità in particolare con quelle ittita e indo-persiana) con altri semitici e di origine incerta e sconosciuta -in primis la lingua-. Essi intorno al 1550 a. C. avevano fondato un importante stato, chiamato “regno di Mitanni”, che dopo un periodo di splendore fu assoggettato dagli Assiri di Salmanassar I verso il 1260 a. C., e scomparve, non senza lasciare significative tracce nelle civiltà e negli stati che fiorirono nei territori sui quali aveva dominato.

3) il Marte romano e italico era in origine piuttosto diverso dall’Ares greco con il quale fu poi identificato, ereditandone la genealogia e i miti: infatti mentre quest’ultimo incarnava il principio di aggressività in genere, -che però aiuta nella “lotta per la vita”, ossia quello che nell’etologia moderna è definito il principio del “combattimento o fuga”, a seconda della situazione con cui ci si deve confrontare-, il secondo, il “Mars” romano, era ai primordi un dio dei campi e dell’agricoltura, che difendeva dai disastri naturali; dalla difesa dei campi, passò poi a incarnare la “difesa” della patria contro i nemici esterni e divenne così un dio della guerra, intesa però come azione con un fine sociale e patriottico, non semplice distruzione. Sebbene a somiglianza dell’Ares greco gli fossero dati di solito come genitori Giove e Giunone, secondo una tradizione illustrata da Ovidio (in Fasti, V, 229-260, dove il poeta tratta delle feste “Floralia”, che si celebravano dal 28 aprile al 3 maggio), Marte avrebbe avuto una nascita partenogenetica: infatti, Giunone, irritata dal fatto che Giove avesse partorito Minerva senza il suo concorso (in effetti però Zeus aveva generato Atena dopo aver inghiottito Metis, la personificazione della saggezza, che si può dunque considerare la madre della dea guerriera), volle fare altrettanto e chiese a Flora un consiglio sul modo di dare alla luce un pargolo senza intervento maschile. La dea le indicò allora un misterioso fiore dorato che cresceva in Etolia, e che rendeva gravide le donne e le femmine animali al solo toccarlo: fu così che, -a quanto racconta Ovidio-, nacque Marte, il quale, memore della parte avuta da Flora nella sua nascita, le assicurò che anch’ella sarebbe stata onorata nella futura città di Romolo (il quale, com’è noto, era figlio suo e di Rea Silvia).

4) il termine “fanaticus” deriva da “fanum” = santuario, e veniva impiegato in riferimento ai seguaci di culti religiosi che si esprimevano con manifestazioni sfrenate e violente. Da esso con uno spostamento di significato non molto grande passò a indicare in generale coloro che aderiscono a dottrine religiose o politiche in modo eccessivo ed acritico. Osserviamo che il fenomeno del “fanatismo”, inteso come insieme di pratiche religiose violente volte ad infliggersi ferite e mutilazioni per devozione, penitenza o allo scopo di raggiungere uno stato di estasi mistica, si ritrova in un gran numero di religioni antiche e moderne, sia primitive e tribali, sia superiori e fondate su dottrine complesse. Anche nell’ambito del cristianesimo sono apparse diverse volte, sebbene in genere nell’ambito di correnti considerate eretiche: dal montanismo e dal donatismo dei secoli III e IV, -che giungevano al suicidio rituale, e ai quali abbiamo accennato negli articoli sulla decadenza dell’Impero Romano- fino al movimento dei “flagellanti” che ebbe notevole diffusione nel XIII secolo, promosso dal francescano umbro Raniero Fasani. Se ne ha tuttora un ricordo in alcune manifestazioni, peraltro di carattere più folkloristico che religioso in senso stretto, come quelle che si celebrano durante la settimana santa in alcuni centri dell’Italia meridionale. Simili a queste sono le processioni di “flagellanti” che si riscontrano nell’ambito dell’Islam sciita, specie durante l'”Ashura”, che commemora il martirio di Alì, genero di Maometto, riconosciuto  dagli Sciiti come unico legittimo successore del profeta.

5) lo scrittore precisa che questo tristo imperatore sarebbe stato anche un seguace della religione egiziana da Iside -oltre che di quella di Mitra- (data la sua condotta riprovevole però è lecito pensare che la sua adesione a queste religioni, che professavano elevati principi morali, fosse superficiale e superstiziosa), e per questo usava percuotersi il petto con una pigna per ferirsi: infatti il fenomeno del “fanatismo”, cioè di manifestazioni parossistiche e violente di devozione aveva contagiato anche culti, -come quello isiaco-, che ne erano in origine immuni. D’altra parte per uno come lui che voleva fare il “duro”, che combatteva come gladiatore contro avversari deboli e impreparati e contro poveri animali indifesi e belve malridotte, private delle loro armi di difesa e di offesa, per conseguire una facile vittoria, battersi con una pigna non doveva certo essere una straordinaria prova di resistenza al dolore!

6) com’ noto, dal nome di Ashkenaz deriva quello degli Ashkenaziti, gli Ebrei dimoranti o provenienti dall’Europa centrale e orientale. In origine però il territorio in cui si stabilì la stirpe di Ashkenaz (o a lui attribuita dalla Genesi) doveva essere quello delle steppe eurasiatiche abitate da Sciti, Sarmati e popolazioni affini; ma dall’alto ME il termine si estese a indicare regioni ben più occidentali, come Germania, Polonia e Ungheria.

7) Farnace fu il nome anche di due sovrani del Ponto che regnarono rispettivamente dal 170 al 190 a. c. circa e dal 63 al 47 a. C. Con il termine “farnah” erano composti diversi nomi propri diffusi in Persia e in Anatolia (quali Farnabazo, Farnaspe, Farnuco, ecc.), spesso portati da satrapi, ministri e membri delle dinastie regali persiane.

8) l’Anatolia, o Asia minore- in senso stretto comprendeva la parte peninsulare dell’attuale Turchia, dalle coste del mar Egeo ad una immaginaria linea obliqua che congiungeva il mar Nero con il golfo di Alessandretta, mentre la parte più orientale era ripartita tra l’Armenia (ben più vasta dell’attuale repubblica ex-sovietica di Armenia) e la Mesopotamia settentrionale, che in età ellenistico-romana era a sua volta suddivisa in molti piccoli regni vassalli dell’Impero Romano e dell’Impero Arsacide.

9) la città di Carre è nota soprattutto per l’immane sconfitta subita dal triumviro M. Licinio Crasso  nei suoi pressi dal triumviro M. Licinio Crasso ad opera dei Parti guidati dal generale Surena. Dopo essere stata soggetta agli Assiri, -di cui fu per pochi anni l’ultima capitale prima del definitivo tramonto dello stato assiro, quando anche il suo ultimo lembo fu conquistato da Nabopolassar di Babilonia, che sconfisse l’ultimo re assiro Assur-uballit II. Da allora seguì le vicende degli Imperi che si succedettero nel Vicino Oriente (Neobabilonese o Caldeo; Persiano; Selucide) fino a quando nel 132 una dinastia di origine araba o aramaica costituì il regno di Osroene, con capitale la città di Edessa (città che era stata fondata dai Seleucidi e ripeteva il nome della capitale della Macedonia, donde questi sovrani provenivano) -l’attuale Urfa in Turchia-. Questo regno però fu quasi sempre vassallo degli Arsacidi (la dinastia partica), fino a quando non fu conquistato dai Romani nel 216. Secondo una leggenda tramandata da Eusebio di Cesarea nella sua “Historia ecclesiastica”, ed arricchita in seguito, il re di Edessa Abgar V detto “Ukkama”, vissuto tra il I sec. a. C e il primo d. C. trovandosi gravemente ammalato -di lebbra o di altro morbo invalidante-  ed essendo venuto a conoscenza dei miracoli operati da Gesù Cristo, lo avrebbe invitato, tramite un’ambasceria, nelle sua città affinchè lo guarisse. Poiché era ormai prossimo il tempo della passione, Gesù non vi si recò di persona ma inviò al re una lettera con la quale gli annunciava la venuta di un suo discepolo dopo l’ascensione. Il discepolo, di nome Taddeo, gli portò un drappo, chiamato poi “mandylion” (cioè “fazzoletto” in greco -μαντυλιoν-) nel quale Gesù aveva lasciato l’impronta del suo viso: per mezzo di tale fazzoletto il re guarì. Secondo un’altra versione più romanzesca, il fondatore del cristianesimo si accorse che un pittore al seguito della delegazione inviata da Abgar stava eseguendo un suo ritratto, egli si pose sul volto un fazzoletto. Sopra tale fazzoletto rimase impressa la sua immagine ed egli lo diede agli ambasciatori. Costoro, giunti quasi al termine del loro cammino, ormai alle porte di Edessa, si imbatterono in alcuni predoni che li attaccarono. Quello che recava il “mandylion” si affrettò a gettarlo in pozzo e poi corse in città dove riferì al re l’accaduto. Questi, seguito da tutto il popolo in processione, si recò subito al pozzo: l’acqua era salita fino al bordo e il fazzoletto vi galleggiava sopra; il sovrano lo prese e immediatamente guarì. Questo pozzo esisteva ancora almeno fino al XIX secolo; quanto al “mandylion”, non è ben certa la sua fine: secondo alcune fonti dopo la conquista araba sarebbe stato trasportato a Costantinopoli, dove se ne persero le tracce nel 1204, -dopo l’invasione dei crociati mandati da Venezia a conquistare la capitale dell’ormai traballante Impero Bizantino per pagare il nolo delle navi-; per altri invece sarebbe finito a Roma, dove sembra fosse visibile almeno fino all’inizio dell’800 nella chiesa di S. Silvestro in Capite.

10) com’è noto, il pianeta Venere era chiamato dai Greci Phòsphoros come stella del mattino, che precede il sole all’alba quando sorge, ed Hèsperos come stella della sera che segue il Sole al tramonto (si tenga presente che l’elongazione -ossia la distanza dal Sole da “lo bel pianeto che ad amar conforta” (Purg. I, 19)- non è mai superiore ai 48 gradi). A Palmira, e in altre località della Siria e dell’Arabia si dava loro rispettivamente il nome di Azizu (si confronti l’arabo “aziz” = amabile, grazioso) e Arsu, erano considerati gemelli e raffigurati entrambi in groppa a un cavallo o più di frequente a un dromedario. In età tarda furono venerati anche con i nomi ellenizzati di Azizos e Mònimos, e descritti come due fanciulli che cavalcano un’aquila. Il filosofo neoplatonico Giamblico, -vissuto nel IV secolo-, identifica Azizos con Ares e Mònimos con Hermes.

11) il nome di queste dee del destino si trova anche reso con i termini “Kothirat” o “Kosharot”; è questo un appellativo che indica pure le rondini, che venivano evidentemente considerate incarnazioni o figure-simbolo delle dee.

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