LE AMAZZONI, GUERRIERE DELLA LUNA: INVENZIONE O STORIA? -quarta parte- (Coribanti, Cureti, Cabiri, Dàttili Idei)

I Galli, i sacerdoti castrati consacrati al culto di Cibele ed Attis, furono identificati anche con i Coribanti, divinità minori di origine microasiatica che facevano parte del seguito di Cibele, e che onoravano la dea con danze sfrenate e con musiche assordanti prodotte, oltre che dagli strumenti idiofoni come cimbali e tamburi, con lo sbattimento delle lance e delle spade sugli scudi. Per tale ragione queste divinità minori, che probabilmente incarnano le forze più profonde e gli scotimenti sismici della Terra, furono a loro volta accomunati e confusi con i Cureti, il gruppo di giovani, -come esprime anche la più probabile etimologia del loro nome (1)-, i quali, in numero variabile da due a nove, a seconda delle fonti, accompagnavano Rea, la sorella e sposa di Cronos e madre degli dei olimpici, a sua volta identificata con Cibele. Quando Rea si fu sgravata dal piccolo Zeus in una grotta sul monte Ida nell’isola di Creta, essi coprirono con il frastuono delle loro fragorosa danza, chiamata “prylis”, i vagiti del neonato, in modo che non fossero uditi dal famelico padre e che questi non riservasse al futuro re degli dei il destino che già era toccato ai suoi fratelli, -che peraltro furono recuperati con uno stratagemma dopo che Crono fu sconfitto ed esautorato dal sui figlio minore-. Per Apollodoro (Biblioteca, I, 3) i Coribanti erano figli di Apollo e di Talia, la musa della commedia.

I Cureti che danzano intorno a Zeus fanciullo.
I Cureti che danzano intorno a Zeus fanciullo.

Sembra però che in origine il nome di “Cureti” fosse quello di un’antica popolazione dell’Etolia o dell’Acarnania, e come tali sono citati da Omero in Iliade, IX, 525 e seguenti. L’intervento dei Cureti nella vicenda dell’infanzia del sommo nume è narrato per la prima volta in forma compiuta nell'”Inno a Zeus” (versi 52 e seguenti) del poeta Callimaco. Secondo Strabone, -il quale dedica ad essi una lunga digressione nella sua opera geografica (X, 3)-, i Cureti sarebbero originari dell’Eubea, nati dal matrimonio tra il re della regione Soco, e la ninfa Combe, figlia del dio fluviale Asopo, in numero di sette ed avrebebro avuto i seguenti nomi: Primeo, Mimante, Acmone, Damneo, Ocitoo, Ideo e Melisseo (peraltro, stando alla narrazione di Apollodoro -Biblioteca, I, 1-, Melisseo era anche il nome del padre delle ninfe Ida e Adrastea, nutrici di Zeus). Mandati in esilio dal re Soco insieme alla madre, andarono errando per le contrade dell’Ellade, fino a che si stabilirono a Creta, dove protessero l’infanzia di Zeus; indi si trasferirono in Frigia, dove allevarono Dioniso; infine giunsero in Attica, dove furono aiutati da Cècrope, re di Atene, a tornare in patria. Da quanto si può osservare nel suo racconto, Strabone fonde elementi evemeristici, -considerando i Cureti esseri umani- ed elementi propriamente mitologici, conciliando le tradizioni di Creta con quelle dalla Grecia continentale e della Frigia.

L’autore peraltro  non manca di rilevare come le parallele tradizioni mitiche relative ai Coribanti, ai Cabiri, ai Dattili Idei fossero in qualche modo confluite, tanto che era diventato difficile distinguere queste figure leggendarie, che sebbene indipendenti, presentavano indubbie affinità. Egli afferma infatti che con questi nomi diversi furono chiamati dei geni, seguaci e ministri di alcune importanti divinità, i quali furono poi considerati dei essi medesimi. E a tal proposito cita espressamente Esiodo, il quale disse che un certo Ecatero, unitosi a una figlia di Foroneo, aveva generato 5 figlie, dalle quali sarebbero a loro volta derivati le ninfe delle montagne (le Oreadi), i Satiri e i Cureti. Riporta altresì l’opinione di coloro che ritenevano i Cureti non essere altro che abili suonatori frigi, mentre i Coribanti sarebbero venuti fin dalla lontana Battriana, nell’Asia centrale, o dalla Colchide, regione caucasica sul Ponto Eusino. Egli attribuisce peraltro almeno in parte la confusione tra Coribanti e Cureti al fatto che esistevano due monti con il medesimo nome di Ida, uno a Creta e uno nella Troade (2).

Passando poi a trattare dei Cabiri, il nostro, rifacendosi a quanto scritto da Acusilao di Argo (storico e mitografo greco del V secolo a. C., di cui sono rimasti pochissimi frammenti), narra che una figlia del dio marino Proteo, -famoso per l’abilità con la quale sapeva assumere diverse e svariate forma di esseri animati e inanimati, chiamata Cabiro (e dalla quale avrebbero tratto noma i Cabiri) aveva avuto da Efesto un figlio, Cadmilo: da questi discesero tre rampolli maschi, -i Cabiri-, e tre figlie, -le ninfe Cabiridi-; secondo altri autori peraltro, come Ferecide (3), Cabiri e Cabiridi sarebbero nati direttamente dal connubio tra Cabiro ed Efesto. Essi erano venerati soprattutto a Samotracia, isola appartenente all’arcipelago delle Sporadi settentrionali, e in altre isole vicine, in particolare a Lemno e ad Imbro; nel grande tempio di Samotracia si celebravano dei misteri, le cui figure centrali erano una triade di divinità costituita da Axieros, Axiokersos e Axiokersa, che furono identificati rispettivamente con Demetra, Ade e Persèfone, ed erano chiamati i “grandi Dei” (“Megaloi Theoi”), oltre che il divino fanciullo Cadmilo, considerato un’ipostasi di Hermes. Altri ancora però sostenevano che fossero solo due oppure sette o nove. In effetti tuttavia si può osservare che mentre i “Grandi Dei” o Cabiri in senso stretto erano i componenti di questa trinità, i nome di Cabiri fu in seguito attribuito per estensione ai loro assistenti, in particolare a quelli di Axieros (corrispondente a Rea e a Cibele), che furono assimilati ai Cureti e ai Coribanti.

I Curibanti (o Cureti) intorno al piccolo Zeus allattato dalla capre Amaltea.
I Curibanti (o Cureti) intorno al piccolo Zeus allattato dalla capre Amaltea.

Erodoto afferma (Storie, II, 51) che il culto dei Cabiri fu istituito a Samotracia dai Pelasgi, cioè gli antichi abitatori della Grecia e delle isole dell’Egeo, dai quali fu poi appreso dagli Elleni. In effetti la stessa posizione dell’isola di Samotracia, posta nell’Egeo settentrionale, in un area dove il mondo ellenico veniva ad incontrarsi con le popolazioni “barbariche” della Tracia e dell’Anatolia, ne faceva una terra misteriosa, dove la natura stessa sembrava il senso di una presenza divina. Il nome stesso di “Samotracia” non è quello originario: sembra che l’antico nome dell’isola fosse “Saos”, e Sai i primevi abitatori di quel luogo; assunse poi il nome con il quale divenne nota quando fu colonizzata da Traci e da Elleni provenienti dall’isola di Samo.

Essa inoltre non somiglia alle altre numerose isole che costellano il mare Egeo, è più alta e dotata di una strana forma piramidale, spesso avvolta da una foschia tenebrosa. Questa mole emergente dalle acque ispirava un timore reverenziale; ma nel medesimo tempo apparendo da lontano solitaria ai naviganti era per essi una rassicurante visione: per questo ai Cabiri si rivolgevano i marinai che si trovassero in pericolo, così che il santuario era pieno di ex-voto offerti da coloro che erano scampati alle tempeste dei mari. Per tale ragione queste misteriose divinità furono identificate anche con i Dioscuri, Càstore e Polluce, i divini gemelli figli di Leda e di Zeus, che si era a lei unito in forma di candido cigno, che nell’antichità greco-romana erano i principali protettori dei naviganti, che si diceva comparissero talora come “fuochi fatui”, tenui bagliori che infondevano speranza ai marinai dall’alto dei pennoni o sulle prue delle navi in pericolo.

Secondo quanto afferma Diodoro Siculo a dare all’isola il nome di Samotracia fu invece Myrina, regina delle Amazzoni, le quali, -come abbiamo già detto negli articoli sulle Amazzoni ad Atlantide-, quando giunsero nell’Asia Minore occidentale dalla Libia, che secondo lo storico greco era la loro pristina sede, dopo aver attraversato l’Egitto e la Siria, fondarono numerose città, tra le quali Cuma (da non confondere con l’omonima città in Campania), Priene e Mitilene nell’isola di Lesbo, -quest’ultima città dal nome di sua sorella, che aveva partecipato alla spediizone-. Mentre andava con le sue compagne a conquistare le altre isole dell’Egeo, la sua nave fu colpita da una tempesta; ella, dopo aver implorato la Madre degli Dei per la propria salvezza, fu sospinta su di un’isola deserta. Seguendo un’ispirazione ricevuta in sogno, consacrò tutta quell’sola alla dea che aveva invocato, eresse degli altari e istituì sacrifici in suo onore, dando inoltre a quella terra in cui era approdata il nome di Samotracia che, tradotto in greco, significherebbe al dire di Diodoro “Isola Santa”. Allorchè le Amazzoni ebbero conquistato la parte del continente che divenne il loro nuovo regno, la Madre degli dei portò in quest’isola, a lei gradita, dei coloni che la popolassero, tra i quali i propri figli, i Coribanti, il nome del cui padre, secondo lo storico greco, è rivelato solo a coloro che sono iniziati ai misteri della dea.

Rilievo marmoreo romano del II secolo che raffigura i Dioscuri.
Rilievo marmoreo romano del II secolo che raffigura i Dioscuri.

Senonchè Myrina (o Mirinna) è un altro dei nomi con i quali in area anatolica occidentale veniva chiamata la Grande Madre (che nella concezione junghiana possiamo senza dubbio considerare una figura archetipica), nome portato anche dalla moglie di Toante, re di Lemno (isola vicina a Samotracia e sulla quale erano pure venerati i Cabiri), -il quale a sua volta era figlio di Dioniso e Arianna-: per tale ragione anche nella mitica regina delle Amazzoni si può vedere una delle incarnazioni di questa divinità universale; si conferma inoltre lo stretto legame tra quest’ultima e il leggendario popolo di donne guerriere, alle quali era attribuita la fondazione anche di altri famosi santuari, in primis quello di Artemide ad Efeso (come abbiamo ricordato in precedenza).

In effetti sembra però che queste divinità, ed il culto a loro dedicato, fossero di origine fenicia, come è dimostrato dall’etimologia del nome “Cabiri”, che significa “grande” nelle lingue semitiche (come ad esempio nell’arabo “kabir”), e che solo in un secondo tempo siano state assimilate con divinità elleniche; e pure il nome del dio Cadmilo è di probabile derivazione semitica, da “qadim” = che procede, che avanza (4). Inoltre in un’altra delle numerose versioni che circolavano sulla loro origine, i Cabiri (in fenicio Kabbirim) sarebbero stati i sette figli del dio fenicio Sydik (o Suduq) -si confronti l’ebraico “sadoc” =giusto, virtuoso, usato anche come nome proprio-, un dio della giustizia, ma legato pure al mare, tanto che egli avrebbe, se non inventato, quanto meno perfezionato l’arte della navigazione, e che era raffigurato come un uomo col capo ricoperto di un elmo piumato e armato di lancia; egli era fratello di Misor, -altra divinità che aveva a che fare con la giustizia e con la marineria, e che sarebbe stato scopritore e iniziatore dell’uso del sale,- insieme alla quale era accomunato nei riti della religione fenicia. Le madri dei Cabiri sarebbero state le “Khotarat”, sette dee che presiedevano alla nascita e assistevano le partorienti (e che quindi per certi aspetti si possono accostare alle Moire, alle Parche e alle Fate medioevali -trasformazione delle Parche romane, già in antico chiamate “Fatae”, personificazione del Fato, oltre che Parche-). Un altro figlio di Suduq era Eshmun, dio fenicio della salute e della guarigione, poi identificato con l’Asclepio greco e l’Esculapio romano, e venerato soprattutto a Bèrito (Beyrut) e a Sidone.

Anche i Kabbirim erano costruttori e inventori, in particolare della nave.  Potremmo dunque concludere che i Cabiri, così come i Cureti e i Coribanti, sono devoti servitori della Terra, ma non quale madre feconda delle messi, bensì dei metalli e delle ricchezze nascoste nelle sue viscere: per questo presentano delle indubbie affinità con i Nani della mitologia germanica, anch’essi custodi di tesori e artefici di armi e gioielli.

Ruderi del santuario di Samotracia.
Ruderi del santuario di Samotracia.

Il santuario di Samotracia, -del quale si possono tuttora ammirare le rovine-, era costituito da un costruzione rettangolare, detta “Anàktoron” (“Sala dei Signori”), suddiviso al suo interno in due navate da strutture mobili. Accanto all'”Anaktoron” si ergeva un edificio di minori dimensioni, detto “Sacrestia”, sulle cui pareti furono rinvenute iscrizioni con liste di nomi di iniziati ai misteri dei Cabiri; accanto alla “Sacrestia”, si possono osservare i resti di una costruzione circolare di circa 20 metri di diametro, che, dall’iscrizione dedicatoria sappiamo essere dovuta ad Arsinoe, figlia di Tolomeo I Sotere d’Egitto e consorte di re Lisimaco di Tracia, -devota e benefattrice del santuario- e che per tale ragione prese il nome di “Arsinoeion”. Al vertice del tetto conico di questa costruzione, -andato distrutto- si apriva un oculo che doveva servire a far uscire il fumo prodotto dai sacrifici che ivi si celebravano.

Un altro importante edificio era lo “Hieròon”, -un tempio prostilo (con il solo pronao decorato da colonne, ma non circondato da una peristasi, cioè un colonnato, come avveniva nella maggior parte dei templi greci)-, non lontano dal quale sono situati un teatro, una sala votiva ed un altare monumentale, in cui fu trovata un’altra iscrizione dedicata a Filippo III Arrideo di Macedonia, fratello (e per breve tempo successore) di Alessandro Magno. Allo Hieròon si accedeva attraverso un colonnato; all’interno del tempio si apriva una navata centrale, in mezzo al cui pavimento era posta un'”eschara” sacrificale -una specie di focolare rotondo-, e due navate laterali. I fedeli assistevano alle cerimonie stando seduti su banchi di marmo addossati alle pareti. Al fondo la navata centrale terminava con un’abside ove si innalzava un altare con un foro che riceveva i liquidi versati durante i sacrifici dal sommo sacerdote, celato alla vista dei partecipanti da cortine.

La "Nike di Samotracia" su un frammento di nave superstite.
La “Nike di Samotracia” su un frammento di nave superstite.

Nell’area sud-occidentale dell’area sacra si trovava una enorme fontana, racchiusa in recinto a forma di ferro di cavallo, di cui rimane parte del basamento, entro la quale era collocata la nave marmorea sovrastata dalla celeberrima statua alata di Nike (la Vittoria), capolavoro della scultura ellenistica -risalente agli anni tra il III e il II secolo a. C.-, che si rispecchiava nelle acque della fontana. La presenza di questa nave, che forse era un magnifico ex-voto, era giustificata dal legame esistente, come abbiano detto sopra, tra gli dei di Samotracia con i marinai e la navigazione.

Dei riti che si praticavano nel santuario di Samotracia si conosce assai poco; tuttavia, in base anche ai ritrovamenti archeologici, -come ad esempio le trottole, impiegate pure nei culti orfici (5)-, si suppone che avessero delle affinità con i misteri eleusini e quelli orfici, e così pure le dottrine che ne erano a fondamento (rinnovamento dei cicli della natura che si riflette nella vita umana, morte e rinascita; personificazioni di entità metafisiche, quali “Krateia”, l’energia primordiale, “Protolàos”, il primo uomo cosmico, corrispondente al Protògonos degli Orfici, ecc.), e che consistessero soprattutto in rituali di penitenza e purificazione. A differenza però dei misteri eleusini, -ai quali erano ammessi solo coloro che parlassero la lingua greca-, nei misteri dei Cabiri non esistevano discriminazioni né di carattere etnico, né sociale e tutti potevano parteciparvi, dopo un rituale di accesso che prevedeva la confessione dei peccati ad un sacerdote preposto a tale delicato compito, detto “coes”. Gli altri riti di purificazione, -che si svolgevano di preferenza di notte-, comprendevano un lavacro catartico e un digiuno, nonché un pasto sacro.

Forse nel recinto sacro era inscenata pure una sorta di sacra rappresentazione, durante la quale il più giovane dei Cabiri, veniva ucciso (così come accadeva per Adone, Attis, Osiride, ecc.), per poi risorgere dall’al di là, secondo lo schema comune a tutte le religioni salvifiche. I sacerdoti, detti “saoi”, in memoria del primitivo nome di Samotracia, durante le cerimonia eseguivano danze frenetiche, al suono dei flauti e dei tamburi, elemento che accomuna il culto e la figura dei Cabiri a quelli dei Cureti e dei Coribanti, dai quali, -come abbiano detto-, mal si distinguevano.

Vi erano due gradi di iniziazione: uno preparatorio, quello dei “mystai” (adepti segreti), i quali ricevevano degli insegnamenti etici e religiosi, ed aveva luogo nell'”Anaktoron”; e uno superiore, quello degli “epoptai” (spettatori), che assistevano e prendevano anche parte ai riti misteriosi della confraternita, che venivano celebrati nell'”Heròon”. Per essere ammessi al secondo grado si doveva superare una specie di esame, in cui un sacerdote interrogava l’adepto per cercare di capire se la sua condotta fosse adeguata e se le sue intenzioni fossero rette e sincere. A fianco dell’edificio sacro si può tuttora osservare un piccolo complesso costituito da due basamenti di marmo tra i quali si trovava un focolare: è probabile che qui, prima di introdurlo al secondo e più elevato grado dell’iniziazione, il sacerdote interrogasse il postulante sulle più gravi colpe che avesse commesso.

Dopo l’ammissione all'”epoptìa”, all’iniziato veniva consegnata una fascia purpurea che avrebbe dovuto proteggerlo sia dalle disgrazie terrene sia dalle cattive influenze e un anello di metallo magnetizzato che lo consacrava agi dei e gli avrebbe consentito di rimanere sempre in contato con la divinità. Questi anelli erano fabbricati con i minerali di ferro magnetico che si trovano nell’isola e nei quali si vide un segno della presenza o comunque della predilezione divina per codesto luogo.

Una particolarità di questi misteri era infatti che vi avevano importanza elementi simbolici legati al ferro e al fuoco, alle forze telluriche e alla metallurgia, considerando il legame che i Cabiri avevano con Efesto, dio dei vulcani, del fuoco e dei metalli, la versione ellenica del dio cananeo Kotar (per l’esattezza “Kotar wa Khassis” -“abile e astuto”-): questi era un ineguagliabile artefice, autore dei palazzi degli dei e inventore dell’edilizia e della metallurgia, protettore dei fabbri e degli orefici; la sua residenza era la biblica terra di Kaphtor, -ovvero l’isola di Creta-, dove dai nativi era chiamato Talo e veniva raffigurato con le ali, mentre gli Egizi lo identificarono con Ptah, il dio supremo di Menfi, anch’egli abile artefice. Peraltro egli aveva pure un legame con il mare: era infatti reputato figlio di Yam, il dio marino dei Fenici, ed uno dei suoi appellativi era Khousor (“Colui che si muove sul mare”).

Talos (o Talon) rappresentato con figura alata come l'antica divinità di Creta su una moneta.
Talos (o Talon) rappresentato con figura alata come l’antica divinità di Creta su una moneta.

Osserviamo peraltro che nella mitologia greca, Talo è il nome attribuito a due personaggi legati entrambi a Creta: il primo è quello di un gigante di bronzo, una specie di robot, che faceva la guardia all’isola di Minosse, circumambulando per tre volte al giorno tutta la costa e impendo l’accesso agli stranieri indesiderati. Per allontanarli egli ricorreva al lancio di grosse pietre; tuttavia se gli eventuali “clandestini” riuscivano comunque a sbarcare sull’isola egli andava ad arroventare il suo corpo metallico sul fuoco e, ghermiti i malcapitati tra le sue braccia, li stringeva e li ardeva con il suo calore. Egli era invulnerabile in tutto il corpo tranne il tallone dove si trovava la sua unica vena, che era chiusa da un chiodo. Per alcuni egli sarebbe stato l’ultimo rappresentante di una stirpe di uomini di bronzo; per altri invece sarebbe stato un dono del dio Efesto a Minosse.

Allorquando giunsero a Creta gli Argonauti, la maga Medea che si trovava con essi riuscì ad ammaliare il mostro con i suoi incantesimi e a farlo addormentare con una pozione soporifera che avrebbe dovuto assicuragli l’immortalità. Mentre dormiva profondamente, la scaltra incantatrice estrasse il chiodo che chiudeva l’unica vena di Talo, così che tutto il sangue -o più esattamente l'”icore”, il sangue divino- che conteneva, -e che teneva in vita quello strano essere-, uscì e il mostro perì (si vedano al riguardo Apollonio Rodio, “Argonautiche”, IV, 1638-1693; Biblioteca di Apllodoro, I, 9, 26). Secondo altre versioni però, egli sarebbe stato ucciso da Peante, figlio di Filottete, anch’egli membro della spedizione degli Argonauti, con una freccia (6) che lo colpì nel tallone (e quindi in modo similare ad Achille). Grazie all’aiuto di Medea, Giasone e i suoi compagni poterono così approdare a Creta e farvi scalo, prima di tornare a Iolco, -il regno di Giasone-, con il vello d’oro.

Talo però era anche il nome di un nipote di Dedalo, figlio di sua sorella Perdice (chiamata secondo alcuni Policasta, mentre Talo stesso è talora designato con il nome di Perdice). Egli era discepolo dello zio, straordinariamente dotato, tanto che aveva dato prova del suo vivissimo ingegno con numerose invenzioni, tali da oscurare la fama del suo maestro. Un giorno trovò una mascella di serpente (o, come altri dicono) una spina di pesce: accortosi che di essa ci si poteva servire per tagliare di netto un bastone, ne copiò la struttura in ferro ed inventò così la sega; altri utilissimi strumenti da lui ideati all’età di soli dodici anni, quali la ruota da vasaio e il compasso, gli procurarono una così vasta reputazione nella città di Atene che lo zio Dedalo ne divenne oltremodo geloso.

L’invidia lo rose a tal punto che un giorno egli invitò il nipote a fare una visita sul tetto del tempio di Atena sull’Acropoli, dove, fingendo di indicargli qualcosa che si moveva a grande distanza, lo spinse giù dal cornicione.

Una Starna (Perdix perdix).
Una Starna (Perdix perdix).

Lo scellerato si precipitò poi alle pendici dell’Acropoli, dove, trovato il corpo esanime del povero Talo, lo chiuse entro un sacco. Mentre si recava a seppellire il nipote in un luogo deserto, apparvero però macchie di sangue sul sacco e così il delitto fu scoperto. Condotto all’Areopago, l’antico tribunale di Atene, Dedalo fu condannato all’esilio, ma in un’altra versione del mito egli riuscì a fuggire prima del processo. Comunque sia, egli riparò a Creta, dove entrò al sevizio di Minosse, re dell’isola. Non appena ebbe contezza della morte del figlio, sua madre si impiccò, e in seguito si tramutò in pernice. Per altri invece fu la stessa anima di Talo che al momento della sepoltura si involò in forma di volatile; ovvero al momento stesso della caduta il fanciullo sarebbe stato mutato in pernice da Atena (la similitudine con la pernice consiste nel fatto che tale uccello teme i luoghi elevati e si tiene sempre vicino al suolo); per parte loro gli Ateniesi eressero a Talo un santuario nei pressi dell’Acropoli (7).

In realtà tuttavia queste due figure -il Talo cretese e quello ateniese-, in apparenza tanto diverse, discendono entrambe da una originaria antichissima figura di dio inventore e metallurgo, di probabile natura solare e di origine cananea, di cui a loro volta anche Dedalo e lo stesso Efesto-Vulcano sarebbero derivazioni o ipostasi.

Anche nell’isola di Lemno, poco più a sud di Samotracia, i Cabiri, -qui ritenuti figli o discendenti di Efesto, dio del fuoco e dei metalli,- godevano intensa venerazione.

La collocazione di Samotracia nel mar Egeo settentrionale. L'isoletta un po' grande e frastagliata sotto di essa è quella di Lemno.
La collocazione di Samotracia nel mar Egeo settentrionale. L’isoletta un po’ grande e frastagliata sotto di essa è quella di Lemno.

Qui, nella parte settentrionale dell’isola, sopra un’ampia terrazza riguardante sul mar Egeo, poco distante dalla città di Efestia, sorgeva un santuario a loro dedicato, chiamato appunto “Kebìreion”, costituito da una immensa sala suddivisa in quattro navate da file di colonne; da questo vasto ambiente rituale, edificato in età ellenistica (ma di origine ben più remota) si poteva salire verso un’altra terrazza seminascosta e abbarbicata su una balza scoscesa a precipizio sulle onde. In questo luogo, sotto la sala delle iniziazioni, risalente ad epoca tardo-romana, sono stati rinvenuti resti di una sala precedente, greco-arcaica, che è invero quella originaria, la più antica di tre ancora riconoscibili.

Come sintesi finale, potremmo concludere che nel misterioso culto dei Cabiri, fiorito nelle isole del mar Egeo settentrionale si sono fusi tre diversi strati: uno, il più antico, pelasgico, che contemplava l’adorazione di divinità ctonie; il secondo anatolico legato alla grande dea madre, con i suoi servitori e seguaci che manifestavano la loro devozione con canti e danze (e tra i quali a una “svirilizzazione” degli uomini fa riscontro un femminilità forte e guerriera incarnata per eccellenza dalle Amazzoni); il terzo fenicio, al quale si deve l’importanza di divinità e culti legati al ferro, al fuoco, alla metallurgia e alle invenzioni. Queste tre componenti furono poi amalgamate e reinterpretate nell’ambito della civiltà ellenica, senza cancellarne peraltro le peculiarità.

Quando più tardi i Romani nella loro espansione in Oriente conobbero questi dei e i celebri santuari nei quali erano venerate, essi identificarono senza alcun dubbio i Cabiri con i Penati, che, insieme ai Lari, erano in Roma le principali divinità domestiche (8). Infatti, memori della loro discendenza dai Troiani, riconobbero in codeste figure divine quelle che Enea, per consiglio di Ettore, aveva portato con sé fuggendo da Troia e che poi gli apparvero in sogno, indicandogli la rotta da tenere per giungere in Italia (Eneide, III, 148); Enea poi celebra un sacrificio in loro onore nelle forme che sarebbero state proprie del rito domestico dei Romani (En., V, 62) e quando è ormai in vista delle coste laziali li invoca con solenne commozione: “O fidi Troiae salvete Penates!” (En. VII, 121).

Dionisio di Alicarnasso nel primo libro delle sue “Antichità Romane” (68-69) narra la seguente storia: Dardano, figlio di Zeus e della pleiade Elettra (le Pleiadi erano le sette figlie di Atlante e Pleione), sposò Crise, figlia di Pallante, re d’Arcadia, -regione del Peloponneso- e antenato di Evandro, -che si sarebbe poi stabilito nel Lazio, dove incontrò Enea-; Crise aveva portato in dote a Dardano il Palladio, -che le era stato donato da Atena-, e le sacre immagini dei grandi dei di cui era sacerdotessa (ovvero i Cabiri); Dardano introdusse il culto di queste divinità nell’isola di Samotracia dove si era stabilito dopo il diluvio, vi eresse un santuario ed iniziò a celebrare i riti in loro onore,-che erano simili a quelli celebrati a Creta dai Cureti-, ma serbò segreti i loro veri nomi.

Rilievo dell'"Ara Pacis" che mostra Enea mentre sacrifica ai Penati.
Rilievo dell'”Ara Pacis” che mostra Enea mentre sacrifica ai Penati.

Dopo la morte del fratello Iasione, Dardano si diresse in Asia, nel luogo dove poi sarebbe sorta Troia, e fu benevolmente accolto da re Teucro, che gli offrì anche sua figlia Batieia in sposa e una parte del suo regno in cambio dell’aiuto nel combattere alcune tribù nemiche; dopo la morte di Teucro, gli succedette come re. Il figlio minore di Dardano e Crise, Ideo, aveva seguito il padre nella Troade, portando con sé le sacre immagini dei Cabiri-Penati (mentre a Samotracia continuarono ad essere celebrati i riti iniziatici). Ideo poi prese dimora sul monte Ida, -che, secondo alcuni, trasse da lui quel nome-, e colà istituì i sacri misteri della Grande Madre frigia (ovvero CIbele). Da Dardano, attraverso suo figlio Erittonio e il nipote Troo, discese Ilo, il fondatore della città di Troia. Quando essa fu distrutta dagli Achei, Enea portò con sé nel Lazio i simulacri dei protettori di Troia, i Penati, e li collocò in un tempio nella città di Lavinio.

Allorché Ascanio, figlio di Enea, fondò la città di Alba Longa vi trasferì i Penati, ma questi per ben due volte, durante la notte, abbandonarono la nuova dimora e tornarono al loro sacrario di Lavinio (come testimonia Dionisio di Alicarnasso, Antichità Romane, I, 67, il quale avvalora l’identificazione dei Penati con Cabiri di Samotracia): si comprese così che essi volevano rimanere in quel luogo, e lì rimasero in un santuario che era visitato da tutti gli alti magistrati dello stato romano al momento della loro entrata in carica. Tuttavia anche in Roma ebbero, -oltre alle edicole domestiche presso i focolari, dove erano venerati insieme a Vesta-, un tempio sulla via Velia dove erano rappresentati come una coppia di divinità giovanili, con aspetto somigliante ai Dioscuri, con abbigliamento militare armate di lancia (Dionisio di Alicarnasso, Ant. Rom. I, 68; G. Solino, Collectanea rerum memorabilium, I, 22). Il tempio nel 167 a. C. fu colpito da un fulmine (Livio, Ab U. C. XLV, 16) e nel 165 a. C. le sue porte si aprirono da sole durante la notte (Giulio Ossequente, De prodigis, 13).

Pure Tertulliano conferma l’assimilazione con i Cabiri, poiché riferisce (De spectaculis, 8) che nel mezzo della “spina” (la parete divisoria centrale intorno alla quale correvano i carri) del Circo Massimo v’erano tre colonne con i simulacri di Sessia (dea delle sementi), Messia (dea delle messi) e Tutilina (dea che propiziava la maturazione della frutta), e che davanti a tali immagini si trovavano tre are dedicate “Dis magnis, potentibus, valentibus”, epiteti propri dei Cabiri, i quali apparivano così associati ad alcune divinità appartenenti alla classe degli “Indigetes”,- i più arcaici numi romani, poco definiti come figure, ma assai determinati nel loro campo d’azione-, in relazione con le provviste del “penus”.

Quanto ai Dattili Idei, la versione più accreditata sulla loro origine è la seguente: Rea, nell’imminenza di dare alla luce Zeus, sul monte Ida nell’isola di Creta, premette le mani contro il suolo per meglio resistere agli spasimi. Dal terreno, nei punti ove le sue dita si erano conficcate con forza, spuntarono dieci demoni: cinque femminili, corrispondenti alle dita della mano sinistra e cinque maschili, dalle impronte delle dita della mano destra: il nome di “Dattili Idei” rimembra appunto le circostanze della loro nascita (“daktylos” significa dito; mentre “Idaios” si riferisce al luogo, il monte Ida dove si verificò l’evento). Immediatamente dopo la loro venuta al mondo essi aiutarono la dea a sgravarsi di Zeus, e poi con le loro danze e musiche sfrenate coprirono i vagiti del neonato: pertanto la maggior parte degli autori identifica i Dattili idei con i Cureti.

Tuttavia esistevano altre tradizioni che riferivano un numero diverso di questi semidei: secondo alcuni i Dattili erano solo due, Tizia e Cilleno, e sarebbero venuti al mondo non in seguito alle doglie di Rea, ma a quelle dalla ninfa Anchìale; tuttavia, poiché ella premendo le mani sul terreno non le stendeva, ma le richiudeva, dalle impronte venne fuori solo un Dattilo per mano. Questi due Dattili sarebbero stati assistenti al trono di Cibele.

Altri sostengono che i Dattili fossero tre, anch’essi servitori di Cibele: Acmone (incudine), Damnameneo (martello) e Chelmi (coltello): quest’ultimo per avere offeso la dea si diceva fosse stato trasformato in ferro.

Secondo diverse testimonianze invece il numero dei Dattili sarebbe stato assai elevato: per alcuni addirittura cento, mentre altri ancora parlavano di venti usciti dalla mano destra di Rea, divenuti fabbri ed artefici, e di trentadue venuti dalla mano sinistra che sarebbero stati temibili maghi; ovvero che i maschi, usciti dalla mano destra, sarebbero stati gli inventori della metallurgia, mentre le femmine, nate dalla sinistra, si sarebbero stabilite nell’isola di Samotracia, dove avrebbero insegnato ad Orfeo (del quale abbiamo diffusamente parlato nell’articolo su Virgilio, “savio gentil che tutto seppe”) i misteri della Grande Madre.

Tuttavia secondo la maggior parte delle fonti i Dattili idei sarebbero stati in numero di cinque, i cui nomi erano: Peonio, Epimede, Iasio (nomi che hanno attinenza con l’arte medica), Ida ed Eracle (da non confondere con l’omonimo eroe figlio di Zeus), che sarebbe stato il più autorevole tra di essi e che, avendo organizzato una gara di corsa intorno all’Olimpo, avrebbe dato avvio ai giochi olimpici.

Anche per quanto riguarda i Dattili Idei, -come per i consimili Coribanti e Cureti-, si possono rilevare delle analogie,-anche più strette che non per i precedenti, dal momento che i Dattili nacquero dalla terra-, con i Nani della mitologia germanica: tutti questi esseri semidivini infatti sono in qualche modo servi ed esecutori della “Grande Madre”, -ovvero l’incarnazione della Terra generatrice (sia dei frutti e delle biade alla superficie, sia dei metalli e delle pietre preziose nel sottosuolo) e principio femminile dell’Universo, adorata in diverse forme presso tutti i popoli-, fabbri e stregoni.

Strabone, -il quale espone alcune di queste diverse tradizioni sul numero e le qualità dei Dattili (Geografia, X, 3, 20-22)-, propende ancora una volta per una spiegazione evemeristica del mito, accordandosi con coloro che sostenevano essere i Dattili i primevi abitanti delle pendici del monte Ida in Creta, esperti nella metallurgia e nella toreutica, arti che nei tempi antichi erano considerate poco meno che divine.

CONTINUA NELLA QUINTA PARTE

Note

1) dal greco κoυρoς = giovane uomo, -termine invalso anche nell’archeologia e nella storia dell’arte per indicare le sculture arcaiche che raffigurano individui maschi in età giovanile-. Per quanto riguarda o Coribanti, l’etimologia del loro nome è incerta; nell’antichità esso veniva fatto derivare da “koriphè” (picco, vetta), in riferimento alle montagne sede del culto di Cibele, ovvero dalla cittadina di Kirba in Caria.

2) queste figure semidivine dovevano avere all’origine una carattere infero e demoniaco, com’è dimostrato dal fatto che ad essi era attribuita la genesi di varie turbe mentali e in particolare di una sorta di “possessione” (“koribantismòs”), che si manifestava in forme di eccitazione e agitazione psico-fisica, simile al quadro clinico proprio del “ballo di S. Vito” (o “còrea di Sydenham”) o del “tarantolismo”. I “posseduti” da qualcuno dei Coribanti, che ripetevano i movimenti frenetici propri delle loro danze, venivano sottoposti ad una specie di esorcismo, operato in genere dai sacerdoti di Cibele, -o di altri sacerdoti che eseguivano riti di tipo entusiastico, come i “bellonarii”-, i quali si servivano del canto e dei suoni dei loro strumenti (flauti, tamburelli, campanelli, cimbali) per allontanare lo spirito. L’invasamento poteva tuttavia essere provocato pure da altre divinità infere, ipoctonie, o comunque non olimpiche, legate alle energie prorompenti e incontrollate della natura, come Dioniso, Pan, Ares, Ecate, Cibele stessa. Si noti che tale credenza rimase anche dopo l’affermarsi del cristianesimo: l’invasamento prima attribuito alle divinità antiche, divenne prerogativa di alcuni santi, -in particolare S. Vito, ma anche S. Paolo, S. Antonio ed altri-, i quali in tal modo intendevano punire i peccati o l’infedeltà dei loro devoti, e che a loro volta, opportunamente invocati, donavano poi la guarigione.

3) si tratta qui probabilmente del mitografo Ferecide di Atene e non del più noto Ferecide di Siro, filosofo e poeta del VI sec. a. C.

4) il semitico “qadim” è anche la più probabile etimologia di Cadmo, il leggendario fratello di Europa giunto in Grecia alla ricerca della sorella dove fondò la città di Tebe. E’ possibile, ma non provato, che da “cadmilos” venga, tramite l’etrusco, anche il termine latino “camillus”, con il quale si designava il giovinetto che assisteva il sacerdote nella celebrazione dei riti (quindi il “chierichetto”); in tal caso questa etimologia confermerebbe l’ipotesi tradizionale della provenienza degli Etruschi dalle coste dell’Asia Minore.

5) la trottola, come le palla e altri giocattoli, commemoravano i balocchi che i Titani avevano donato al piccolo Dioniso-Zagreo per irretirlo e poi ucciderlo; essa però aveva un simbolismo mistico, rappresentando l’eterno e incessante moto circolare dell’Universo.

6) questa freccia sarebbe stata una delle frecce rese velenose dal sangue dell’idra di Lerna dategli da Eracle.

7) osserviamo peraltro che secondo la tassonomia ornitologica la “Pernice” per antonomasia appartiene al genere “Alèctoris” (“gallina”), -Alectoris rufa-, mentre, secondo quanto stabilito già da Linneo, al genere “Perdix” appartiene la Starna (detta anche “Pernice grigia”); in effetti è probabile che l’uccello in cui fu trasformato Talo fosse proprio quest’ultima -tenendo conto anche dell’areale di distribuzione di queste due specie (l”Alectoris rufa” è propria delle aree circummediterranee occidentali, mentre la Starna ha il proprio habitat in zone più orientali, che comprendono la Grecia)-.

8) mentre i Lari erano gli dei protettori della famiglia, i Penati erano i custodi della casa (e dello stato, la “casa comune” del popolo); ma erano spesso accomunati nel culto domestico. Lo storico Dionisio di Alicarnasso (60-7 a. C.) (Antichità Romane, I, 68) afferma il termine “Penates” potrebbe essere tradotto in greco come “Patrooi”, “Genethlioi”, “Ktesiori”, “Michioi” o “Herkeioi”, -ovvero, rispettivamente, “Patrii”, “Natalizi”, “Custodi”, “Intimi”, “Penetrali”-, ma in effetti sembra che l’originario significato del nome sia da connettere a “penus”, la dispensa.

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