IL DECLINO DELL’IMPERO ROMANO (caduta o trasformazione?) -terza parte-

A differenza di quanto avveniva in occidente, in oriente al contrario la chiesa fu sempre subordinata al potere civile, in primo luogo a quello dell’imperatore; sia per un’intima diversità del cristianesimo orientale, -molto più “mistico” e meno interessato alla dimensione “sociale” e storica dell’uomo-, sia perché le strutture politiche, amministrative ed economiche dell’Impero Bizantino rimasero a lungo salde e pertanto lasciarono poco spazio all’ingerenza ecclesiastica negli affari civili. Inoltre la figura dell’imperatore di Bisanzio traeva la sua legittimazione direttamente da Dio ed era eletto dalla provvidenza ed era la chiesa ad essere sottoposta alla sua autorità e non il contrario; mentre, come si è detto sopra, nell’Europa occidentale era il potere civile ad essere più o meno assoggettato a quello ecclesiastico, in particolare dopo la nascita del Sacro Romano Impero sul cui sovrano il papa pretese sempre di esercitare il suo dominio, senza che gli imperatori, anche quando entravano in conflitto con lui, avessero mai la forza di affrancarsi da tale rapporto di dipendenza.

Questo non significa peraltro che il clero bizantino fosse indifferente al potere, alle ricchezze e agli onori terreni, ma le chiese orientali non ambirono mai ad esercitare una funzione politica in proprio e dunque perseguirono le propri ambizioni condizionando il potere politico dall’interno e non sovrapponendosi o contrapponendosi ad esso (come invece avvenne spesso in occidente, dove i conflitti e i contrasti tra potere civile e religioso hanno caratterizzato lo sviluppo storico fino all’età moderna).

Prima di proseguire ad analizzare gli aspetti e le cause dei mutamenti che portarono all’esaurimento dell’Impero Romano d’occidente, è senza dubbio opportuno soffermarsi sugli imperatori della seconda metà del III secolo e della prima del IV, che con la loro azione militare e con i loro provvedimenti di carattere amministrativo ed economico misero temporaneamente rimedio alla profonda crisi che attanagliava travagliava l’impero romano e a ritardare la fine dell’Impero d’occidente. Innanzitutto dobbiamo osservare che quasi tutti questi imperatori provenivano dal punto di vista geografico dall’area balcanico-danubiana (Norico, Pannonia, Dalmazia, Mesia, Tracia), abitate nel III secolo in prevalenza da popolazioni celto-illiriche, diverse dalle province profondamente romanizzate dell’occidente, come da quelle ellenistiche dell’oriente; dal punto di vista sociale erano di umili origini, poiché in genere erano figli di agricoltori, che avevano percorso i gradi della carriera militare partendo dalla “gavetta”, ed appartenevano dunque ad un ambiente che non era certo quello dell’aristocrazia senatoria (italica o provinciale), e nemmeno l’alta borghesia degli “equites” (i “cavalieri”) da cui uscivano i funzionari di grado superiore dell’impero. Non erano dotati di una vasta cultura e non erano certo raffinati intellettuali come un Adriano o un Marco Aurelio, ma sapevano apprezzare e dare la giusta importanza alle arti e alle lettere, anche come elemento fondante della civiltà e dell’ordine sociale; in particolare Costantino poi ebbe una buona educazione retorica e letteraria. Nonostante questo, -anzi forse proprio per questo- avevano un profondo e convinto senso della romanità e una sincera volontà di ripristinare la grandezza dell’Impero dopo gli sconvolgimenti e l’anarchia che avevano regnato tra il 235 e il 268.

Statua di Juppiter Heliopolitanus proveniente da Palmyra.
Statua di Juppiter Heliopolitanus proveniente da Palmyra.

Un altro elemento che accomuna questi imperatori è il tipo di religiosità che essi professavano, che non era certamente la spiritualità puramente filosofica di Adriano o di Marco Aurelio, -così come di Cicerone e Seneca-, e nemmeno la fede dogmatica e teistica dei cristiani, e meno ancora quel tentativo di vivificare le religioni “pagane” immettendovi lo spirito del “misticismo razionale” neoplatonico (ovvero di vedere nelle antiche divinità e nei miti simboli e allegorie del divenire cosmico e umano che procede da un Uno spirituale) che sarà promosso da Giuliano l’Apostata,- ma che ormai giungeva largamente fuori tempo massimo-.

Tutti costoro seguivano, pur se in modo diverso, quella corrente, o per meglio dire quella temperie spirituale, genericamente definita “monismo solare”, che si espresse sia nel culto del dio di origine indo-persiana Mitra (o Mithra), sia in altri dei di origine orientale e semitica, anche se identificati con Zeus e Juppiter, quali Zeus Hipsistos (Zeus Altissimo), Juppiter Heliopolitanus e Juppiter Dolichenus (1), che a loro volta confluiranno nella figura del Sol Invictus, al quale Aureliano consacrerà ufficialmente l’Impero. Si noti tra l’altro che Jupiter Dolichenus e la sua paredra Iuno Regina (che sostituiva la siriaca Atargatis) erano spesso rappresentati l’uno sopra un bue e l’altra sopra un asino, -come si può vedere nell’illustrazione allegata- (2), -richiamando così a prima vista alla memoria i due animali che fin dal IV secolo divennero nella tradizione iconografica i testimoni della natività di Gesù Cristo-.

Tutti questi culti erano assai popolari tra i legionari, forse perché immettevano in qualche modo un una dimensione mistica e divina gli ideali di abnegazione e disciplina propria dell’esercito, chiamavano al combattimento contro i vizi che indeboliscono i singoli e la società, proclamavano il significato sacro della “militia” chiamata alla lotta tra bene e male alla quale l’uomo che voglia realizzare il suo “sé” spirituale, il suo divino deve partecipare e dare il suo apporto (ovviamente al bene e alla luce).

La conversione di cristianesimo di Costantino, -il quale in effetti fu battezzato soltanto poco prima della morte nel 337- secondo la leggenda sarebbe dovuta ad un evento prodigioso accaduto poco prima della vittoriosa battaglia di Ponte Milvio in cui sconfisse il suo rivale Massenzio.

Il "Chrismòn", affiancato dall'alfa e dall'òmega, in un mosaico del V secolo nel mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.
Il “Chrismòn”, affiancato dall’alfa e dall’òmega, in un mosaico del V secolo nel mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Questo episodio è narrato soltanto da Eusebio di Cesarea nella sua “Vita di Costantino”: secondo il dotto vescovo mentre il tetrarca si stava apprestando alla battaglia finale con Massenzio ebbe una straordinaria visione: tra fasci di luce si incrociavano nel disco solare a formare il “chrismon” -il monogramma di Cristo- e sopra di essi si stagliava la scritta EN TOUTΩ NIKA (che poi venne tradotto in latino con “In hoc signo vinces” = In questo segno vincerai, sebbene alla lettera il testo greco significhi “Con questo vinci!”). La notte successiva gli sarebbe apparso in sogno lo stesso Cristo, comandandogli di adottare come vessillo il segno che aveva visto in cielo. Costantino ubbidì e scelse come propria insegna il làbaro sul quale aveva posto l’emblema con il “Chrismòn”.

Anche Lattanzio nel “De mortibus persecutorum” (XLIV, 5) accenna ad un intervento soprannaturale: lo scrittore latino riferisce che durante la notte precedente la battaglia Costantino ricevette in sogno l’ordine di contrassegnare lo scudo dei suoi soldati con un simbolo comunicatogli da Dio: “Commonitus est in quiete Constantinus, ut caeleste signum Dei notaret in scutis atque ita proelium committeret. Facit ut iussus est et transversa X littera, summo capite circumflexo, Christum in scutis notat. Quo signo armatus, exercitus capit ferrum” (“Durante il riposo Costantino fu esortato a segnare gli scudi con un simbolo celeste ed attaccare con quello battaglia. Egli esegue quanto gli era stato comandato e scrive il nome di Cristo sugli scudi con una lettera X attraversata da un tratto verticale con sopra un occhiello. Dopo essersi munito di tale simbolo, l’esercito prende le armi”).

Rilievo raffigurante Grannos-Apollo.
Rilievo raffigurante Grannos-Apollo.

E’ però doveroso ricordare che nel “Panegirico di Costantino” (uno dei dodici “Panegyrici Latini”), pronunciato presumibilmente nel 311 da un retore gallico di cui non si conosce il nome, si fa menzione di un evento miracoloso di simile natura che sarebbe avvenuto nella tarda primavera o inizio estate del 310. Mentre Costantino si stava dirigendo da Lugdunum (l’attuale Lione) ad Augusta Treverorum (Treviri), per ispirazione della Fortuna si inoltra per una strada secondaria e si trova dinanzi ad un santuario dove gli apparve il dio Apollo insieme alla Vittoria, il quale gli offrì tre corone di lauro: “Vidisti enim, credo, Costantine, Apollinem tuum comitantem Victoria coronas tibi laureas offerentem, quae tricenum singulae ferunt omen annorum” (“Vedesti infatti, o Costantino, e bene lo credo- Apollo insieme con la Vittoria che ti recava lauree corone, ciascuna auspicio di trent’anni di grandezza”) (XII Pan. Lat., VII; 21). Il tempio di Apollo di cui si parla in questa orazione è quasi certamente quello di Granum, piccolo centro a metà strada tra Lione e Treviri, del quale esistono tuttora cospicue rovine e mosaici. Peraltro il dio quivi venerato era probabilmente il gallico Grannos, poi identificato con l’Apollo greco-romano, dio connesso alla guarigione e alle acque termali. L’ipotesi è confermata dal fatto che poco oltre si citano le “ferventes aquae” alle quali il dio gallo-romano era intimamente legato: “Merito igitur augustissima illa delubra tantis donariis honestasti ut […] iam omnia te vocare ad se templa videantur paecipueque Apollo noster, cuius ferventibus aquis periuria puniuntur” (“Giustamente dunque hai dotato con ingenti donativi quei venerandi santuari, così che ormai tutti i templi sembrano chiamarti a sé, e soprattutto il nostro Apollo, dalle cui acque ribollenti sono puniti gli spergiuri”).

L’oratore non stabilisce qui una esplicita identificazione tra Apollo e il Sol Invictus, per il quale Costantino nutriva una devozione ampiamente documentata. Negli altri panegirici rivolti in seguito all’imperatore non si fa riferimento a figure divine determinate, ma solo a una generica concezione spirituale (e lo stesso Costantino, come si è visto nell’Editto di Milano, parla spesso di “divinitas”, che sembrerebbe un ente superiore impersonale e panteistico). Peraltro le apparizioni in forma di visioni, sogni, incontri personali con le divinità, o altri segni e manifestazioni del soprannaturale erano tutt’altro che infrequenti nella tarda antichità e si ritrovano sia presso i cristiani sia presso i “pagani”.

Juppiter Dolichenus e Iuno Regina stanti rispettivamente sopra un bue e sopra un asino.
Juppiter Dolichenus e Iuno Regina stanti rispettivamente sopra un bue e sopra un asino.

Con Diocleziano e più ancora con Costantino il centro dell’Impero si trasferisce in via definitiva in Oriente; l’occidente diventa di fatto periferico e decade sempre più, prima di finire smembrato e occupato da popolazioni barbariche le quali in un  primo tempo erano state alleate e dipendenti da Roma, ma che poi divengono, forse più per l’intrinseca debolezza del potere imperiale che per loro consapevole volontà, autonome e in seguito del tutto indipendenti. Quanto questa situazione gravida di negativi sviluppi sia da attribuire alle riforme politico-amministrative di Costantino e quanto all’incapacità e alle scelte dei suoi successori è controverso e oggetto di discussione. Ma è certo che allorchè la capitale fu portata a Costantinopoli e le cure degli imperatori furono sempre più concentrate e dedicate alla difesa dell’oriente, la sorte dell’Impero d’Occidente fu segnata.

Com’è noto Costantino, sebbene non fosse neppure battezzato, indisse e presiedette il primo concilio ecumenico della storia, il concilio di Nicea -città della Bitinia, in Asia Minore- del 325, in veste qualità di “vescovo esterno” alla chiesa stessa, e rappresentante di tutti i non cristiani: questo è un indizio del suo modo che si potrebbe definire deistico di intendere la religione, più simile a quello della spiritualità dell’estremo oriente, o del neoplatonismo, che non al dogmatismo del cristianesimo, -e delle altre religioni “monoteistiche”, quali l’ebraismo e come sarà l’islamismo-, per il quale il sistema dogmatico e dottrinale elaborato dalla chiesa coincide con la “verità” assoluta. Il concilio di Nicea pronunciò la sua condanna della cristologia di Ario (256-336), il quale sosteneva essere la natura di Cristo, -il dio Figlio-, subordinata a quella del Padre e che il Figlio era stato anch’egli creato, -e non generato, come fu poi precisato nel “Simbolo niceno-costantinopolitano” (il “Credo”)- dal Padre. Ario fu esiliato, ma in seguito l’arianesimo riprese la sua influenza e fu protetto dallo stesso Costantino che alla fine della sua vita fu battezzato dal vescovo e teologo ariano Eusebio di Nicomedia, -da non confondere con lo storico e teologo Eusebio di Cesarea, anch’egli ariano e anch’egli amico di Costantino-.

Mosaico del v secolo nel battistero degli Ariani a Ravenna con il battesimo di Cristo.
Mosaico del v secolo nel battistero degli Ariani a Ravenna con il battesimo di Cristo.

L’arianesimo, che fu sostenuto dagli imperatori Costanzo II (337-361) e Valente (364-378), dopo alterne vicende, in cui le dispute teologiche si intrecciavano alle discordie politiche, fu definitivamente messo al bando nel 381 dal primo concilio di Costantinopoli (3).

Costantino I, -nonostante il suo cristianesimo sia alquanto dubbio e comunque eterodosso, nonché le tormentate e discusse vicende familiari (4) -, in considerazione della sua opera di protezione dei cristiani, è venerato come santo dalla Chiesa Ortodossa, insieme alla madre Elena, con memoria il 21 maggio (5). S. Elena invece, alla quale si attribuisce la scoperta della croce di Cristo in Palestina durante in pellegrinaggio da lei colà compiuto, è venerata anche nella Chiesa cattolica, ove è ricordata il 18 agosto.

Passando ora ad esaminare le cause di carattere economico-sociale dei processi che portarono alla fine dell’Impero Romano, si impongono all’attenzione dello studioso alcuni fenomeni che, pur essendosi in qualche misura manifestati fino dagli ultimi tempi della Repubblica, dalla fine del II secolo cominciano ad aggravarsi vieppiù e a sconvolgere in profondità il tessuto sociale ed economico dell’Impero, pur se con aspetti diversi a seconda delle aree. In linea di massima possiamo affermare che tali fenomeni si palesarono in forme più conclamate ed evidenti nelle parti settentrionali e occidentali dell’Impero, meno in quelle meridionali e orientali; ed in effetti la “crisi” non fu un evento uniforme ma si fece sentire prima e in maggior misura nelle zone poi travolte per prime dai “barbari” (anche se, come avremo poi modo di vedere, l’occupazione dei territori romani da parte delle tribù germaniche e di altre stirpi non fu certo un’invasione rapida e violenta, ma un processo graduale, un'”immigrazione” che all’inizio fu accettato e favorito dalle autorità romane, ma che poi sfuggì del tutto al loro controllo).

Statua del "Buon Pastore" risalente alla prima metà del IV secolo, epoca del "neoclassicismo" costantiniano. Questa figurazione riprende il tipo iconografico dell'"Hermes crioforo" (che porta un ariete sulle spalle).
Statua del “Buon Pastore” risalente alla prima metà del IV secolo, epoca del “neoclassicismo” costantiniano. Questa figurazione riprende il tipo iconografico dell'”Hermes crioforo” (che porta un ariete sulle spalle).

Tra tali fenomeni, -che cercheremo di riassumere per quanto possibile, data la loro complessità e interdipendenza- dobbiamo citare in primo luogo lo sviluppo sempre più forte dell’urbanesimo, cioè l’aumento della popolazione nelle grandi città, in primis Roma, iniziatosi già nell’ultimo secolo dell’età repubblicana, che determinò un progressivo spopolamento delle campagne. Lo spopolamento fu in parte causato e in parte fu a sua volta causa, nell’età imperiale, della diffusione del latifondo, specie dopo che, finito il lungo periodo di guerre sia esterne sia civili del II e I secolo a. C., cessarono la deduzione di colonie e la distribuzione di terre agli ex-legionari.

All’espansione del latifondo corrispose  la sempre maggiore prevalenza delle monocolture estensive, a danno delle produzioni specializzate, come l’olivo e la vite, che videro ridursi alquanto l’estensione dei terreni ad esse riservati, specie in Italia.

La crisi dell’agricoltura fu dovuta anche alla rarefazione degli schiavi e alla conseguente riduzione della forza-lavoro operante nelle campagne. Negli ultimi due secoli della repubblica a causa delle frequenti guerre di conquista e alle attività piratesche negli stati che si affacciavano sul mar Mediterraneo (soprattutto la Cilicia era nota per il numero, la ferocia e l’astuzia dei suoi pirati che infestavano tutto il Mediterraneo centro-orientale) (6)- e che entrarono poi progressivamente nell’orbita di Roma, vi era stato un notevole incremento della popolazione servile, che si era mantenuta alta anche nel I secolo dell’Impero. In seguito però con la pacificazione delle aree circum-mediterranee e la loro annessione all’Impero, dal II secolo in poi cominciò una rapida diminuzione del numero degli schiavi, sia perché erano venute meno le due principali “fonti di rifornimento” da cui trarre manodopera per le attività agricole e industriali (oltre che domestiche e inerenti i servizi), sia perché erano aumentate la manomissioni (cioè le liberazioni degli schiavi,-la “manus” era il dominio che il padrone, il “dominus”, esercitava sullo schiavo-).

La relativa facilità con cui si affrancavano gli schiavi era ispirata talora dall’influenza delle dottrine filantropiche sostenute dalle principali scuole filosofiche -come lo stoicismo e il neoplatonismo-, ma spesso anche da considerazioni di carattere economico e opportunistico: infatti, tenendo conto della crisi economica che attanagliava in modo sempre più pesante i piccoli proprietari, non di rado per questi ultimi era più conveniente liberare uno schiavo, -il quale era ovviamente a totale carico del padrone per il suo mantenimento e il cui possesso era gravato da una imposta, (la “quinta et vicesima venalium mancipiorum”)-, e tenerlo presso di sé come lavoratore dipendente salariato. Tanto più che diversi imperatori (Claudio, Adriano, Antonino Pio), accentuando una tendenza già in atto dalla fine della repubblica, avevano emanato norme giuridiche in difesa degli schiavi che ne miglioravano considerevolmente le condizioni di vita, così che essi non erano più soggetti all’arbitrio illimitato del padrone, -ad esempio la condanna a morte e le punizioni più dure non potevano essere irrogate da quest’ultimo, ma da un magistrato al quale il dominus doveva rivolgersi se riteneva che uno schiavo avesse commesso gravi infrazioni-, e godevano di alcuni diritti, quali la possibilità di formare una famiglia (il “contubernium”) e di detenere dei risparmi (il “peculium”); sia il contubernium che il peculium esistevano fin dalla prima età repubblicana,-anche quale premio per incentivare l’impegno dello schiavo nel suo lavoro-, ma mentre prima erano solo una concessione revocabile in qualsiasi momento, dal II secondo secolo ebbero un riconoscimento giuridico(7).

D’altro canto con i provvedimenti di Diocleziano e Costantino, che vincolavano stabilmente gli affittuari (i “coloni”) alla terra che coltivavano, dalla quale non si potevano allontanare, questi venivano in partica a trovarsi in una condizione semiservile, -che sarà quella dei “servi della gleba” nel Medio Evo-. Ma pure nell’ambito di altre attività e mestieri furono introdotti vincoli e coercizioni sempre più pesanti . Per tale ragione tra il III e il IV secolo la differenza tra liberi e schiavi divenne assai sfumata: alcune persone, pur essendo libere sotto il profilo giuridico erano in pratica quasi schiave, mentre altre, ufficialmente schiave, specie se alle dipendenze e addette al servizio personale di autorevoli personaggi, godevano spesso di una soddisfacente condizione di vita.

Dalla seconda metà del II secolo, -dal periodo del regno di Marco Aurelio-, iniziò a manifestarsi nell’Impero Romano anche una preoccupante crisi demografica, che, pure se con andamento oscillante, con alternative di effimere riprese e drammatiche accelerazioni, portò il numero dei suoi abitanti, -secondo stime attendibili, di circa 80 milioni alla metà del II secolo (vale a dire il periodo di massima estensione territoriale e potenza politica) a dimezzarsi in meno di tre secoli, a causa di guerre, epidemie e carestie, che funestarono con ricorrenza sempre più frequente l’impero, specie la parte occidentale.

Nel periodo di massimo fulgore dell’impero, alla metà del II sec., si ritiene che la città di Roma abbia raggiunto il picco della sua popolazione, valutato ad oltre un milione di abitanti (ma secondo alcuni addirittura un milione e mezzo), -valore che sarebbe stato di nuovo raggiunto solo nel XX secolo-; ma già dopo le gravi pestilenze che la funestarono, -come gran parte dell’impero-, tra il 165 e il 185, ebbe inizio una fase di forte declino. All’epoca di Costantino, -il quale diede impulso al restauro e al rinnovamento edilizio della capitale (basti pensare al suo celebre arco trionfale, il più maestoso tra quelli che adornano Roma), l’urbe superava i 600.000 abitanti, i quali però da allora diminuirono costantemente e subirono una drastica e repentina riduzione dopo le due terribili invasioni dei Visigoti di Alarico nel 410 e dei Vandali guidati da Genserico nel 455, che lasciarono la città irrimediabilmente prostrata. Dopo la seconda di queste invasioni Roma, che ormai non era più che l’ombra della grande città che era stata, non si riprese più e si avviò a una squallida decadenza, fino a ridursi a un miserabile villaggio di 23.000 anime nel Basso Medioevo.

Ma, come abbiano accennato sopra, anche le epidemie furono un fattore non secondario nella crisi demografica e nel processo di generale declino che interessò l’impero Romano nel III secolo. La prima pandemia che si diffuse nei paesi circum-mediterranei, ed anche più a nord, fu la cosiddetta “peste Antonina” (8), detta anche “peste di Galeno”, -dal nome del famoso medico greco-romano di Pergamo, che la studiò e ne descrisse i sintomi nella sua opera nota come “Methodus medendi” (Metodo di cura)-. In effetti però, sebbene chiamata “peste” (poiché “pestis” in latino significa epidemia di una grave malattia che si diffonde con molta rapidità), è da escludere che si sia trattato della vera e propria peste (quella causata dal batterio “Yersinia pestis”); è quasi certo al contrario che fosse vaiolo, o comunque una grave forma di malattia esantematica. Essa imperversò tra il 165 e il 185 circa, -non ininterrottamente, ma alternando periodi di remissione e di ripresa-, mietendo un numero di vittime difficilmente valutabile con sufficiente approssimazione, -anche perché assai diverse sono le stime della popolazione dell’impero in quel periodo, che variano tra i 50 e i 100 milioni (sebbene forse la più attendibile sia quella che la calcola in circa 80 milioni)-, ma di certo non inferiore ai 5 milioni. Secondo lo storico Dione Cassio Cocceiano (155-235 circa) nel periodo in cui il morbo infierì con maggiore violenza a Roma, intorno al 174, nell’urbe perdevano la vita fino a 2.000 persone al giorno (“Storia Romana”, LXXII, 14, 3-4)(9). Si ritiene che questa epidemia sia stata la causa della morte di Lucio Vero, “augusto” insieme a M. Aurelio, nel 169 e alcuni anni più tardi (poiché come si è detto si abbattè in ondate successive nell’arco di circa 20 anni sulle regioni dell’Impero), di quella dello stesso Marco Aurelio, il quale come è noto, perì nel 180 a Vindòbona (l’attuale Vienna), -o secondo altri a Sirmium, sempre sul Danubio-, durante la campagna militare contro i Marcomanni.

Si presume che la malattia sia stata portata entro i confini dell’impero e poi anche nell’Europa centro-settentrionale, da legionari che avevano combattuto in Mesopotamia nella campagna contro i Parti degli anni 162-166, e in particolare all’assedio di Ctesifonte, -la capitale dell’Impero Arsacide, sita nei pressi dell’attuale Baghdad-, dove sembra che già il terribile morbo si fosse manifestato. Secondo quanto scrive Galeno, essa provocava forte febbre, diarrea, infiammazione della laringe, nonché estese eruzioni cutanee secche o in forma di pustole, che cominciavano ad apparire nel nono giorno dall’inizio della malattia.

Rilievo del II secolo riproducente un ambulatorio medico romano.
Rilievo del II secolo riproducente un ambulatorio medico romano.

Gli storici si sono chiesti se queste epidemie siano da considerare un fenomeno esogeno, venuto dall’esterno e senza una particolare relazione con le condizioni economiche e sociali dell’Impero Romano in quel periodo; e se esse, soprattutto la prima, e più grave, la “peste antonina”, siano state una della cause della crisi dell’impero, o viceversa un effetto, la manifestazione evidente e conclamata di problemi già esistenti.

A giudizio di alcuni studiosi, quali Barthold G. Niebuhr (1776-1831), -autore di una, ai suoi tempi celebrata, “Storia Romana”-, l’epidemia fu una delle cause determinati della crisi irreversibile dell’Impero Romano: “Il mondo antico -scrisse il Niebuhr- non si riprese mai dal colpo inflittogli dalla peste che vi si diffuse durante il regno di Marco Aurelio”. D’altro canto però, se è vero che l’epidemia venne dall’esterno, è altrettanto vero che le difficoltà economiche e le ricorrenti carestie favorirono la sua diffusione; questo risulta evidente anche con il confronto con le altre grandi pandemie della storia: si può facilmente osservare come le pestilenze si propaghino sempre in conseguenza o in concomitanza di altri gravi malanni, quali guerre e carestie, che ne veicolano e ne aumentano in modo potente il deleterio effetto.

Per quanto riguarda l’Impero Romano questa ipotesi è confermata dal fatto che, prima della “peste Antonina”, non si ha notizia di altri gravi pestilenze che abbiano colpito le regioni dell’impero e circum-mediterranee; per avere notizie di epidemie di imponenti proporzioni e dall’altissima mortalità, occorre risalire alla famosa “peste di Atene” (10), che colpì la metropoli ellenica e altre zone della Grecia nel 430-429 a. C. e che fu magistralmente descritta dallo storico Tucidide (460-395 a. C. circa) nella “Storia della guerra del Peloponneso”. A confermare l’assenza di pandemie nell’area greco-romana almeno fino al I secolo a. C. concorre indirettamente anche la testimonianza del poeta latino T. Lucrezio Caro (98-55 a. C. circa), il quale per mostrare gli effetti devastanti delle malattie, uno dei mali più terribili che affliggono l’umanità -in “De rerum natura”, VI, 1138-1286-, non trova di meglio che rifarsi, ancora nel I sec. a. C., a quella lontana, ma evidentemente ancora ben viva nella memoria, pestilenza. S’intende che questa scelta si debba attribuire anche all’influenza data dall'”exemplum” letterario e dall’autorità di Tucidide; ma è lecito pensare che se si fossero verificate funeste pandemie più vicine nel tempo e nello spazio al poeta latino e ai suoi lettori, egli avrebbe scelto una di esse come esempio. E’ vero che gli storici citano altre epidemie che colpirono Roma e i territori limitrofi, come Tito Livio che parla di una pestilenza che scoppiò nel 293 a. C. (Ab urbe còndita, X. 47, 6), e di un’altra che nel 175 a. C. colpì prima i bovini, e poi l’anno successivo gli umani (XLI, 21, 5); ma è presumibile che tali epidemie fossero di dimensioni limitate. E similmente altri autori posteriori non accennano alla diffusione in massa di malattie fino alla seconda metà del II secolo.

Da questo si è dedotto che il mondo greco-romano, dal V secolo a. C. in poi abbia intrapreso un ciclo di crescita, poi seguito da un drammatico declino. La popolazione sarebbe andata dapprima aumentando insieme alla produzione di beni; ma in seguito, dal I o dal II secolo, all’ulteriore aumento demografico non avrebbe più fatto riscontro una significativa espansione della base produttiva e delle risorse naturali. Per tale ragione diminuirono drasticamente i beni prodotti e le condizioni di vita per la maggior parte delle persone divennero più dure. A questo è probabilmente da aggiungersi un mutamento climatico che comportò una diminuzione delle temperature medie e che rese più difficili le condizioni, già critiche, dell’agricoltura.

Lo scoppio della pestilenza e la conseguente elevata mortalità riportarono un equilibrio tra popolazione e risorse economiche; ma tale equilibrio si rivelò precario, poiché a questa prima grande epidemia, altre ne seguirono, più o meno perniciose, durante il III secolo, la più grave delle quali fu la cosiddetta “peste di Cipriano”, dal nome del vescovo di Cartagine Tascio Cecilio Cipriano che la descrisse nelle sue lettere e vide in essa un segno dell’imminente fine del mondo.

L'imperatore Ostiliano.
L’imperatore Ostiliano.

Tale flagello imperversò in tutto l’Impero, ma soprattutto nell’Africa settentrionale, compreso l’Egitto (ed in questo paese sono state scoperte di recente delle fosse comuni riferibili alle vittime di tale pestilenza), fra il 251 e il 270 a ondate ricorrenti e fu un altro duro colpo per la struttura organizzativa dell’impero, già duramente provata dall’anarchia militare di quegli anni (e che d’altra parte forse fu prolungata anche dall’infuriare del morbo). Ad essa soccombette anche il giovane imperatore Ostiliano, figlio di Decio, appena salito al trono dopo la morte in battaglia del padre e del fratello maggiore; e sembra che, circa 20 anni più tardi, ne fosse vittima pure Claudio II detto “il Gotico”.

Queste epidemie furono anche il diretto antecedente della famosa “peste di Giustiniano” che sferzò l’Impero d’Oriente, -ma anche l’Italia-, nel 541-542 e che si ripresentò in modo sporadico fino al 750 circa, da attribuire quasi certamente al batterio “Yersinia pestis” (è dunque la prima sicura pandemia di peste bubbonica).

Le conseguenze di queste ricorrenti epidemie furono un progressivo spopolamento, che ebbe pesanti effetti sulla produzione di beni e quindi sulla possibilità di mantenere una struttura amministrativa complessa come quella dello stato romano e che comportava notevoli costi di gestione. In tal modo le esigenze finanziarie dell’impero rimanevano immutate o addirittura si venivano accrescendo proprio quando la produttività si riduceva.

CONTINUA NELLA QUARTA PARTE

Note

1) Zeus Hypsistos e Juppiter Heliopolitanus erano denominazioni e adattamenti greco-romane della figura di El (o Eliun), il dio supremo semitico, superiore a Baal, e identificabile, -e talora identificato- con lo Jahwè ebraico. Questa divinità era venerata in particolare nella città iturea-ellenistico-romana di Baalbeck, -chiamata poi Heliopolis-, in Libano, nella valle della Beqa’a, dove tuttora si ergono le maestose rovine di un complesso di templi. In quel luogo si venerava una triade di divinità (Giove, Venere e Mercurio, -o Bacco-), che appaiono ormai come persone o ipostasi di un’unica sostanza divina (dio-padre-creatore, dea-madre-conservatrice, dio-figlio-redentore), nella sua realtà dialettica e dinamica, ormai completamente avulse dalla mitologia tradizionale. Juppiter Dolichenus, -così chiamato dalla città siriaca di Doliche, centro del suo culto diffuso poi dai soldati in molte altre parti dell’Impero Romano-, era una forma del dio assiro e aramaico Hadad, ma sembra che fosse identificato anche con Ahura Mazda, l’entità suprema dello zoroastrismo persiano. Sia J. Dolichenus che J. Heliopolitanus indossavano nelle raffigurazioni plastiche (rilievi, sculture) la lorica istoriata dei comandanti militari romani. Tuttavia J. Heliopolitanus più spesso era rappresentato da un simulacro vagamente mummiforme, in cui il corpo del dio appare inguainato, -però con le braccia libere- in una sorta di fasciatura che ricorda quella che riveste la figura di Artemide di Efeso, e assai simile (per non dire identica) a quella della statua di Afrodite del santuario di Afrodisia di Caria.

2) della presenza del bue e dell’asino al momento e nel luogo della natività di Gesù si parla in un evangelo apocrifo dell’infanzia, l'”Evangelo dello Pseudo-Matteo”. Questo testo nella redazione pervenutaci risale al VII-VIII secolo, ma riprende la notizia da fonti sicuramente più antiche, dal momento che la scena della natività a cui assistono anche i due pii animali è raffigurata già in rilievi del IV secolo. Il simbolismo di questi due animali è legato in ambiente egiziano ad Osiride e a Seth suo fratello, che erano rappresentati rispettivamente dal bue e dall’asino. Ad Heliopolis d’Egitto era venerato un toro sacro, -chiamato Mnervis-, considerato incarnazione di Osiride; ma anche lo stesso Api, il più famoso dei tori sacri egiziani, in origine legato a Ptah, fu associato ad Osiride nella forma Osiris-Apis (da cui forse derivò Serapide). Nello “Pseudo-Matteo” (XIV, 1) si dice che i due animali adorarono Gesù deposto sulla mangiatoia il terzo giorno dopo la nascita: sembrerebbe dunque che non fossero già presenti nella grotta, ma siano arrivati in un secondo tempo, proprio per riconoscere la divinità del neonato. Nel vangelo apocrifo si afferma pure che la caverna fosse buia e scura, ma che si illuminò di luce sfolgorante quando Maria vi entrò per generare il piccolo dio (come avvenne per la nascita di Mitra).

3) altre controversie cristologiche che agitarono l’Impero d’Oriente, intrecciandosi più o meno strettamente con le vicende politiche, furono quelle legate al nestorianesimo e al monofisismo. Il primo, iniziato da Nestorio (380-451), patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431, negava l'”unione ipostatica”, ovvero l’intimo legame in Cristo tra le due persone, la divina e l’umana; tale dottrina fu condannata dal concilio di Efeso del 431. Il secondo, che si può considerare l’opposto del precedente, sostiene l’esistenza in Cristo della sola natura divina e fu dichiarato eretico nel concilio di Calcedonia del 451. Questa dottrina era stata formulata dal monaco Eutiche (375-454 circa) e in una versione più attenuata – detta “monofisismo linguistico”, poiché la controversi verteva più cha altro sui termini con i quali venivano espresse queste sottili distinzioni teologiche (“physis”, “hypostasis”, ecc.)- da Severo, patriarca di Antiochia.

4) Costantino aveva condannato a morte il figlio Crispo (302-325) in seguito alle accuse della sua seconda moglie Fausta, -figlia di Massenzio ed Eutropia-, che lo incolpava di averle fatto profferte amorose. In seguito però l’imperatore si convinse che le accuse della fossero infondate e ispirate da un’insana passione concepita da Fausta per il figliastro e la fece a sua volta giustiziare. Si veda al riguardo quanto scrive lo storico greco Zosimo nel secondo libro della sua “Storia Nuova”.

5) Costantino è venerato come santo anche in alcune aree italiane che furono soggette alla dominazione bizantina (in Sicilia, in Calabria e soprattutto in Sardegna).

6) negli ultimi tre secoli a. C. molte parti del Mediterraneo erano infestati dai pirati, soprattutto l’Adriatico, dove la pirateria era ampiamente diffusa tra gli Illiri, gli Istri e i Liburni: nello Ionio, in cui l’isola di Cefalonia era una base di audaci imprese piratesche; sede di gruppi di pirati erano anche l’isola di Creta e le isole Baleari. Anche i Liguri erano noti per essere predoni del mare. Ma la terra che forse più di tutte ebbe fama di essere un temibile covo di pirati fu la Cilicia Trachea -o Aspra- (la parte occidentale della Cilicia, mentre quella orientale, più popolosa e ricca di città era la C. Pedia, -o Campestris-). I pirati cilici dettero molto filo da torcere ai Romani ed intervennero anche nelle vicende politico-militari di Roma, soprattutto nelle tre guerre mitridatiche combattute tra l’88 e il 63 a. C. tra le repubblica Romana e Mitridate VI Eupatore, re del Ponto tra il 111 e il 63 a. C. (a favore di quest’ultimo); e nelle guerre servili, in particolare quella seguita alla rivolta di Spartaco (tra il 73 e il 71 a. C.), ove il capo-pirata Eracleone fu un alleato, -peraltro infido, dato che poi lo tradì-, del fiero gladiatore. Tuttavia le vittoriose campagne prima di Gneo Pompeo e poi di Ottaviano Augusto liberarono il “Mare Nostrum” dal flagello della pirateria, che, a parte qualche sporadica reviviscenza, presto stroncata, non fu più una minaccia per quasi tre secoli. Tornò ad essere una presenza preoccupante dalla metà del III secolo, quando la situazione di crisi e di anarchia in cui versava lo stato romano favorì una ripresa delle attività piratesche, anche ad opera delle popolazioni germaniche che si affacciavano sul Ponto Eusino e sul Mediterraneo.

7) si tenga peraltro presente che nell’età monarchica e nella prima età repubblicana la condizione giuridica dei “filii familias” non era poi molto diversa da quella degli schiavi, poiché anch’essi erano soggetti alla illimitata potestà del “pater familias” che aveva su di essi il diritto di vita e di morte (“ius vitae et necis”), nonché di venderli come schiavi.

8) dal cognomen di Marco Aurelio (Caesar Marcus Aurelius Antoninus). Egli aveva assunto il nome completo con cui è noto al momento dell’adozione nel 138 da parte di Antonino Pio, avvenuta a sua volta su designazione di Adriano. In precedenza si chiamava Marco Annio Catilio Severo, e poi Marco Annio Elio Vero.

9) come abbiano precisato altre volte quando abbiamo citato questo autore, della sua opera, originariamente in 80 libri, sono pervenuti solo quelli dal 36 al 60, nonché il 79 e l’80, -più frammenti degli altri-. Il contenuto degli altri è tuttavia noto attraverso il riassunto fattone da due eruditi bizantini, Giovanni Xifilino e Zonara, -vissuti rispettivamente nell’XI e nel XII secolo-.

10) è quasi certo però che non si trattò di peste bubbonica o polmonare; forse di febbre tifoide.

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