IL DECLINO DELL’IMPERO ROMANO (caduta o trasformazione?) -quarta parte-

Lo spopolamento, divenuto assai grave in alcune aree dell’impero, come quella balcanica, compresa la Grecia continentale, indusse il governo imperiale a favorire l’immigrazione di popolazioni barbariche, sia in piccoli gruppi, sia, più di frequente, di intere tribù che venivano accolte entro i confini dell’impero. Questa “politica dell’immigrazione” aveva, nelle intenzioni di Roma, il triplice scopo di allentare la pressione di queste genti, che si accalcavano sempre più numerose sui confini, spinte anche a loro volta dalle migrazioni di popoli provenienti dall’Asia centrale (1), incrementare la mano d’opera nella campagne e rimpinguare l’esercito di soldati. Ad esempio nel 334 fu concesso di stabilirsi in Tracia, Macedonia e nell’Italia settentrionale a 300.000 Sarmati, del cui insediamento sono rimaste notevoli tracce nella toponomastica (2).

Le regioni augustee dell'Italia.
Le regioni augustee dell’Italia.

Di questa situazione forse la regione più penalizzata fu proprio l’Italia (oltre alla penisola balcanica, esclusa la sua parte più orientale che gravitava intorno alla nuova capitale), che perse in misura sempre più rilevante la sua centralità nell’impero, prima sul piano economico e poi anche su quello politico-amministrativo. Questo processo, i cui inizi risalgono già al II secolo, fu favorito, oltre che dall’insieme dei fattori che abbiamo citato, dal fatto che nell’impero ormai sovranazionale, gli imperatori provenivano sempre più spesso dalle province, e pure il senato fu composto in misura sempre maggiore da provinciali: durante il regno di Traiano il 70 % dei senatori era di origine italica; questa percentuale si ridusse al 59 % già con il suo successore Adriano, e al 57 % con Còmmodo, il figlio di Marco Aurelio. Nel III secolo infine i provinciali sono in netta prevalenza nel Senato di Roma. Nel II secolo i senatori di origine non italica provengono soprattutto dalla Spagna (donde venivano anche Traiano e Adriano) e dalla Gallia; con Antonino Pio, Marco Aurelio e massime con Settimio Severo, -nato a Leptis Magna-, si aggiungono numerosi Africani; infine nel III secolo si rafforza la presenza degli Orientali, -in particolare Siriaci e Palestinesi- in parallelo con gli imperatori aventi la medesima origine (Elagabalo, Alessandro Severo, Filippo l’Arabo).

Sebbene questa situazione fosse il risultato dell’integrazione entro lo stato romano di tutte le genti che costituivano la popolazione dell’impero, promossa già alla fine della repubblica da Pompeo e da Cesare e poi perseguita in vario grado da tutti gli imperatori, e che costituì la grandezza e il maggior titolo di gloria di Roma (3) essa comportò il ridimensionamento della posizione di favore di cui godeva l’Italia, e che condusse infine allo spostarsi del centro politico ad Oriente.

A questa costante e progressiva diminuzione dell’importanza dell’Italia nell’ambito dell’Impero venne ad aggiungersi poi quella gravissima crisi che si manifestò durante i decenni centrali del III secolo, e detta “grande anarchia militare”, in cui i capi dell’esercito approfittando della debolezza del governo centrale cercarono di fondare dei domini personali, quale base per una auspicata conquista di Roma, e si ebbero vere e proprie secessioni, come vedremo meglio in seguito che compromisero l’unità e la saldezza dell’impero, già messa a dura prova dalle epidemie, dall’inflazione galoppante, dalle discordie religiose. Questa pericolosa situazione, che rischiò di far finire l’impero molto prima di quanto poi non avvenne, -e sulla quale torneremo in seguito-, fu risolta  dall’energica azione di Aureliano, e poi degli altri imperatori illirici.

Un altro fattore che si rivelò determinante nel declino dell’Impero Romano fu l’aumento sempre più incontrollabile dell’inflazione. Tra il II secolo a. C. e il II d. C. , vale a dire dal periodo seguente alla seconda guerra punica al governo di Settimio Severo (ovvero quelli che furono i secoli d’oro di Roma), l’inflazione si era mantenuta a livelli alquanto bassi, con una stabilità monetaria impensabile ai giorni nostri. Si consideri che nell’arco di ben quattro secoli, le variazioni dei prezzi e dei salari furono incredibilmente modeste, e il potere d’acquisto della moneta si mantenne pressoché invariato per lungo tempo. Questa situazione dell’economia è sicuro indizio di una floridezza che, nonostante i lunghi conflitti politici, sociali e militari che contraddistinsero gli ultimi due secoli della repubblica, -i quali non intaccavano in profondità le strutture produttive (anzi si potrebbe dire che in qualche modo avessero un effetto rinvigorente nel dinamismo economico)- rimase a lungo prerogativa dello stato romano e si estese anche alle regioni conquistate.

Stadera con romano a forma di busto di bambino conservata al Museo Archeologico di Napoli.
Stadera con romano a forma di busto di bambino conservata al Museo Archeologico di Napoli.

Più rilevanti erano invece le disparità tra zona e zona, per quanto in genere non enormi; le differenze più evidenti si avevano, -così come avviene ora-, tra le grandi città e i centri minori; e tra la parte europea dell’Impero e l’Africa settentrionale, dove in genere, a parità di altre condizioni, i prezzi erano inferiori. Ad esempio, nel I secolo d. C. un “modius” (equivalente a 8,736 kg) (3) di farina di grano costava a Roma ben 32 assi (ovvero 2 denari); nell’Italia settentrionale il costo si dimezzava a 16 assi, e scendeva ancora nell’Africa proconsolare.

La causa principale dell’impennata dell’inflazione che si ha a partire dagli ultimi anni del regno di Settimio Severo e poi da quello di Caracalla, -e che, nonostante i tentativi di vari imperatori di porvi rimedio, divenne sempre più galoppante-, consiste nel fatto che l’Impero importava moltissimo, specialmente prodotti di lusso, quali spezie, essenze, profumi, seta e tessuti pregiati, gemme, ecc.(si veda al riguardo quanto abbiamo detto nell’articolo sull’incenso e la mirra), soprattutto dall’Africa Orientale, dall’Arabia Felix e dall’India ( ma pure Cina e Indocina), ed esportava pochissimo. Si pensi che, a quanto scriveva Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XII, 41) alla metà del I secolo d. C. le importazioni di beni di lusso costavano all’Impero di Roma ben 100 milioni di sesterzi all’anno! Sebbene possa sembrare strano, queste categorie merceologiche tenevano allora nella bilancia dei pagamenti il posto che nella nostra epoca hanno il petrolio e le altri fonti energetiche.

Queste spese folli, -e per la maggior parte improduttive-, provocarono un’incessante emorragia valutaria, specie delle monete di metallo prezioso, che fu a sua volta causa di una preoccupante rarefazione della moneta circolante, -o per meglio dire della moneta di buona qualità, mentre quella di scarso valore prevaleva nettamente-, e privò l’Impero di una rilevantissima quota delle sue risorse finanziarie.

Denario d'argento di Adriano.
Denario d’argento di Adriano.

Un’altra causa dell’inflazione derivava dal fatto che moltissime autorità provinciali e locali avevano la facoltà di battere moneta. Le monete d’oro e d’argento venivano coniate solo dalla zecca centrale di Roma e poche altre (Alessandria, Antiochia, Lione) sotto il diretto controllo degli imperatori, ma quelle in metallo non prezioso (di bronzo, rame, oricalco, ecc.) potevano essere battute dai magistrati o dai sovrani clienti o vassalli, in una grande varietà di tipi e di forme, e questo aumentò a dismisura la massa della moneta circolante che spesso non rifletteva le reali condizioni dell’economia, ma era motivata da altri fattori (prestigio politico locale, volontà di mantenere una certa autonomia rispetto alla capitale, di concedere elargizioni al popolo, ecc).

Un’eccezione si aveva solo in Egitto, -che com’è noto era considerato una proprietà personale dell’imperatore (in quanto erede dei sovrani Lagidi), che lo amministrava tramite il “preafectus Aegypti”- dove la zecca di Alessandria coniava anche tetradramme d’argento (che più o meno equivalevano al denario romano). Continuando la tradizione dei Lagidi, le monete egiziane non potevano uscire dal paese, né viceversa potevano esservi introdotte monete romane. Questa particolarità si protrasse fino alle riforme economiche e monetarie di Diocleziano, che cercò di uniformare e razionalizzare la monetazione in tutto l’impero.

Un’altra parziale eccezione si ebbe anche ad Antiochia, capitale dell’antico regno seleucide, e poi capoluogo della provincia romana di Siria, dove esisteva una zecca molto attiva, che talora coniò anche monete in metallo prezioso.

Aureo coniato dalla zecca di Antiochia sotto l'imperatore Elagabalo. Sul verso appare l'immagine del "Deus Sol Invictus".
Aureo coniato dalla zecca di Antiochia sotto l’imperatore Elagabalo. Sul verso appare l’immagine del “Deus Sol Invictus”.

In Occidente invece la zecca più importante fu quella di Lùgdunum (Lione) in Gallia fondata da Augusto nel 15 a. C. Con l’avvento della “tetrarchia”, il sistema di ripartizione dell’Impero in quattro prefetture instaurato da Diocleziano, le quattro capitali sede del governo dei “tetrarchi” (Augusta Treverorum, Mediolanum, Sirmium e Nicomedia) furono autorizzate a battere moneta dalla fine del III secolo. Tuttavia la città di Milano era già sede di una zecca fin dal 260 al tempo dell’imperatore Gallieno; inoltre altre zecche minori si ebbero ad Aquileia e a Cartagine, nonché a Ravenna, allorché, a partire dal 402, la città adriatica divenne capitale dell’Impero Romano d’Occidente in sostituzione di Milano.

Alla difficile situazione economico-finanziaria tentarono di porre rimedio diversi imperatori nel III secolo, ma senza avere molto successo, anzi con esiti spesso disastrosi, dal momento che i loro provvedimenti ed interventi erano solo di carattere “emergenziale”, e non “strutturale” -per usare espressioni attuali-, e in pratica consistevano nel coniare nuova moneta il cui valore effettivo era inferiore -e talora assai inferiore- a quello nominale, sia riducendo il peso della moneta stessa, sia diminuendo il titolo di metallo prezioso in essa presente (ad esempio monete di rame rivestite da un sottile strato d’argento, che avrebbero dovuto valere come autentiche monete d’argento). In particolare dalla metà del regno di Gallieno si ricorse a un discutibile sistema che consisteva nel coniare la moneta con una lega di rame e argento, una volta coniata essa veniva trattata alla superficie con un acido che corrodendo il rame la faceva apparire d’argento.

Un "modius", -recipiente con la corrispondente misura di capacità- sormontato da una figura di gallo, proveniente da Ostia.
Un “modius”, -recipiente con la corrispondente misura di capacità- sormontato da una figura di gallo, proveniente da Ostia.

D’altra parte la grave crisi economico-sociale che si intrecciava con vari altri fattori negativi, quali le epidemie, -delle quali abbiamo parlato sopra-; l’instabilità della situazione politica, con il frequente avvicendarsi degli imperatori, eletti e deposti, spesso in modo violento, dalle legioni, e la frantumazione dell’impero in stati minori, (ma di ragguardevole estensione!),-come l’impero delle Gallie guidato da Vittorino e poi da Tetrico e quello d’Oriente di Vaballato e Zenobia (sui quali torneremo)-, i cui sovrani si proclamavano imperatori e aspiravano a dominare tutto l’impero, o almeno buona parte di esso, non consentivano interventi più efficaci ed incisivi. Inoltre la carenza di metalli preziosi, che in larga misura dovevano essere importati da stati stranieri e dunque pagati con moneta di scarso valore, contribuiva anch’essa a perpetuare questo circolo vizioso.

Durante gli ultimi tempi della repubblica e nei secoli di maggior fulgore dell’impero i metalli preziosi provenivano in notevole misura dalla penisola iberica; per quanto riguarda l’oro un’altra importante fonte di rifornimento erano le regioni balcanico-danubiane, ma soprattutto territori esterni all’Impero Romano, quali l’Africa nera (in specie la Nubia -il cui nome in egiziano significava appunto “terra dell’oro”-), l’Arabia Felix e l’India. Le principali miniere d’argento si trovavano, oltre che nelle regioni iberiche, in Asia Minore e a Cipro; le famose miniere di Laurion in Attica che durante il V e il IV secolo avevano rifornito d’argento le zecche delle città greche e in special modo di Atene, nell’età imperiale romana erano ormai quasi esaurite. Il rame proveniva soprattutto da Cipro, -da cui, com’è noto, derivò il suo nome latino “cuprum” (4)-, dalla Siria, dalla penisola del Sinai e dalla Nubia.

Il commercio romano nel III secolo.
Il commercio romano nel III secolo.

Dopo la conquista della Dacia compiuta da Traiano nel 106 affluì a Roma e in tutto l’Impero una rilevantissima quantità di metalli preziosi che rimpinguarono le casse dello stato e fornirono materiale per la monetazione in metalli preziosi (tanto che essi subirono una diminuzione di prezzo in quel periodo); tale benefico afflusso fu tra le non ultime cause della prosperità di Roma nel II secolo. Ma, come si è detto, gli effetti positivi di tale afflusso già alla fine del II sec. iniziarono a venire meno, sia perché anche la produzione mineraria cominciò a ridursi, sia perché tale circostanza favorevole non riusciva più a contrastare il complesso di fattori avversi che complicavano alquanto le condizioni economico-sociali dell’impero. Quando poi i Romani nel 253 dovettero abbandonare la parte settentrionale della Dacia, e in seguito nel 271 tutto il territorio a nord del Danubio, dove si erano insediate stirpi sarmatiche e germaniche, -oltre a quelle daciche non sottomesse dai Romani, come i Carpi-, anche tale fonte di approvvigionamento si esaurì.

Con la riforma di Augusto, risalente al 15 a. C., il sistema monetario romano era il seguente: la moneta di riferimento era il DENARIUS d’argento, avente il peso di 1/84 di libra, -ovvero gr. 3,89-, che valeva 16 assi (5). L’altra moneta più usata era appunto l’ASSE  di rame, avente il peso di 1/30 di libra (gr.10,91) (6). I multipli e i sottomultipli dell’asse erano coniati in oricalco (una lega metallica di rame -in genere per l’80% circa- e zinco -per il 20%-, più talvolta tracce di altri metalli). I principali erano il DUPONDIO (2 assi) e il SESTERZIO (4 assi) (7); tra i sottomultipli ricordiamo il QUADRANTE ( 1/4 di asse) e il SESTANTE (1/6 di asse). La moneta di valore più elevato era l’AUREO d’oro, dal peso di 1/42 di libra (gr. 87,78); prima di Giulio Cesare era stato coniato solo in occasioni eccezionali. In linea di massima si può dire che l’aureo d’oro corrispondeva allo statere greco, il denario d’argento alla tetradramma e il sesterzio di oricalco alla dracma.

Si tenga presente che i primi “denarii” pesavano 1/72 di libra, ovvero gr. 4,5; in seguito la “lex Flaminia” del 217 a. C. stbilì in 1/84 di libra (gr. 3,89) il peso del denario, che rimase invariato fino a quando con la riforma di Nerone non diminuì ulteriormente a 1/96 di libra romana. Esso scenderà ancora con Marco Aurelio a gr. 2,36 e toccherà il suo minimo sotto Settimio Severo e Caracalla con gr.1,7. Ma nel caos monetario che caratterizzò la parte centrale del III secolo, nel 250 arriverà ad avere solo 0,17 grammi d’argento. Da Costantino in poi i denari non saranno più coniati.

Ritocchi a questo sistema furono apportati da Nerone, da Domiziano e da Traiano; ma i provvedimenti più importanti in materia monetaria prima di quelli di Diocleziano furono quelli adottati da Caracalla, il quale operò una cospicua svalutazione della moneta (il peso dell’aureo passò a 1/50 di libra) e introdusse monete doppie, il BINIONE d’oro (dal valore di 2 aurei) e l’ANTONINIANO d’argento (2 denari), il quale ultimo venne a sostituire gradatamente il denario e partire dal regno di Gordiano III (238-244) di fatto lo soppiantò. Aureliano poi introdusse il NUMMUS, equivalente a 5 denarii. Quanto all’asse,-quella che era stata la primitiva moneta romana-, esso non venne più battuto dopo il regno di Marco Aurelio.

Otto denari imperiali romani di diverse epoche.
Otto denari imperiali romani di diverse epoche.

Ma, come abbiamo detto, tali provvedimenti, non essendo fondati su un vero “risanamento dell’economia”, furono in gran parte vani, e nonostante l’ulteriore tentativo di Aureliano di restituire un certo grado di qualità e di credibilità alla moneta romana, la svalutazione e la conseguente inflazione assunsero dimensioni davvero paurose, paragonabili a quelle della Germania dopo la fine della prima guerra mondiale. Si pensi che l’antoniniano, che in teoria avrebbe dovuto essere tutto d’argento, giunse ad avere solo il 2% di metallo prezioso, poiché in pratica divenne una moneta di rame trattata nel modo che abbiamo sopra descritto; due dromedari che costavano 500 dracme (come si è detto la dracma nell’area orientale dell’Impero equivaleva al sesterzio in occidente) nel 144, ne costavano ben 134.000 nel 289!!

A questa situazione economica, che ovviamente aveva importanti ripercussioni sociali e che veniva ad aggravare la pesante situazione politico-militare, cercò di porre rimedio Diocleziano introducendo modifiche più incisive con le quali intendeva risanare la critica condizione dell’economia imperiale (anche se non ebbero poi gli effetti sperati). Con la sua riforma si ebbe un radicale mutamento della monetazione romana, l’AUREUS fu riportato al peso di 1/60 di libra, e furono coniate due nuove monete, una d’argento, chiamata appunto ARGENTEUS, avente il peso di 1/96 di libra, e una di bronzo rivestita di un superficiale strato d’argento, il FOLLIS, dal peso di 10 grammi. (il nome significa letteralmente sacchetto, o anche camera d’aria, palloncino, e allude al fatto che la moneta era come un “sacchettino” d’argento pieno di metallo non prezioso).

Ricostruzione del grandioso palazzo di Diocleziano a Spalato.
Ricostruzione del grandioso palazzo di Diocleziano a Spalato.

Ma neppure questi provvedimenti servirono a frenare l’inflazione e a porre un limite alla svalutazione della moneta circolante, che anzi si accentuò ulteriormente. Per ovviare a questo preoccupante stato di cose, Diocleziano allora emanò un editto, l'”Editto di Afrodisia (o Afrodisiade)”, -così detto dalla città della Caria ove fu rinvenuta un’epigrafe che lo riporta-, con il quale si fissava d’autorità il potere d’acquisto delle monete, raddoppiandone il valore; visto il deludente risultato di tale provvedimento (poiché pur essendo aumentato il valore nominale, non lo era il valore effettivo), il solerte imperatore alla fine dello stesso anno emise il celebre EDICTUM DE PRETIIS RERUM VENALIUM (Editto sui prezzi delle cose in vendita), un calmiere con il quale si stabiliva il limite massimo consentito del prezzo di vendita di un gran numero di articoli e di generi di consumo, da quelli di prima necessità (come il pane e la farina) a quelli voluttuari e di lusso (come i profumi, la seta, la porpora, ecc.).

Ma nell'”Edictum de pretiis” non veniva fissato solo il prezzo delle merci, ma anche i salari e i compensi per varie categorie professionali, nonché il costo di parecchi servizi. Dal confronto tra gli uni e gli altri si può avere un’idea di quali fossero il potere d’acquisto e le condizioni di vita soprattutto di quella che oggi diremmo la “classe media”, -sebbene come si è detto sia rimasto spesso inapplicato, per cui di fatto i costi erano più alti e gli stipendi più bassi, nonostante le severissime misure che l’imperatore aveva adottato contro i trasgressori e che giungevano fino alla pena di morte-.

Questo editto è assai interessante anche perché, essendovi elencati numerosissimi beni, anche i più disparati ed insoliti, ci dà un quadro pressoché completo di quello che era il mercato a quel tempo e di quelle che dovevano essere le richieste dei consumatori e l’offerta dei produttori.

Nell’editto il prezzo delle varie merci è dato ancora in denari, nonostante fossero quasi spariti dalla circolazione, poiché erano rimasti come moneta di conto; verso il 300 peraltro il denarius era ormai così svalutato che occorrevano ben 1600 denari per avere un aureo.

Nella prefazione del documento, l’imperatore afferma di essere stato indotto ad emanare l’editto per mettere un freno alla “avaritia desaeviens, quae sine respectu generis humani, non annis modo vel mensibus aut diebus, sed paene horis ipsisque momentis ad incrementa sui et augmenta festinat” (alla feroce avidità che senza alcun riguardo alla dignità umana, non soltanto negli anni o nei mesi o nei giorni, ma quasi di ora in ora e di momento in momento è sempre più sollecita del proprio tornaconto): dunque già questa introduzione offre una chiara idea di quanto corresse l’inflazione e con quanta velocità aumentasse il costo della vita!

Ma vediamo alcuni esempi dei prezzi indicati per alcuni generi di consumo:

un “modius castrensis” di frumento costava 100 denari; di orzo 60; di riso mondato 200; di ceci 100; di semi di sesamo 200; di semi di papavero 150; di pane di  miglio 50 (il che significa quasi 3 denari al Kg).

Un pollo costava 60 denari; una lepre 150; una libra di carne bovina 12 denari; di carne ovina 8; 100 ostriche si vendevano a 100 denari (ovvero un denaro l’una); una libra di pesci di mare di I qualità (presumibilmente i più pregiati) a 24 denari; di II qualità a 16; 4 uova a 4 denari.

Bottega di fornaio (affresco di una casa di Ostia).
Bottega di fornaio (affresco di una casa di Ostia).

Apprendiamo ancora che 4 denari era il prezzo di 10 rape di I qualità, ed era il medesimo di 20 rape di II qualità; 40 mele piccole così come 4 meloni costavano ugualmente 4 denari; sempre 4 denari costavano 10 albicocche, 25 fichi di prima qualità e 40 di II, nonché 100 castagne (queste indicazioni nella lista dei prezzi fanno pensare che frutta e verdura fossero vendute a numero di pezzi e non a peso; tuttavia poiché il corrispettivo in denaro è stabilito per quantità determinate, esse dovevano probabilmente essere smerciate in un numero minimo di unità). Per un “modius italicus” di mandorle (8 kg abbondanti) si dovevano spendere 6 denari.

L’olio d’oliva di I qualità costava 40 denari al sextarius (misura di capacità corrispondente a l 0,547); un sextarius di “garum” (una salsa di pesce che veniva usata per insaporire le vivande e che era assai usata nell’antica cucina romana) di I qualità 16 denari; un sextarius di miele di I q. 40 danari.

Passando alle bevande, per i vini delle migliori qualità, -come il rinomatissimo Falerno-, si dovevano spendere 30 denari al sextarius; di I q. 24 denari; di II 16 denari; andanti 8 denari; per la birra di frumento 4 denari e per quella d’orzo 2 denari, sempre al sextarius.

Per quanto riguarda le fibre tessili e l’abbigliamento, una libra di lana di buona qualità costava 50 denari, di lana lavata di Taranto 175, di lana di Altino 200; una libra di bisso  400 denari; ;  ma il prezzo per una libra di seta arrivava a 12.000 denari (8), e di seta colorata con porpora di Tiro all’astronomica cifra di 150.000 denari (che, insieme a quello per un leone maschio, è il prezzo più alto tra tutti quelli riportati nell’elenco)!! Una dalmatica di lana da uomo rossa di media qualità costava 200 denari, mentre una dalmatica di seta con strisce di porpora ben 50.000 denari. Nell'”Edictum” è riportato un lungo elenco di tipi di camice, di tuniche, di mantelli, di dalmatiche (9), tra le quali talvolta non è ben conosciuta la differenza, ma che di certo doveva principalmente consistere nel tipo di tessuto impiegato, più o meno raffinato e costoso, e nella presenza, ovvero nell’assenza, di ornamenti più o meno elaborati.

tre figure maschili in barca che indossano la "dalmatica" (mosaico del IV secolo nella "Villa del Casale" a Piazza Armerina in Sicilia).
Tre figure maschili in barca che indossano la “dalmatica” (mosaico pavimentale del IV secolo nella “Villa del Casale” a Piazza Armerina in Sicilia).

Una pelle di ariete aveva il prezzo di 10 denari, una di orso di 150, mentre una di leopardo arrivava a 1.000. Tra le calzature le più care erano i “calcei patricii” (stivaletti in stile patrizio) che costavano 150 denari al paio; per una cintura larga alessandrina si sborsavano 200 denari, mentre per un “set” completo di briglie per cavallo 100 denari.

Un lenzuolo da letto di I qualità di Laodicea (città sulla costa della Siria, dalla quale provenivano telerie di inusitata raffinatezza) costava la bellezza di 8000 denari, mentre per un lenzuolo comune di III qualità bastavano 1750 denari (che erano comunque una bella cifra!). Tra i letti, apprendiamo che un letto di noce di 8 piedi x 14 (vale a dire m 2,36 x 4,14: dimensioni davvero enormi!) poteva costare 400 denari (e dunque assai meno delle lenzuola anche quelle economiche), a fronte del prezzo di un letto da locanda, -che doveva essere alquanto scadente-, di soli 50 denari. Un telaio completo valeva 750 denari, mentre con soli 4 denari si potevano comprare 10 lucerne di terracotta.

Una libra di pepe valeva ben 800 denari, una di zafferano arabico (che era il migliore) 2000. L’incenso costava 100 denari alla libra, mentre la mirra in gocce 400 e il mastice di Chio solo 50. Si potevano comprare 10 calami per scrivere della migliore qualità (“di Alessandria”) per 4 denari, mentre l’inchiostro si vendeva a 12 denari la libra (10).

Tra gli animali da soma e da fattoria, il più costoso era l'”equus curulis” il cavallo da cocchio, -in pratica il cavallo da corsa, che veniva impiegato anche nelle corse della quadrighe nel circo-, al quale si attribuiva un valore venale di 100.000 denari; per un cavallo da cavaliere dell’esercito invece ne bastavano 36.000; per un dromedario 20.000; per una coppia di buoi 10.000; una mucca 2.000; una pecora o una capra 400. Non mancano nemmeno le fiere libiche, cioè africane, tra le quali un leone maschio “di I qualità” è valutato 150.000 denari (insieme ad una libra di seta tinta con la porpora è l'”articolo” più caro di tutta la lista), mentre una leonessa, -sempre “di I qualità”- ne valeva 125.000. Per uno struzzo bastavano 5.000 denari.

Nell'”Edictum de pretiis” non mancavano gli schiavi: per un maschio tra i 16 e i 40 anni veniva fissato un valore massimo di 30.000 denari (quindi molto meno di una dalmatica di seta!); ma una donna con più di 60 anni veniva valutata non più di 1000 denari (otto volte meno di un lenzuolo dei più fini)!!

Come abbiamo detto, Diocleziano si preoccupò anche di stabilire salari e stipendi di varie categorie di lavoratori: per un operaio generico era previsto un salario di 25 denari al giorno; per un pittore 150 denari; per un fornaio (dipendente, è ovvio, non in proprio) 50; per cammellieri, asinai e simili 25 denari al dì.

Anfore romane del II secolo. Contenevano soprattutto vino e olio; ma quelle più larghe e panciute venivano in gener impiegate per il "garum", la famosa salsa di pesce ingrediente fondamentale della cucina romana, che era prodotto in particolare in Spagna.
Anfore romane del II secolo. Contenevano soprattutto vino e olio; ma quelle più larghe e panciute venivano in genere impiegate per il “garum”, la famosa salsa di pesce, ingrediente fondamentale della cucina romana, che era prodotto in particolare in Spagna.

Un “mulomedicus”, cioè un veterinario che si prendeva cura di cavalli, asini e altri animali da soma, veniva retribuito con 6 denari per ognuna delle sue prestazioni professionali (11). Un amanuense in bella scrittura percepiva 25 denari ogni cento righe; un maestro di lettura 50 denari al mese per bambino (“singulis pueris”), e il medesimo compenso spettava al maestro di aritmetica (l’istruzione elementare -che non era obbligatoria e gratuita- era affidata ad almeno due persone); agli insegnanti di grammatica greca e latina (nella grammatica era compresa anche la letteratura) e di geometria 200 denari “singulis discipulis”, -sempre al mese-: pertanto quelli che corrispondevano ai professori di lettere e di matematica di scuola media dei giorni nostri potevano disporre di un reddito decente solo se avevano un buon numero di alunni (tra l’altro si tenga presente che nell’antichità non esistevano vere e proprie istituzioni scolastiche organizzate, né private, né tanto meno pubbliche, e i docenti tenevano lezione o nelle proprie case o in locali appositamente affittati)(12).

Da questo editto, -che, come si diceva sopra, ha una notevole importanza anche per comprendere le abitudini e i costumi del tempo-, risulta che esisteva una grandissima varietà di fibre tessili, di tessuti, di abiti, di resine, di spezie e di erbe aromatiche, tanto che le “tabernae” e gli altri luoghi di vendita, come i mercati e simili (“macella”), nonostante la crisi, dovevano presentare uno straordinario assortimento di merci, simile a quello degli odierni “suk”, i mercati arabi.

CONTINUA NELLA QUINTA PARTE

Note

1) i Sarmati erano una popolazione di origine iranica, -forse da identificare con i Sauròmati dei quali parla Erodoto (Storie, IV, 110-117), sostenendo che derivassero dal connubio tra un gruppo di Sciti e alcune Amazzoni fuggitive-, le cui sedi originarie erano a nord e ad est del Mar Caspio. Suddivisisi in diverse tribù, alcune di esse, come i Rossolani e gli Iazigi, si erano spostate verso occidente e nel III secolo si erano stabilite nelle regioni transdanubiane.

2) il ricordo del loro insediamento permane nel nome di diversi centri dell’Italia settentrionale, quali Sèrmide (MN), Sarmato (PC), Sarmede (TV), Sarmazza (VI), Sarmeola di Rubano (PD), e altri (tali toponimi derivano da forme come Sàrmatum, Sarmata, Vicus o Forum Sarmatorum, e simili).

3) esistevano due tipi di “modius”: il “m. italicus”, con  il valore che abbiamo detto -e che corrispondeva all’εκτευς greco-, e il “m. castrensis”, avente una capacità doppia rispetto al precedente (precisamente kg 17,51). L’impiego di quest’ultimo era prevalente nelle province. Approfondiremo in seguito le misure onerarie romane. “Modius” era anche il nome del recipiente che conteneva la quantità corrispondente alla misura ponderale.

Testa di Serapide con il modio. Si osservi che sul copricapo sono disegnate in rilevo delle spighe, chiara allusione al funzione di propiziatore della fertilità dei campi del dio greco-egizio.
Testa di Serapide con il modio. Si osservi che il copricapo è decorato con spighe ed olivi in rilievo, chiara allusione al funzione di propiziatore della fertilità dei campi del dio greco-egizio.

Era chiamato “modius” anche il copricapo tipico di alcune divinità e in particolare di Serapide. Poiché il “modius” era per eccellenza il recipiente per il grano e la farina, questa attribuzione voleva sottolineare il legame del dio con la fertilità della terra.

4) il termine italiano “rame” deriva invece dal tardo latino “aeramen”, propriamente “oggetto di bronzo” da “aes, -ris” (bronzo, ma talvolta anche rame).

5) in origine il denarius equivaleva a 10 assi, – da cui il nome danarius < “deni aeres”-, ma poscia alla metà del II secolo a. C. fu ricalibrato a 16 assi.

6) in origine l’asse, o meglio l’AES, pesava quanto una libra romana: gr. 327,168.

7) in origine il sesterzio aveva il valore di 2 assi e mezzo da cui il nome (< “semi-tertius” = 2 assi + la metà di un terzo asse); poi allorché il denario fu equiparato a 16 assi, assunse il valore di 4 assi.

8) la seta, conosciuta e prodotta in Cina fin dal III millennio a. C. era conosciuta, sebbene rara nei paesi del Vicino Oriente mediterraneo fin dal I millennio. Si diffuse poi sempre più nell’Impero Romano, dove giungeva attraverso la famosa “via della seta”, che attraversava parte della Cina, l’Asia centrale, la Persia settentrionale, la Mesopotamia e la Siria, dove fu assai ricercata, pur rimanendo sempre un articolo di lusso, riservato ai più abbienti. Solo nel corso del VI secolo, al tempo dell’imperatore Giustiniano (527-565), fu in introdotto in Europa l’allevamento del baco da seta (Bombyx mori) e quindi si avviò la produzione di seta anche in occidente. Sembra che a trasportare a Costantinopoli dalla Cina le uova del baco siano stati due monaci basiliani, i quali, per sfuggire ai controlli dei Cinesi, che volevano impedire che il segreto della produzione della preziosa fibra tessile fosse conosciuto in altri luoghi, avevano nascosto le uova entro i manici cavi dei loro bastoni.

9) com’è noto, nell’età repubblicana l’abito nazionale romano era la toga per gli uomini e la stola per le donne, che si indossava sopra la tunica. Ma già dal I secolo la toga venne indossata sempre meno sostituita da vari altri tipi di mantelli, come il “pallium” (uguale all'”himàtion” greco), la lacerna (la greca clamide), la paenula (la pianeta per i Greci); dal III secolo la toga in pratica sparì dalla circolazione (rimase in uso solo presso i senatori e i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni) e l’abito più usato fu appunto la dalmatica, -originaria come dice il nome della Dalmazia-, della quale esistevano una versione maschile e una femminile, una sorta di tunica lunga fino al ginocchio, di solito trattenuta sui fianchi con una cintura, con le maniche lunghe fino ai gomiti o fino ai polsi e con due corti spacchi laterali sui fianchi, di solito ornata di due bande verticali nella parte anteriore (“clavi”), e talora pure di altri ornamenti, -in particolare dischi colorati-. La dalmatica divenne poi la veste liturgica del diacono presso il clero, -ma sembra che fino al IV secolo fosse propria del vescovo-, conservando un forma non molto dissimile da quella originaria. Si tenga presente che i paramenti liturgici usati sia nella chiesa cattolica che in quelle orientali erano in origine vesti “laiche” più o meno eleganti, che per la conservatività dei riti rimasero nell’uso, -pur se profondamente modificate-, anche quando tali vesti divennero desuete e poi sparirono tra i laici. Mantelli muniti di cappuccio frequentemente impiegati negli ultimi secoli dell’impero e poi nell’Alto ME furono poi il “cucullus”, il “birrus”, la “banata”, la “caracalla” (da cui derivò il soprannome con cui è passato alla storia l’imperatore M. Aurelio Severo Antonino, che amava indossarla), il “pluviale” (mantello con cappuccio per difendersi dalla pioggia, da cui derivò il “piviale”, paramento liturgico): questi indumenti provenivano spesso dalla Gallia, dal Norico o da altre regioni nordiche. Dalla fine del III secolo cominciò a diffondersi, specie nelle regioni fredde, anche l’uso dei calzoni, che erano usati da popolazioni orientali come Sciti, Sarmati, Parti, Armeni e Persiani, -chiamate con termine greco “anassiridi” (peraltro ne esisteva pure una versione gallica -le “bracae”-).

10) come avevamo visto nella trattazione sui più antichi codici, in effetti esistevano inchiostri di qualità differente, secondo la loro composizione, quelli più acquosi, che si potevano facilmente togliere dal papiro o dalla pergamena con un tratto di spugna e quelli più resistenti. Qui però non si fa cenno a diverse qualità di inchiostro e viene stabilito un unico prezzo. Stranamente non viene riportato il prezzo del papiro, che pure, sebbene il suo uso si andasse riducendo a favore della pergamena, aveva ancora un impiego abbastanza largo. Quanto a quest’ultima, non viene citata con il suo usuale nome di “membrana”, ma potrebbe rientrare nei numerosi tipi di pelli conciate presenti nell’elenco.

11) è noto un trattato di veterinaria del IV secolo chiamato “Mulomedicina Chironis”, dal nome del suo autore Chiron Centaurus, -che però deve essere uno pseudonimo chiaramente allusivo alle sue competenze “equestri” (o equine)-.

12) nell'”Edictum” non vengono citati nè i “rethores”, -i maestri di eloquenza che possono paragonarsi ai professori di liceo, e quelli più riputati e autorevoli ai docenti universitari-, né i medici. Per quanto riguarda la professione medica, non vi era alcun controllo dello stato sugli “operatori sanitari”, e chiunque poteva improvvisarsi medico, -salva però la responsabilità civile che doveva assumersi nel caso la sua cura avesse sortito effetti disastrosi!-; tuttavia nel III secolo, al tempo di Alessandro Severo, furono istituiti dei corsi regolari di medicina, e di altre discipline professionali, chiamati “auditoria”: “Rethoribus, grammaticis, medicis, mechanicis, architectis salaria instituit et auditoria decrevit” (Historia Augusta, Alex. Sev., 44, 4): da questo passo si evince che già per decreto di questo imperatore fossero stati stabiliti gli onorari di alcune categorie professionali e fosse iniziata una forma di regolamentazione dello stato su tali attività.

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