L’ENIGMA DELLA SFINGE (prima parte)

In alcuni articoli precedenti -quelli su L’ETA’ DELL’ACQUARIO E LA PROFEZIA DELLA PIRAMIDE-, abbiamo cercate di penetrare, per quanto possibile, nei complessi significati e nel profondo messaggio celato nella Grande Piramide di Cheope e le altre due Piramidi minori che la affiancano.

Ma una trattazione sulle piramidi di Ghiza non sarebbe completa senza menzionare colei che da molti secoli è la loro fedele compagna e guardiana silenziosa: la Sfinge (1). Per migliaia di anni questa enigmatica figura ha continuato a vegliare sulla piana di Ghiza, in attesa del tempo nel quale i suoi segreti potranno essere svelati.b_1024_768_0_10_images_stories_sfinge_La_grande_Sfinge Dopo che la millenaria civiltà egizia si spense, l’insigne monumento fu inesorabilmente ricoperto dalle sabbie del deserto, spinte dai venti che spesso soffiavano impetuosi, tanto che solo una parte della sua testa sporgeva dal manto sabbioso che l’avvolgeva.

Solo dopo la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto nel 1798 ed il conseguente ridestarsi dell’interesse per l’antico Egitto tra gli studiosi europei, furono iniziati dei lavori per liberare dalle sabbie e riportare alla luce la Sfinge. Nel corso del XIX secolo si susseguirono diverse missioni archeologiche che cercarono di riportare alla luce quella importantissima e venerabile testimonianza dell’antico Egitto ed eseguirono scavi per approfondire la conoscenza, ancora assai scarsa che si aveva di esso.

Nel 1816 una prima spedizione fu guidata dall’italiano Giovanni Battista Caviglia. Egli effettuò diversi importanti ritrovamenti intorno e accanto al corpo accovacciato dalla leonessa (o, più esattamente, leone) androcefala, tra i quali i più importanti furono un tempietto, decorato con piccoli leoni di pietra dipinti di rosso; un’ara in granito con segni di combustione (che induceva a pensare si celebrassero riti in onore della Sfinge); ma soprattutto una stele con iscrizioni geroglifiche che a quel tempo non poterono essere decifrate, -poiché solo nel 1824 J. F. Champollion avrebbe completato gli studi che gli permisero di comprendere il significato dei geroglifici-.

La "Stele del Sogno" tra le zampe della Sfinge.
La “Stele del Sogno” tra le zampe della Sfinge.

Da questa iscrizione, che dopo che il mistero dei geroglifici fu svelato, potè essere tradotta, apprendiamo che il faraone Thutmosis IV (2), essendo ancora principe, durante una partita di caccia a mezzogiorno si era addormentato all’ombra della Sfinge e aveva avuto in sogno la visione del dio Sole- Harmachis (cioè Horus dell’orizzonte), -che si riteneva raffigurato da quella, e gli aveva ordinato di liberare la sua effigie dalle sabbie che già allora ne ricoprivano gran parte; in ricompensa della sua devozione ed obbedienza, la divinità gli avrebbe assicurato l’ascesa al trono. Appena divenuto faraone, Thutmosis si premurò di adempiere alla promessa che aveva fatto in sogno. A motivo del contenuto, la stele scoperta dal Caviglia, -che peraltro non era l’originale, ma una copia risalente all’età saitica-, divenne nota con il nome di “Stele del Sogno”.

La stele però quando fu rinvenuta aveva già subito un grave processo di erosione nella parte inferiore, per cui la parte finale del testo non si potè comprendere; tuttavia poiché si riuscì, o si credette, di leggere la parte iniziale del cartiglio con il nome di Chefren, -quarto faraone della IV dinastia-, si dedusse che l’imponente statua fosse stata costruita da questo sovrano.

Il tentativo di restituire la Sfinge alla luce del Sole compiuto dal Caviglia ebbe però un esito effimero perché i venti del deserto ben presto ricoprirono di nuovo di sabbia l’augusto monumento; e così durante tutto l’800 e la prima metà del 900 si susseguirono diverse altre operazioni per liberare in modo definitivo quella strana scultura dalle coltri di sabbia che tornavano sempre a stendersi sopra di essa. Le più importanti furono quelle di Auguste Mariette (il fondatore del Museo Egizio del Cairo), tra il 1853 e il 1858; di Gaston Maspero (1886-1890); di Emile Baraize (1925-1936) e di Selim Hassan, durata dal 1936 al 1946: con quest’ultima impresa, dopo più di un secolo dai primi tentativi, alla fine si riuscì a rendere definitivo il disseppellimento della Sfinge (3), che dal 1946 non è più stata sepolta dalle sabbie e fa bella bella di mostra di sé accanto alle piramidi.

Peraltro nel corso di questi lavori di restauro e consolidamento furono rinvenuti intorno e accanto alla Sfinge numerosi altri reperti di fondamentale importanza per comprendere la storia e il significato del monumento nell’antico Egitto, e per approfondire gli studi su di esso.gizasfinge3

La grande statua della Sfinge è stata scolpita in un gigantesco blocco di pietra, probabile residuo di una cava utilizzata ai tempi di Cheope; secondo la tesi ufficiale il volto umano che si erge sul corpo leonino riprodurrebbe le fattezze del faraone Chefren, sepolto poco lontano nella sua piramide, seconda solo a quella di Cheope, Sebbene rovinata qual è, il suo sguardo che vaga lontano, il sorriso delle sue labbra socchiuse le danno un’anima che conquista chi la osservi. Senza dubbio è un’opera d’arte dotata di una potente forza espressiva ed evocativa.

La Sfinge di Ghiza è lunga m 73,50; il suo viso misura m 4,15 in larghezza e m 5 in altezza; la bocca è larga m 2,32; il naso è alto m 1,70; le orecchie m 1.37; dal piano ove protende le sue possenti zampe alla sommità del capo corrono 20 metri.

In effetti non esiste alcun documento storico o testimonianza letteraria che dichiarino o spieghino come, quando, da chi e perché la celebra scultura sia stata costruita; l’attribuzione a Chefren è fondata solo, per così dire , su “prove indiziarie”, vale a dire le epigrafi trovate nei pressi della statua che citano il nome del sovrano, mettendolo in qualche modo in relazione con essa, ma nessuna iscrizione proclama espressamente che sia stata da lui edificata.

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Il faraone Chefren ritratto in una statua in basalto custodita al Museo Egizio del Cairo.

In particolare A. Mariette aveva scoperto durante i suoi scavi un tempio nei pressi della Sfinge nel quale furono rinvenute alcune statue di Chefren, il che rinforzò l’ipotesi che il viso della statua fosse un ritratto del faraone, ipotesi che fu autorevolmente sostenuta dall’egittologo inglese E. A. Wallis Budge (1857-1930) in un suo libro pubblicato nel 1902; egli era convinto dell’identità tra la Sfinge e il faraone Chefren anche perché aveva ravvisato un presunta somiglianza tra una statua riproducente il faraone conservata nel Museo Egizio del Cairo e il volto del leone androcefalo.

Tuttavia nel 1858 il Mariette aveva rinvenuto accanto a una piccola piramide ritenuta essere la tomba di Henutsen, figlia di Cheope, una stele, detta poi “Stele dell’Inventario”, nella quale il faraone Cheope stesso dichiarava di aver restaurato e salvato dalla rovina e dall’oblio il venerando monumento, oltre che un tempio di Iside, che pertanto avrebbe dovuto esistere già da un tempo anteriore ai faraoni della IV dinastia. La maggior parte degli studiosi non diede però molto credito alla stele, poiché quest’ultima fu attribuita ad epoca più recente rispetto alla Sfinge, presumibilmente il periodo in cui regnò la XXVI dinastia (664-524 a. C.), e il testo che conteneva fu ritenuto poco attendibile.

Erodoto nella sua opera non fa alcun accenno alla Sfinge di Ghiza; la prima testimonianza esplicita dell’esistenza di questo grandioso (sebbene assai meno della piramidi) simulacro accanto ai monumenti simbolo dell’Egitto è quella di Plinio il Vecchio, il quale afferma nel libro XXXVII della “Naturalis Historia”, -dove tratta delle pietre-, che la grande testa affiorante dalla sabbia era ritenuta un’immagine di “Harmain”, -ovvero di Haremakhe, “Horus dell’orizzonte”-, che vi sarebbe stato anzi nascosto e che per questo il volto era dipinto di rosso, affermazione confermata dal fatto che tuttora permangono su di esso piccole tracce di colore.

Il lungo silenzio degli autori che descrissero le meraviglie dell’Egitto e la scarsità di notizie fino all’800, sono dovuti soprattutto al fatto che nel corso della sua storia millenaria la Sfinge, fin dalle epoche immediatamente successive alla sua edificazione, è stata per moltissimo tempo sepolta dalla sabbia; anzi si può dire che solo per brevi periodi potè essere visibile per intero, in seguito a lavori di dissabbiamento e di protezione, i cui effetti peraltro non duravano mai a lungo. Anche per tale ragione il mistero che circondava questo enigmatico monumento aumentò vieppiù.

Sfinge proveniente da Karnak e risalente al Nuovo regno, conservata al Museo Egizio di Torino.
Sfinge proveniente da Karnak e risalente al Nuovo regno, conservata al Museo Egizio di Torino.

Occorre precisare che la sfinge intesa come figura leonina con testa umana maschile, o più di rado femminile, è uno degli elementi artistici e decorativi più diffusi dell’antico Egitto, tale da rappresentare uno dei simboli più caratteristici di quella civiltà. Questa immagine voleva soprattutto incarnare la forza e la potenza del faraone, rappresentate dal “re degli animali”. Il volto umano ritraeva di solito il faraone regnante con la barba cerimoniale e con il copricapo detto “nemesh”, a fasce a colori alternati e due lembi ricadenti sul petto, sormontato dall’ureo (il serpente sacro), talora, specie dalla Bassa Epoca in poi -dal IX  sec. a.C.-  con la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, lo “Pschent”, -detta anche “Pa-sekhenty”-. In alcuni esempi la sfinge appare in piedi mentre abbatte con le zampe i nemici.

Il nome con cui erano chiamate queste figure era “muj”=leone, “zezep”=immagine ed “hewej”=percuotente”; poiché talvolta alla parola “immagine” è aggiunto l’aggettivo “vivente”, -espresso dall'”ankh”, la croce ansata posta sempre nella mano degli dei,- insieme al quale sonava sezsp-anèe, si è pensato di trovare in tale termine l’origine della parola greca “sfinge”; conclusione del tutto inaccettabile poiché la sfinge greca appare in un mito ellenico indipendente dalle tradizioni egizie, ed anche il suo nome non deriva dall’antico egizio, bensì dal radicale “sphig”, che esprime l’idea del legare, collegare, e pure rendere compatto, stringere e da cui derivano “sphingo, -ein” =lego, stringo, “sphincter” =sfintere (muscolo che stringe), nonché il latino “figo, -ere”=conficcare.

Altri ancora hanno ipotizzato derivi dall’egiziano “shespankh”, che significa sempre “immagine vivente” , espressione alla quale sarebbe sottinteso “del Signore dell’Universo” o “del dio Atum”, come si trova scritto per intero in alcuni testi egizi; etimologia questa senz’altro più plausibile, ma anch’essa inesatta. Infatti nei “Testi dei Sarcofagi” la Sfinge viene chiamata “Rjwty”, che significa “dio-leone”, ed è investita di una missione che amplia alquanto la riduttiva visione della sua natura come semplice ipostasi del potere del Faraone. Essa appare come il guardiano della parte settentrionale del mondo infero. Ma la Sfinge ha pure un altro nome e un’altra funzione: essa è Har-em-akhe (“Horus è all’orizzonte”), ovvero Heru-Khuti (“Horus dei due orizzonti”), con allusione rispettivamente al Sole nascente ed al Sole che percorre durente il giorno le vie del cielo. Il nome Heru-Khuti  è detto anche, con trascrizione greca, Harmachis: sotto questo aspetto sono riunite le tre forme principali del dio Sole: Khepri, il Sole nascente; Ra, il Sole del mezzodì; e Atum, il Sole al tramonto.

La Sfinge è dunque una rappresentazione del Sole nei suoi due aspetti: notturno e mortale (Rjwty), diurno e vitale (Harmachis). Nella lapide citata in precedenza (la Stele del Sogno) troviamo enunciata la stretta relazione tra i due aspetti, quello regale e quello solare, dello strano essere; si evince così che la personificazione del potere e della forza del faraone nella Sfinge non ha carattere riduttivo, non abbassa la creatura divina ad allegoria dell’uomo, ma al contrario eleva l’uomo al piano divino.

Oltre alle sfingi con testa umana si riscontrano spesso sfingi criocèfale (ovvero con testa d’ariete), e talora anche ieracocefale (con testa di falco); le prime sono figurazioni del dio Ammone, il dio criocefalo che, identificato con il dio solare Ra (Amon-Ra), fu la divinità più importante nel periodo tebano e si incontrano spesso davanti all’acceso dei templi: famose sono le sfingi di questo tipo che affiancano il lungo viale che conduce ai propilei del grande tempio di Ammone a Karnak (l’antica Tebe).

Dobbiamo inoltre ricordare che esiste anche una variante della Sfinge, chiamata “Aker”, che è uno strano essere con due teste di leone alle estremità di un unico corpo leonino. (ma che talvolta appare come una sfinge bicefala): questa creatura è il mitico guardiano delle due porte, orientale e occidentale, del mondo ipogeo attraversato  dal Sole nel suo percorso notturno: quella da cui l’astro vivificatore esce dal suo periglioso percorso sotterraneo per illuminare il mondo e quella onde rientra nelle regioni tenebrose, per sfidare le energie cosmiche distruttive, in un eterno percorso dialettico di sparizione e di rinascita.

Immagine di Aker.
Immagine di Aker.

In altre versioni, questo essere viene raffigurato talvolta con due leoni, o due leopardi, rivolti in opposte direzioni, ai quali vengono attribuiti i nomi di “Sef” (ieri) e “Tuau” (domani). Nel “Libro elle Caverne” troviamo scritto che all’interno del corpo di Aker giacciono le spoglie di Osiride, il che potrebbe far pensare che fosse un “inghiottitore” del Sole. Ad un antico simbolismo cosmico rimanda anche un accenno contenuto in una iscrizione nella piramide di Saqqarah in cui si descrivono i cataclismi che seguiranno alla morte e ascesa in cielo del faraone Unas: il firmamento si scioglierà in pioggia, le stelle tremeranno e anche le ossa di Aker si scoteranno.

Come abbiamo detto poc’anzi, le sfingi egiziane hanno di norma aspetto maschile, e riproducono spesso nel volto i tratti del faraone regnante; ma non mancano esempi di sfingi dal viso e dai tratti femminili, che ritraggono regine e dee, specie Iside e Astarte, dea di origine semitica, che, come abbiano visto nella trattazione sugli Hyksos, godette di particolare venerazione da parte di questi ultimi.

Le statue delle sfingi a tutto tondo sono sempre rappresentate accovacciate e con lo sguardo rivolto in avanti; ma già fin dall’Antico Regno la sfinge appare eretta sulle zampe che calpesta sotto i suoi artigli i nemici vinti dal faraone. Dal Nuovo Regno la sfinge, come si è detto sopra, può assumere anche aspetto femminile: un rilievo rappresenta Tiy, consorte di Amenophis III, nell’aspetto di sfinge che abbatte gli Asiatici; le sfingi della donna-faraone Hatshepsut mostrano sul capo una elaborata acconciatura hathorica. Ma in generale la sfinge femminile in Egitto è un’eccezione, e alla sua funzione di emblema del faraone, aggiunge un significato religioso di divinità solare, assimilabile a Ra. In ambiente tebano si lega al culto di Amon-Ra, assumendo testa d’ariete (animale di Amon); altrove testa di falco (animale di Horus e di Harkhte); dalla commistione con il falco, la sfinge deriva anche le ali. Dall’uso di porla davanti agli edifici, a custodia delle porte, data la sua funzione di “guardiano dell’orizzonte”, deriva l’impiego di amuleti a forma di sfinge a scopo apotropaico (cioè per stornare influssi malefici).

La Sfinge di Nimrud.
La Sfinge di Nimrud.

Anche le sfingi femminili talora sono alate, e l’attributo delle ali è pressoché costante nei numerosi esemplari di sfingi, che si ritrovano, più che altro a scopo decorativo, o comunque di espressione artistica, e non con intenti cultuali o simbolici, in tutta l’area siro-palestinese e mesopotamica. In genere queste raffigurazioni, prodotte con vari materiali (soprattutto terracotta, osso, avorio), e dalle dimensioni medie o piccole, mostrano caratteri stilistici propri di quelle aree, mentre quelli iconografici risentono fortemente di quelli egizi, in particolare nei copricapi (il “nemesh” o lo “pschent”, talora entrambi). Un esempio interessante e significativo di questo tipo di manufatti è la “Sfinge alata di Nimrud” rivenuta nella città assira di Nimrud ed attualmente conservata al Museo nazionale di Baghdad. Questo pannello d’avorio intagliato a giorno, alto cm 18,5, risale all’VIII sec. a C. e mostra la sfinge con il corpo di profilo, com’è nella tradizione egiziana, ma con la testa frontale che guarda verso l’osservatore, il “nemesh” e la corona “atef” sul capo e un collare ornato con fiori di papiro. Si ritiene che potesse essere parte dello schienale di un sedile o di un trono; la fattura e lo stile inducono ad attribuire l’opera all’area fenicia o della Siria settentrionale.

Infatti dall’Egitto la figura della sfinge si diffonde in tutta l’area intorno al Mar Mediterraneo orientale. In Grecia appare già nel mondo minoico e miceneo, sempre in forma femminile ed alata, il che dimostra che essa è qui giunta per il tramite fenicio e siriaco, dove erano stati sviluppati elementi che in Egitto erano eccezionali. Peraltro ci sarebbe da chiedersi se alla diffusione di questo modulo iconografico nell’area asiatica non abbiano in qualche misura influito le figure comuni nel mondo mesopotamico dei “lamassu”, i tori o leoni alati e androcefali, o dei Cherubini ebraici, a loro volta derivati da questi ultimi.

In Grecia tuttavia la Sfinge non è mai accovacciata, ma sempre seduta sulle zampe posteriori, ed eretta sulle due anteriori, spesso appollaiata sul capitello di una colonna, come si osserva nelle figurazioni in cui appare insieme ad Edipo, protagonista con lei di un celebre mito. Ma quale connessione esiste, sul piano mitologico e simbolico, tra la Sfinge greca (che come abbiamo detto sopra, è l’unica alla quale si riferisca in senso stretto il nome “Sfinge”) e la Sfinge egizia? A prima vista nessuna; ma da un esame più approfondito si rivelano delle analogie nel significato simbolico, oltre che nell’aspetto, che cercheremo di illustrare.

CONTINUA NELLA SECONDA PARTE

1) il nome “Sfinge” con il quale questo celeberrimo monumento dell’antichità egizia è stato tramandato alla storia, è in realtà improprio, poiché fa riferimento alla Sfinge della mitologia greca, con la quale non ha nulla in comune. Cercheremo poi di esaminare in profondità sia l’origine di tale nome, sia i possibili legami tra Sfinge ellenica e Sfinge egizia.

2) che regnò dal 1401 al 1390 a. C.

3) almeno osiamo sperare che sia definitivo, perché la grave crisi politica e sociale che sta vivendo attualmente l’Egitto potrebbe avere ripercussioni negative anche sulla gestione dell’immenso patrimonio archeologico e artistico di quel meraviglioso paese.

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