"Spesso il male di vivere ho incontrato…"; "La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo"; "Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum"; "Sapientia sola libertas"

I PIU’ ANTICHI CODICI MINIATI (terza parte)

Per le scritture a incisione o graffito, nelle tavolette cerate, si usava uno strumento apposito, chiamato “stilus” o “graphium” (in greco “stylos”, “gràpheion” o “graphìs”) (1), di cui rimangono numerosi esempi affiorati negli scavi. Tale strumento era di solito fatto di ferro, d’argento o d’avorio, in forma di bstoncino che terminava da un parte a punta e dall’altra a paletta, in modo che serviva tanto per scrivere, con la parte appuntita, quanto per cancellare, con la paletta. Esso veniva di solito conservato nello “stilarium” o “graphiarium”.

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Tavolette, “calamarium” e “volumen” di papiro su un antica pittura.

Per le scritture a inchiostro si adoperava invece il “calamus” (greco “kalamos”), una cannuccia sottile tagliata e appuntita a guisa di pennino; le testimonianze e i ritrovamenti archeologici ci hanno offerto pure qualche raro esemplare di penne metalliche di bronzo o d’argento, tuttavia la loro rarità induce a supporre che esse non funzionassero molto bene.

I calami migliori provenivano dall’Egitto o da Cnido, -isola greca delle Cicladi, nel mar Egeo-. Quando il calamo si spuntava, veniva temperato con un coltellino, lo “scalprum”. Chi non aveva la pazienza di compiere questa operazione, lo cambiava con uno nuovo; ma di solito nello scrivere si tenevano a portata di mano diversi calami (riuniti in “fasces calamorum”). Al calamo si sostituì poi la penna di volatile, soprattutto d’oca, anch’essa appuntita e con l’estremità tagliata in due, che si diffuse dal sec. IV; da allora i termini di “calamus” e “penna” si confondono e si scambiano, tanto che non possiamo stabilire quando l’uso del càlamo sia stato abbandonato (2). I calami e le penne erano conservate in una “theca libraria”, detta pure “calamarium” (greco “kalamarion”), nel quale era posto non di rado anche il recipiente per l’inchiostro, l'”atramentarium” (così che il termine “calamarium” passò poi a indicare pure quest’ultimo, da cui l’italiano “calamaio”); spesso si usava  a questo scopo un corno di ariete, onde il detto: “Arma et gladius sunt militis instrumenta,…penna et cornu scriptoris”.

La forma e l’uso dei vari strumenti impiegati nella scrittura e la postura dell’autore nel mentre eseguiva la sua opera sono talvolta raffigurati in miniature che rappresentano lo scrittore o il copista nell’atto di stendere il testo.

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Raffigurazione di Virgilio nel “Virgilio Romano”. Alla sua destra la “capsa” per i rotoli di papiro e di pergamena, alla sinistra lo “scriptorium”.

La scrivania sulla quale egli scrive , lo “scriptorium”, è costituita da un piano di legno lievemente obliquo sostenuto da un piedistallo, oppure da una tavola tenuta sulle ginocchia; su di esso sta il “calamarium”; lo scrittore ha nella destra la penna e con la sinistra tiene fermo il foglio sul quale appare uno strumento a lama che serviva come raschietto per le eventuali correzioni e come temperino per appuntire il calamo o la penna, chiamato “scalpellum”, “cultellus scripturalis” o “temperatorium” (3). Per  vergare le grandi iniziali, le miniature e alcune scritture in oro ci si avvaleva anche del pennello.

Per completare la descrizione del corredo dello scrittore, occorre ricordare il compasso (“punctorium”) per tracciare i forellini che segnavano la distanza tra le righe, la riga (“regula” o “norma”) e il punteruolo di ferro o di legno (“ligniculum”) che si utilizzava per incidere le linee a secco.

L’inchiostro normalmente in uso nella scrittura è sempre stato nero (salvo diverse gradazioni di colore dovute alla sua varia composizione e ad eventuali alterazioni chimiche nel tempo), onde il nome latino “atramentum”; in età più tarda fu anche chiamato, con termine greco “encaustum” o “incaustum” (dal quale derivò l’italiano “inchiostro”), perché era preparato al fuoco (dal verbo greco “en-kaio, -ein”=ardere, riscaldare) (4).

"Calamarium" al centro e due ""atramentaria" ai lati,
“Calamarium” al centro e due “”atramentaria” ai lati,

Esso si otteneva mescolando ingredienti di vario genere, dalla fuliggine al nero di seppia. Nei tempi più antichi si preparava solo con sostanze vegetali, da cui il nome di “tincta” entrato in alcune lingue moderne; ma sembra che i Romani conoscessero e usassero anche inchiostri ottenuti con sali metallici. Peraltro nella composizione entravano sempre anche delle resine e delle sostanze gommose. Si formava un impasto semisolido che, diluito di volta in volta in modo da ricavare un liquido avente la densità desiderata, dava l’inchiostro da usare nella scrittura. Era essenziale non diluire troppo l’impasto, altrimenti avrebbe avuto un colore troppo sbiadito e avrebbe gocciolato dal calamo.

Esperimenti fatti sui papiri rinvenuti a Ercolano hanno dimostrato che l’inchiostro usato per essi era a base di nerofumo, non resistente al lavaggio ed inerte all’azione dei reagenti chimici; però già qualche esempio di scrittura su pergamena del sec. III e palinsesti con scritture abrase dei secoli IV-V presentano inchiostri che reagiscono al solfuro di ammonio e divengono più sensibili se esposti ai raggi ultravioletti, rivelando così il loro contenuto metallico. Nelle ricette del M.E. troviamo che gli ingredienti principali degli inchiostri erano il vetriolo (solfato di ferro) e la noce di galla disciolti in vino, aceto o birra, con l’aggiunta di gomma arabica.

La resistenza dell’inchiostro variava secondo la qualità: sembra che gli antichi, oltre ad inchiostri cancellabili con relativa facilità, avessero pure inchiostri tenacissimi e di durata indefinita, come dimostrano i papiri egiziani e i papiri ercolanesi. I primi, rimasti per lunghi secoli sotto le sabbie del deserto, e riportati alla luce nel corso dell’800 e del 900, presentano lettere di una visibilità perfetta.

I rotoli di papiro rinvenuti negli scavi di Ercolano (5) ricoperti da uno strato di cenere umida dopo l’eruzione del Vesuvio nel 79  una volta tornati a rivedere la luce, a cause delle condizioni nelle qual si erano trovati per tanto tempo, avevano assunto aspetto e consistenza di vero e  proprio carbone. Riuscire a svolgere quei rotoli è un’operazione delicata e difficile, perché il papiro ha perso l’elasticità e quando si tenti di srotolarlo non oppone resistenza e si polverizza. Tuttavia tanta è la bontà dell’inchiostro che le pagine recuperate si leggono senza difficoltà: sul nero lucido del fondo si distingue alla perfezione il nero opaco delle lettere.

Ma esistevano anche inchiostri pochissimo aderenti al papiro o alla pergamena, tanto che nella maggior parte dei casi bastava passare una spugna bagnata sulla superficie scritta per togliere ogni traccia di inchiostro.

Talvolta per eccesso di contenuto metallico o di acidità l’inchiostro ha corroso la pergamena o la carta fino a perforarla; tale fenomeno si osserva in particolare in alcuni manoscritti membranacei dei secoli V e VI (ad es. il “Virgilio Romano”, citato nella nota 3) e nelle scritture su carta dei secoli XVI e XVII. Quanto alla gradazione di colore, si può dire che fino all’inizio del M.E. l’inchiostro è di solito molto scuro; nel periodo carolingio appare spesso scialbo, bruno o rossastro; ridiviene nero nei sec. XII e XIII, ma nei secoli seguenti tende di nuovo al bruno o al grigio.

L’inchiostro rosso, ottenuto col minio (da cui il verbo “miniare”), era impiegato solo nei titoli, nelle iniziali e talvolta nelle prime linee a scopo ornamentale, ovvero per distinguere le varie parti di un testo: da tale uso deriva il termine “rubrica” (dal latino “ruber” = rosso vivo) e il verbo “rubricare”. Nei codici di lusso, e specialmente in quelli purpurei, si ebbe pure la scrittura in oro o in argento. L’uso di altri colori nella scrittura fu del tutto eccezionale.

E’ attestato (6) che talora per le corrispondenze clandestine ci si serviva di linquidi invisibili (simili dunque all'”inchiostro simpatico”), che non rivelavano il testo con essi stilato se non mediante speciali procedimenti. Un sistema di “scrittura invisibile” consisteva nel servirsi di latte fresco: chi riceveva lo scritto lo cospargeva di polvere di carbone e le lettere diventavano nere (7).

E veniamo infine a dare qualche informazione sulle scritture usate negli antichi codici.

Dobbiamo premettere che le scritture greche e latine si distinguono in MAIUSCOLE e MINUSCOLE: la differenza tra le due consiste nel fatto che nelle maiuscole le lettere sono tutte della medesima altezza ed occupano uno spazio compreso tra due linee parallele (sistema bilineare); le minuscole invece hanno diversa altezza e sono comprese tra 4 linee parallele: il corpo delle lettere si colloca nella fascia centrale, mentre le aste verticali ed eventuali altri elementi (occhielli, svolazzi non meramente decorativi) si espandono nella fascia superiore e inferiore. Le forme più antiche delle lettere degli alfabeti greco e latino (così come di quello fenicio dal quale derivano) erano solo maiuscole; le lettere minuscole sono apparse in epoca più recente (IV secolo per il latino e V-VI secolo per il greco).

Un’altra importante distinzione per classificare i tipi di scrittura riguarda il “ductus”, ovvero il movimento grafico compiuto dallo scrivente. In base ad essa possiamo distinguere scritture CORSIVE, nelle quali la penna o il calamo si staccano il meno possibile dal foglio, la scrittura risulta quindi scorrevole e le lettere sono collegate tra loro da numerosi legamenti, poiché la mano, come dice la parola stessa, “corre” e il gesto grafico è continuo; abbiamo invece scritture POSATE allorché le lettere sono disegnate e composte con accurata diligenza, normalmente staccate le une dalle altre.

Infine assai rilevante è la contrapposizione tra scritture LIBRARIE (e lapidarie) e scritture DOCUMENTARIE. Le prime, essendo utilizzate per la redazioni di libri, testi letterari, filosofici, scientifici e giuridici, documenti importanti, ecc. ovvero per iscrizioni su lapidi o altri elementi architettonici, hanno forme eleganti e regolari (sono sempre posate, secondo la classificazione precedente); nelle seconde, usate per scritti di carattere occasionale, o comunque non destinati a durare a lungo e ad essere tramandati (come lettere, appunti, esercizi scolastici, ecc.), l’esecuzione delle lettere è meno accurata e più sciatta. Naturalmente queste classificazioni non si devono prendere troppo alla lettera, poichè esistevano spesso forme intermedie.

Anche la materia scrittoria contribuiva alla scelta e alla riuscita del tipo di scrittura: ad esempio nelle incisioni con il “graphium” sulle tavolette cerate era assai difficile ottenere forme regolari e si tendeva a semplificare molto i tratti, per cui la scrittura, pur non essendo corsiva in senso stretto, non era mai posata o libraria e aveva spesso un aspetto stentato (tanto che i testi su tavolette risultano comprensibili con molta difficoltà per i non esperti).

Le scritture di uso librario che interessano la nostra trattazione sono essenzialmente la CAPITALE e l’ONCIALE latina per i codici latini; l’ONCIALE greca per i codici ellenici.

In anni recenti alcuni studiosi, e in particolare Guglielmo Cavallo, il più insigne paleografo italiano vivente, hanno preferito designare l’onciale greca con il nome di “maiuscola”, per evitare confusione e ambiguità con l’omonima scrittura latina. Sull’origine e il significato autentico di questo termine, attestato per la prima volta in un testo di S, Girolamo nel IV sec. (8) e poi invalso nell’uso paleografico ad opera dei padri Maurini nel XVII sec., le opinioni sono discordi. Taluni hanno voluto interpretare il passo di S. Girolamo sostituendo “uncialibus” con “inicialibus” o “uncinalibus”, ma queste lezioni non sono testimoniate dalla tradizione manoscritta; altri l’hanno fatto derivare da “uncia” o “uncinus”, ma senza addurre alcuna valida ragione per suffragare la loro ipotesi.

Confronto tra lettere greche: nella prima colonna le lettere come appaiono incise nella "stele di Rosetta" (196 a.C.), nelle altre le forme presenti in diversi codici in onciale.
Confronto tra lettere greche: nella prima colonna le lettere come appaiono incise nella “stele di Rosetta” (196 a.C.), nelle altre le forme presenti in diversi codici in onciale.

In generale si può osservare che le lettere vergate con tale scrittura hanno forma arrotondata e regolare (e in questo senso si differenzia alquanto dalle forme epigrafiche antiche); caratteristici sono il sigma “lunato” (cioè scritto come una C dell’alfabeto latino), l’epsilon parimenti “lunato” e l’omega avente la forma che per noi è propria del greco minuscolo, come una specie di doppia “u” (forma che deriva in effetti da questa scrittura).

La prima testimonianza di scrittura onciale greca si ha nel II sec., con la cosiddetta “onciale romana”, -che  G. Cavallo chiama “maiuscola rotonda”-: essa appare caratterizzata da tracciato regolare e calligrafico e da numerosi trattini ornamentali. Esempio tipico di onciale romana è il “papiro di Hawara” che riporta brani dell’Iliade, risalente al II secolo e trovato nell’Oasi del Fayyum in Egitto.

Nel III secolo appare la cosiddetta “onciale biblica” o “maiuscola biblica”; in effetti i primi manoscritti nei quali è attestato questo stile di scrittura non sono testi biblici, ma è invalso l’uso di questa denominazione perché essa è tipica dei grandi codici della Bibbia, quali il Vaticano e il Sinaitico, databili al 350 circa. L’onciale o maiuscola biblica è la forma propria del periodo di massimo splendore di tale scrittura: le lettere sono sempre armoniose ed eleganti, in genere inscrivibili in un quadrato, con tratti sobri e prive di filetti e apici ornamentali superflui.

Una pagina del famoso codice purpureo di Rossano.
Una pagina del famoso codice purpureo di Rossano.

Tale scrittura domina incontrastata fino al VII secolo; in essa sono stati composti il Dioscoride di Vienna, che abbiamo già preso in esame, il Dioscoride di Napoli e l’Iliade Ambrosiana. Dal V sec. in poi si notano differenziazioni stilistiche nelle varie aree di cultura greca in cui fu impiegata.

Abbiamo poi l’onciale copta, – chiamata maiuscola alessandrina da G. Cavallo-, diffusa come dice il nome stesso soprattutto in Egitto tra il V e l’XI secolo. E’ caratterizzata da tendenza alla verticalità, tratti verticali che formano occhielli, tratti orizzontali ed obliqui allungati, noduli ornamentali (9).

Infine ricordiamo l’onciale (o maiuscola) ogivale, in uso dal VII all’XI secolo che segna la decadenza di questa scrittura, che si suddivide a sua volta in onciale ogivale inclinata, diritta e liturgica.

Per quanto riguarda le scritture latine dobbiamo ricordare in primo luogo la scrittura CAPITALE, evolutasi dalla più antica capitale primitiva o arcaica, propria delle più antiche iscrizioni latine. Essa fino al III secolo fu per eccellenza la scrittura libraria, propria anche delle iscrizioni, sebbene esistesse pure il tipo corsivo, di uso documentario. La capitale libraria dall’impiego più diffuso, -anzi esclusivo fino al III secolo-, fu la capitale detta RUSTICA (per quanto se ne abbiano esempi assai armoniosi e calligrafici), e le cui più antiche attestazioni sono alcuni frammenti papiracei rinvenuti a Ercolano, risalenti ad un’epoca tra il I sec. a.C. e il I d.C. e che corrisponde alla scrittura “actuaria” nelle iscrizioni. Nel III secolo entra nell’uso librario anche la capitale poi detta ELEGANTE, corrispondente alla scrittura “quadrata” propria delle epigrafi.

La distinzione tra i due tipi si fonda sulla differenza nel rapporto tra altezza e larghezza e delle lettere e nell’inclinazione dei tratti forti: nella capitale elegante le lettere larghe, quali O, P, M, si possono inscrivere esattamente in un quadrato, per cui la scrittura assume un aspetto di armonica proporzione; nella capitale rustica invece quelle medesime lettere appaiono più strette e serrate.

Esempio di capitale rustica in una scritta di propaganda elettorale pompeiana del I secolo.
Esempio di capitale rustica in una scritta di propaganda elettorale pompeiana del I secolo.

Inoltre nella “capitale elegante” i tratti tondeggianti sono tracciati secondo un perfetto asse verticale, mentre nella rustica si mostrano inclinati verso sinistra..

Tuttavia un rigoroso parallelismo tra scritture librarie e scritture epigrafiche è improprio, poiché mentre la “quadrata” è la scrittura normale dei “tituli” (cioè per le iscrizioni importanti), fin dall’età repubblicana, e raggiunse la sua forma più perfetta nell’età augustea, la capitale elegante compare solo in pochi manoscritti non anteriori al IV sec (quasi tutti di opere di Virgilio); essa non è un genere di scrittura che si possa paragonare per importanza alla forma epigrafica cui corrisponde, ma piuttosto un tipo raro e calligrafico, ispirato alle iscrizioni monumentali, determinato dalle innovazioni scrittorie che nel IV secolo costituiscono un fenomeno generale del mondo greco-romano. In quel periodo infatti nei manoscritti solenni si affermò anche la scrittura onciale e, nel campo delle iscrizioni, si tornò a incidere caratteri che gareggiano in bellezza e regolarità di proporzioni con quelli dell’età classica. La scrittura capitale, sia rustica sia elegante, mantenne comunque un carattere più tradizionale rispetto all’onciale, che divenne ben presto prevalente, in particolare  per i testi biblici e per gli autori cristiani. Cessò di essere usata tra il VI e il VII secolo, rimanendo però talvolta, con forme più o meno stilizzate, nei titoli o anche in pagine intere, ma sempre con intenti decorativi.

L’altra importante scrittura libraria latina antica è l’ONCIALE, ovvero la maiuscola dalle forme rotonde che fu impiegata del secolo IV al IX. Sulla possibile, e incerta, etimologia del termine “onciale”, riferito ad un carattere grafico, abbiamo già accennato a proposito dell’onciale greca (che peraltro, come abbiamo detto, attualmente si preferisce chiamare “maiuscola” -sebbene, a mio giudizio, tale denominazione soffra di una certa genericità-). Nel passato molti studiosi considerarono la nascita dell’onciale latina come influenzata direttamente dall’omonima scrittura greca. In particolare il filologo e paleografo tedesco Ludwig Traube la mise in relazione con le prime traduzioni in latino della Bibbia dal greco, e suppose che la prima versione latina (l'”Itala”) fosse stata scritta in onciale come l’originale greco; tanto più che, nonostante il nome, questa traduzione fu eseguita nell’Africa Proconsolare, da dove provengono le due più antiche iscrizioni latine in onciale, risalenti al III secolo.

Altri hanno ritenuto l’onciale un compromesso tra la capitale libraria e la corsiva; altri ancora una semplice modificazione della capitale con forme rotonde. Tuttavia si deve rilevare che alcune lettere caratteristiche di tale scrittura compaiono prima dell’onciale vera e propria: in particolare di forme rotonde di A, D, E, M  -che sono le lettere tipiche che consentono di classificare a colpo d’occhio uno scritto in questa categoria- si hanno esempi già dai secoli I e II.

Secondo Luigi Schiaparelli (10), la nascita della scrittura onciale non fu il prodotto di una lenta evoluzione, e neppure di una innovazione dovuta all’opera di una scuola calligrafica, ma il risultato di un evento storico e di un clima culturale: alla fine del III secolo, regnante Diocleziano, si ebbe la massima espansione della cultura latina nell’Impero Romano, che si estese anche in regioni dove prima si aveva soltanto cultura ellenica. I più stretti rapporti tra le due civiltà avrebbero propiziato lo sviluppo di un alfabeto latino che, svolgendosi da forme preesistenti, somigliò nell’aspetto all’alfabeto onciale greco: l’onciale latina sarebbe dunque una manifestazione della nuova cultura romana non più strettamente latina, ma universale.

Altri studiosi (e in particolare J. Mallon), osservando la posizione dei tratti grossi e di quelli sottili nelle singole lettere, hanno ipotizzato che la scrittura latina fosse sempre tracciata tenendo il foglio diritto davanti allo scrivente, -così che i tratti più spessi risultavano inclinati-: in tali condizioni la scrittura capitale “rustica” sarebbe stata l’unica forma possibile di capitale libraria. La capitale “elegante”, come pure l’onciale, fu invece eseguita tenendo il foglio inclinato, e in tal modo si potevano vergare i tratti grossi in direzione normale rispetto alla linea di base. Queste osservazioni sono di notevole importanza per spiegare la natura delle innovazioni scrittorie iniziatesi nel sec. IV e per stabilire un termine cronologico nella trasformazione dei caratteri; si deve notare peraltro che anche dopo tali innovazioni si continuò a scrivere anche nell’antica maniera.

CONTINUA NELLA QUARTA PARTE

1) si tenga presente che il verbo greco “grapho, graphein” significava in origine “incidere, graffiare”.

2) Isidoro di Siviglia afferma -in Etymologiae, VI, 14-: “Instrumenta scribae calamus et penna. Ex his enim verba paginis infinguntur; sed calamus arboris est, pinna avis, cuius acumen in dyade dividitur, in toto corpore unitate servata” (“Gli strumenti dello scriba sono il calamo e la penna. Con essi si stendono le parole sulle pagine; ma il calamo viene da una pianta, la penna da un uccello, la cui estremità si divide in due parti, mantenendo però l’unità dell’oggetto”).

3) un esempio assai significativo di questo tipo di rappresentazione lo abbiamo in una miniatura del codice detto “Virgilio Romano”, che si ritiene in genere risalente alla fine del IV o inizio del V secolo (e del quale tratteremo in modo specifico), in cui il poeta appare mentre compone i suoi versi.

4) “encauston” era anche chiamata una tecnica pittorica in uso nell’antichità greco-romana nella quale i colori erano mescolati con la cera a caldo ed applicati sulle superfici da dipingere fissandoli, sempre a caldo, con uno strumento detto “cauterio”.

5) che si ritiene appartenessero alla biblioteca di Filodemo di Gàdara, filosofo epicureo, che fu maestro di filosofia di Virgilio -vedi articolo su “Orfeo e Virgilio”- e possedeva una villa a Ercolano

6) vedi ad es. Plinio il Vecchio, (Nat. Hist. XXVI, 62).

7) si veda Ovidio, Ars amatoria, III, 627- 628.

8) prologo al “libro di Giobbe” nella sua traduzione della Bibbia (“habeant qui volunt veteres libros, vel in membranis purpureis auro argentoque descriptos, vel uncialibus, ut vulgo aiunt, litteris”).

9) ricordiamo che è derivato dall’alfabeto greco nella forma onciale anche l’alfabeto copto, usato per scrivere la forma più recente assunta dalla lingua egizia antica dal III-IV sec. in poi (con diverse varianti dialettali). Già nei primi secoli della nostra era si cominciò a utilizzare le lettere greche per tale lingua, aggiungendo ad esse sette segni dell’alfabeto demotico (che nell’ordine sono posti dopo l’omega), più un segno, il “su”, che deriva dallo stigma greco, -il segno impiegato dall’età classica in poi per indicare la cifra 6-, che ha lo stesso significato che in greco, per un totale di 32 segni. Poi questo alfabeto si perfezionò e si ebbe una copiosa letteratura, specialmente dal IV sec. in avanti. Dopo la conquista araba il copto -sia la lingua sia l’alfabeto- declinò lentamente e dal XIII secolo in pratica fu impiegato solo come lingua liturgica della Chiesa Copta. Ricordiamo anche che la scrittura geroglifica, i cui ultimi esempi risalgono al IV sec. della nostra era, fu una scrittura eminentemente epigrafica: i geroglifici venivano dipinti o incisi su pareti, obelischi o altri supporti architettonici, ed anche su sarcofagi e amuleti, ma molto di rado disegnati su papiri; le scritture normalmente usate per scrivere su papiro erano la “ieratica” (=sacerdotale), una forma di geroglifico corsivo e stilizzato, e la “demotica” (=popolare), ancora più stilizzata e con legamenti, che si affermò sempre più e prevalse nettamente nella Bassa Epoca (dal IX sec. a. C. in poi) e nell’età tolemaica e romana. Sullo spinoso problema della possibile derivazione dei segni alfabetici fenici dai sistemi scritturali egizi ora non ci soffermiamo

10) Luigi Schiaparelli (1871-1934), storico e paleografo italiano, noto soprattutto pr aver scoperto nel 1924 in un codice della Biblioteca Capitolare di Verona il famoso “Indovinello Veronese”. Tale breve testo, che allude all’azione dello scrivere, fu composto tra la fine dell’VIII e i primi del IX sec. a margine di un foglio di un codice membranaceo più antico. E’ considerato la prima testimonianza del nascente volgare italiano. L. Schiaparelli non è da confondere con Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910), astronomo; ed Ernesto Schiaparelli (1856-1928), egittologo, entrambi celebri studiosi.

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