GARIBALDI SCRITTORE (quinta parte)

Per quanto riguarda la bruna Marzia invece le supposizioni sono più incerte ed è probabile che in essa si confondano diverse figure di ammiratrici di Garibaldi che parteciparono in qualche  modo alle sue imprese o lo conobbero comunque da vicino.

Tra di esse si possono annoverare la nobildonna Luisa Bolognini Attendolo (1840-1931), che aveva sposato il pavese Biagio Perduca e trasferitasi pertanto a Pavia divenne amica di Adelaide Bono Cairoli (1806-1871), madre dei cinque celebri fratelli patrioti, dei quali quattro caddero in battaglia proprio nel corso spedizioni garibaldine (1); allorché il marito si arruolò volontario nelle file garibaldine, volle seguirlo, impegnandosi con alacre fervore nell’assistenza sanitaria dei feriti; dovette poi affrontare la lunga malattia contratta dal marito durante la battaglia di Calatafimi e a causa della quale questi spirò nel 1875.

Un’altra possibile candidata ad ispiratrice delle gesta delle due fanciulle descritte in “I Mille” è la senese Rosa Strozzi, sposa del capitano Vincenzo Santini. Ella prese parte nel 1849 ai combattimenti in difesa della Repubblica Romana insieme al marito e, dopo la morte fi questi, continuò a pugnare con i valorosi che cercavano con straordinario ardimento di salvare la gloriosa repubblica dall’assalto delle armi francesi. In seguito ella avrebbe seguito Garibaldi anche Bezzecca e a Mentana. Ritiratasi poi a vita privata, si dedicò ad opere di beneficenza e morì a Roma nel 1888.

Ma la figura più curiosa e affascinante tra le molte che entrarono nella vita tumultuosa del grande patriota italiano e presero parte alle sue gesta è quella della contessa Maria Luisa Canera di Salasco (1831-1919), figlia del generale Carlo, rimasto nella storia perché con il suo nome è stato tramandato l’armistizio del 9 agosto 1848 (detto appunto “armistizio Salasco”) con il quale ebbe termine, -in maniera infausta per la costruzione dell’unità nazionale (della quale però in quell’occasione fu posto l’inizio concreto)-, la prima guerra di Indipendenza.

Costei è descritta dalle testimonianze dell’epoca come una donna che conduceva una vita avventurosa e anticonformista, -tra l’altro si dice che cavalcasse e tirasse di scherma meglio di tanti uomini-.quadro_48_max Sposata al conte Enrico Martini Giovio della Torre (il quale era vedovo di Deidamia Manara, sorella del famoso patriota Luciano, anch’egli garibaldino caduto nella difesa di Roma), dopo essersi da lui separata si era recata a Londra, dove frequentava i numerosi esuli italiani. Fu qui che conobbe Garibaldi di ritorno dall’America: questo incontro accese i sentimenti romantici e patriottici della irrequieta contessa, la quale prima si unì al corpo di infermiere fondato da Florence Nightingale durante la guerra di Crimea e in seguito raggiunse in Sicilia il suo eroe.

A Marsala Maria Luisa si aggirava armata di una lunga sciabola e vestita con una stravagante tenuta: una tunica ornata come la giubba delle “Guide Garibaldine” (il corpo di cavalleria), degli stivali neri e un ampio cappello piumato. Ma fu soprattutto a Milazzo che la focosa contessa ebbe modo ci mostrare il suo non comune ardimento, allorché le cannonate provenienti dalle navi nemiche sorpresero i garibaldini durante il pranzo. “Fu un panico, un fuggi fuggi generale! Ma la contessa, buttato via un piatto d’insalata che stava mangiando, irruppe d’un tratto a cavallo con la sciabola in pugno tra gli artiglieri fuggiaschi sotto la gragnuola della mitraglia e li ricondusse, gridando sui pezzi, puntando poi ella stessa un cannone”: così scrive il livornese Giuseppe Bandi (1834-1894), autore di una delle opere della letteratura memorialistica garibaldina considerate più valide e rinomate, intitolata “I Mille: da Genova a Capua”.

Nonostante le sue bizze e la fama che l’accompagnava di donna salottiera e talvolta infedele le avessero creato qualche difficoltà con i garibaldini, essa dimostrò sempre una dedizione assoluta al loro duce, che seguì ancora nelle campagne di Bezzecca e dei Vosgi, in Francia, nel 1870, dove, durante la guerra con la Prussia, Garibaldi accorse in difesa di quel paese, pur se governato da un imperatore, Napoleone III, che detestava e disprezzava cordialmente e al quale attribuiva molte responsabilità negli eventi che condizionarono in modo negativo gli sviluppi del Risorgimento italiano (in particolare l’abbattimento della Repubblica Romana e il ritiro dalla guerra contro l’Austria nel 1859 -ed in effetti, come abbiamo già detto in altra sede, l’intento del sovrano franco-gallico era di sostituire in Italia il predominio austriaco con quello francese, non certo favorire la nascita di un forte stato unitario, che sarebbe stato inevitabilmente un rivale della Francia nell’area mediterranea-).

Caduta in miseria, l’eccentrica nobildonna conoscerà anche la prigione per debiti a Parigi; uscita dal carcere, riparò a Londra accompagnata da un numeroso gruppo di animali (23 gatti, 40 capre, 2 cani e un asino) (2). Qui alcuni amici inglesi di Garibaldi le trovarono una modesta dimora; ma ormai Maria Luisa Martini cominciava a mostrare i primi segnali di squilibri psichici che la condurranno a vivere i suoi ultimi anni in una casa di cura a Mendrisio, dove si spense nel 1914.

Ma la figura che forse ispirò il personaggio di Marzia, soprattutto per quanto riguarda le persecuzioni e i soprusi subiti dalla chiesa, è quella di Enrichetta Caracciolo di Forino (1821-1901), patriota e scrittrice napoletana, che, dopo essere stata monacata a forza all’età di 20 anni, durante il “Te Deum” di ringraziamento celebrato nel Duomo di Napoli all’entrata trionfale di Garibaldi nella città, il 7 settembre 1860, depose sull’altare il velo monacale e narrò poi le sue tormentate vicende nel romanzo “Misteri del chiostro napoletano”, pubblicato a Firenze nel 1864.

Enrichetta Caracciolo di Forino.
Enrichetta Caracciolo di Forino.

Enrichetta era nata a Napoli da don Fabio Caracciolo dei principi di Forino -una delle più illustri famiglie aristocratiche napoletane-, maresciallo dell’esercito borbonico, e da Teresa Cutelli, gentildonna proveniente dalla piccola nobiltà palermitana. Era la quinta di sette figlie femmine; nella sua famiglia, come d’altro canto era abbastanza normale nei nobili casati, era invalso l’uso, -o per meglio dire il sopruso- (a similitudine di quanto avvenne per Virginia de Leyva, l’ispiratrice della manzoniana “Monaca di Monza”), di fare prendere il velo alle figlie femmine, tranne le primogenite. Peraltro nella generazione di Enrichetta questa prassi cominciò ad incrinarsi (poiché alcune sue sorelle si sposarono); ma a causa della morte del padre e del nuovo matrimonio della madre, ella fu costretta a prendere la via del chiostro.

La madre infatti, -che non si può dire abbia dimostrato per lei un grande affetto-, dopo aver deciso di rimaritarsi, la rinchiuse nel convento benedettino di S. Gregorio Armeno a Napoli, dove già si trovavano due zie paterne della fanciulla. Quindi partì alla volta di Reggio Calabria, per contrarre le seconde nozze, avendo promesso alla figlia che in seguito l’avrebbe condotta con sé nella nuova dimora. Ma così non avvenne ed Enrichetta, dovette rimanere in convento ed anzi pronunciare i voti nel 1841.

Sensibile, colta  amante degli studi, ammiratrice di Manzoni e Tommaseo, in quel luogo soffrì a causa della grettezze e della diffidenza di monache ignoranti, per lo più semianalfabete ( o del tutto analfabete), che le resero quanto mai penosa la vita in quell’ambiente, a lei così poco congeniale.

Nel convento a Enrichetta furono assegnate la mansioni di sagrestana, ufficio che la mise di frequente in contatto con diversi ecclesiastici, dai quali ricevette spesso oltraggiose proposte, e che vistisi respinti, si vendicavano contro di lei con accuse e calunnie.

Nel 1846, dopo l’elezione al soglio pontificio di Pio IX, i cui primi atti avevano diffuso la speranza che si sarebbe dissolta, almeno in parte la pesante cappa di oscurantismo e intolleranza imposta dalla gerarchia ecclesiastica, ella si rivolse al nuovo pontefice al fine di ottenere lo scioglimento dei voti, o quanto meno una dispensa per motivi di salute. Ma le sue istanze si infransero tutte contro l’ostinata opposizione dell’arcivescovo di Napoli, Sisto Riario Sforza (1810-1877), (che per questo ha probabilmente influenzato, se non ispirato, la figura di monsignor Corvo nel romanzo “I Mille”), il quale per tutta la vita le rivolse un’accanita persecuzione e denigrazione personale, negandole il nulla osta al proscioglimento dei voti, anche contro il parere del pontefice stesso. Quest’ostilità nei confronti di Enrichetta, si può spiegare nella dignità e nella sicurezza con la quale la giovane religiosa per forza seppe tenere testa alle lusinghe e alle minacce di quel porporato sciocco e presuntuoso (3).

Tuttavia ottenne che le fossero concessi alcuni brevi permessi di allontanarsi temporaneamente dal monastero per ragioni di salute e recarsi quindi con la madre alle terme; infatti quest’ultima si era nel frattempo separata dal secondo marito e pentita di essere stata la causa delle sciagure della figlia.

Veduta del chiostro del monastero di S. Gregorio Armeno a Napoli.
Veduta del chiostro del monastero di S. Gregorio Armeno a Napoli.

Nel 1848 mentre le monache pregavano “per lo sterminio dei malvagi” (ovvero dei liberali e dei patrioti), Enrichetta elevava “taciti voti all’Onnipossente per la caduta della tirannide e pel trionfo della nazione”. In quel periodo, approfittando del breve momento di libertà concesso dalla costituzione, -ben presto revocata dal Borbone-, leggeva a voce alta i giornali liberali alle sue consorelle, analfabete e inorridite di aver tra di loro una “nemica” della fede e della religione, e sonava al pianoforte brani di Rossini e altri autori profani. In seguito ebbe anche l’autorizzazione a traferirsi nel Conservatorio di S. Maria di Costantinopoli (4), pur avendo ella richiesto di ricongiungersi con sua madre.

Ma dopo il 15 maggio 1848 con lo scatenarsi della repressione borbonica, Enrichetta, che si trovava nel Conservatorio di S. Maria di Costantinopoli, diede alle fiamme tutte le sue memorie che potevano risultare compromettenti; la badessa le sequestra la maggior parte dei libri, tra i quali un saggio su Dante di Federico Ozanam, uno del Tommaseo sull’educazione, gli inni sacri del Manzoni, un carme alla libertà di Dionisio Solomos. Le furono inoltre proibiti la lettura degli scritti storici di Cesare Cantù, l’esecuzione al pianoforte di brani di Rossini, la facoltà di scrivere lettere e di tenere un diario. Il cardinale Riario Sforza, per parte sua, bramoso di vendetta, fece trattenere nel convento tutti i suoi beni dotali e l’eredità delle due zie monache (che non saranno più ritrovati).

Solo nel 1849, a causa delle sue precarie condizioni di salute, ottenne il permesso di uscire con la madre per recarsi ad effettuare cure idroterapiche. Ma l’anno dopo Riario Sforza tornò a perseguitarla, negandole altre licenze e privandola dell’assegno costituito dal frutto della sua dota monacale, così che per sostentarsi dovette fare affidamento sulla carità dei parenti. Enrichetta allora con l’aiuto della madre e si recò a Capua, sotto la protezione dell’arcivescovo Francesco Serra di Cassano. Ma purtroppo il suo protettore morì ben presto e così, nonostante l’aiuto di un altro ecclesiastico, il sacerdote Spaccapietra, che le aveva procurato la licenza di abitare con sua madre e la restituzione dei beni dotali, nel giugno 1851 fu arrestata per ordine di Riario Sforza, il quale, devotissimo alla dinastia borbonica, godeva di notevole influenza alla corte napoletana.

Rinchiusa nel ritiro di Mondragone, fu posta in una condizione di isolamento totale; disperata, Enrichetta giunse perfino a tentare il suicidio, rifiutando il cibo e ferendosi al petto con un pugnale.

Dopo la scomparsa della madre, -la quale, pur essendo stata la causa della sua forzata monacazione e quindi delle sue disgrazie, negli ultimi anni le aveva offerto tutto il suo aiuto per sfuggire alla prigionia-, Enrichetta progettò una nuova evasione, con la complicità di una zia: pensò di salpare alla volta dell’Inghilterra su una nave britannica ancorata nel porto di Napoli; ma poi le preoccupazioni sul suo onore che sarebbe stato messo fortemente a rischio dalla sua permanenza su un naviglio ove trovavansi solo uomini, la fecero desistere.caracciolo-chiostro-napoletano Tuttavia, grazie all’interessamento della medesima zia, la Congregazione dei Vescovi, in opposizione all’accanimento persecutorio dl perfido Riario Sforza, le consentì di uscire dal convento per effettuare le cure termali, prescrittele da un medico, a Castellammare di Stabia.

Negli anni successivi la giovane monaca mise in atto molteplici espedienti per non rientrare in convento. Tornata clandestinamente a Napoli, per non farsi arrestare giunse a cambiare abitazione per 18 volte in sei anni e 32 domestiche. Ma proprio in quel periodo si intensificarono e si rafforzarono i suoi legami con i cospiratori antiborbonici, nonostante i gravi pericoli ai quali si esponevano tutti coloro che osavano sfidare il governo e soprattutto il clero, ben più potente dello stesso re: nelle sue memorie Enrichetta cita alcune delle terribili torture in uso nelle carceri borboniche (5), tra le quali la “sedia ardente” e la “macchina angelica” (strumento con il quale si fratturava un arto dell’inquisito in esso introdotto stringendolo per mezzo di una vite).

“La mia storia finisce in questo giorno, che per l’Italia è giorno di nuova creazione”, scriverà a suggello del suo romanzo autobiografico: il 7 settembre 1860, rischiando di farsi schiacciare dalla folla, riesce a stringere la mano di Garibaldi giunto nel Duomo per assistere alla cerimonia di ringraziamento per la fuga del re e la fine del dominio di quella dinastia in cui si era concretata in misura elevatissima l’identità far trono e altare.

In quell’occasione, come si è detto, depose sull’altare il nero velo monacale che le era stato imposto per anni: “Toltomi il velo nero dal capo e ripostolo sur un altare, ne feci atto di restituzione alla Chiesa, che me l’aveva dato venti anni fa. Votum feci, gratiam accepi. Da quell’istante considerai strappato pur l’ultimo filo che mi vincolava allo stato monastico; e il nome di cittadina, che, dato a tutti non contiene comunemente alcuna distinzione, divenne per me il titolo più proprio, più bello ancora dell’antico civis romanus”: per Enrichetta Caracciolo, dunque, Garibaldi fu anche il “suo” personale liberatore.

Il definitivo abbandono della vita claustrale significò per Enrichetta, oltra a un aumentato impegno civile, il matrimonio: infatti dopo pochi mesi sposò con rito evangelico il patriota napoletano di origine tedesca Giovanni Greuther (6) e diventò una protagonista del movimento per l’emancipazione femminile a Napoli (7). Da quel momento si dedicò alla letteratura scrivendo, oltre alle sue memorie, che furono pubblicate nel 1864 dall’editore Barbera di Firenze, raccolte di poesie e drammi, spesso ispirati ai suoi ricordi personali del triste periodo del convento.

I “Misteri del chiostro napoletano” fu accolto con favore da scrittori quali Alessandro Manzoni e Luigi Settembrini ed ebbe grande successo, tanto che venne ristampato otto volte negli anni successivi e tradotto in numerose lingue.

Nonostante la notorietà e l’opera meritoria da lei svolta in campo sociale e civile, Enrichetta non ebbe alcun riconoscimento ufficiale dal governo italiano e morì quasi dimenticata all’alba del nuovo secolo.

Il suo romanzo autobiografico, che, come i romanzi di Garibaldi intreccia strettamente le vicende personali e private con gli eventi storici, è stato accostato alla ben più nota storia della “monaca di Monza”, ispirata a Manzoni dalla vita della nobildonna ispano-milanese Virginia de Leyva; ma, a parte la monacazione forzata e la rappresentazione -nel Manzoni in forme molto più blande e solo allusive- dell’ipocrisia regnante nei conventi, tra le due vicende non v’è quasi nulla di comune, le situazioni e la psicologia delle protagoniste sono profondamente diverse.

Maggiori analogie sono state riscontrate con “La religiosa” di Denis Diderot, -romanzo ispirato a una storia vera-; ed in effetti la figura di quest’ultima presenta delle affinità con quella di Enrichetta: entrambe in principio vengono messe in convento solo per educazione, ma sono poi costrette a prendere i voti a causa di disgraziate condizioni familiari; entrambe, pur prive di vocazione, non disonorano il loro stato religioso, per quanto fosse stato loro imposto, con comportamenti o azioni riprovevoli; entrambe devono combattere contro l’ipocrisia e la corruzione degli ecclesiastici, a costo di dover subire umiliazioni e discriminazioni, cercando di non farsene contaminare. Inoltre la denuncia della pesante oppressione esercitata dal clero, alleato e sostenitore della monarchia borbonica, anche con informazioni e descrizioni non direttamente legate alla vicenda personale dell’autrice, ne fa un libro di stampo illuminista e liberale.

D’altro canto l’opera presenta i caratteri e gli ingredienti tipici del “romanzo d’appendice”, che si incentrano sulle peripezie di giovani donne, vittime delle insidie di biechi oppressori, e si svolgono in luoghi tetri e soffocanti, quasi a rendere materialmente lo stato di costrizione e di angoscia che travaglia le protagoniste.

Possiamo peraltro osservare che in alcuni capitoli il romanzo assume un aspetto documentario: nel cap. VI, Enrichetta dà ampi ragguagli sulla storia, gli elementi architettonici e le opere d’arte del monastero ove fu rinchiusa (8) mentre nel capitolo VII, allegando molti interessanti dati statistici, illustra l’organizzazione ecclesiastica in Italia ed evidenzia la spropositata consistenza del numero degli ecclesiastici, sia secolari, sia regolari soprattutto negli stati pontifici e nelle regioni meridionali (9); in diverse altre parti descrive i molti tristi episodi di sopraffazione dei quali è stata testimone.

Tornando al Garibaldi scrittore, il tentativo descritto nel romanzo “I Mille” di convertire forzatamente al cristianesimo Marzia e suo padre è stato di certo ispirato all’autore da un fatto di cronaca che rese oltremodo evidenti il dispotismo e l’inciviltà che regnavano nei domini del romano pontefice, ovvero il “caso Mortara” (che è espressamente citato nell’opera al capitolo 35).

Edgardo Mortara era un fanciullo ebreo di sei anni, abitante con la famiglia a Bologna. La sera del 23 giugno 1858, -pochi mesi prima che scoppiasse la seconda Guerra di Indipendenza-  l’inquisitore della città lo sottrasse con la forza alla famiglia per rinchiuderlo in un istituto cattolico dove avrebbe dovuto esse educato nella “vera” religione. La ragione del rapimento era dovuta al fatto che il bambino era stato battezzato all’età di pochi mesi: mentre si trovava in gravi condizioni di salute una cameriera cattolica della famiglia, ritenendo che egli non sarebbe sopravvissuto, pensò bene di amministrargli il battesimo “in articulo mortis”.

La cosa venne risaputa dall’inquisitore solo sei anni dopo, -sembra in seguito ad una improvvida ammissione della cameriera stessa (10)-, il quale, non appena ne fu informato, provvide a sequestrare il fanciullo, in ossequio alla legge vigente nello stato della chiesa che proibiva espressamente che un battezzato fosse allevato da non cristiani. Rapimenti di piccoli ebrei da parte dei preti erano stati purtroppo una prassi non rara fino a quel momento; ma in quel caso, forse perché ormai si stava rivelando in tutta la sua drammaticità il carattere retrogrado e anacronistico di quell’orribile stato, -ma potremmo dire di quasi tutti gli stati italiani pre-unitari-, il rapimento ebbe una forte risonanza internazionale, tanto che perfino personaggi come Napoleone III e Francesco Giuseppe -tutt’altro che difensori della libertà e dei “diritti umani”!!-, consapevoli che quel fatto avrebbe segnato un punto a favore dei liberali (11) e dei patrioti italiani, intervennero presso il papa per indurlo a recedere dalla decisione e a restituire il bambino alla famiglia. Ma costui, dimostrando, oltre a disumanità, scarso acume politico, rimase fermo nella sua intransigenza.

Questo episodio aveva avuto un precedente simile a Roma nel 1840. Daniel Montel, ebreo francese, nel giugno di quell’anno era giunto in piroscafo con la moglie a Fiumicino, dove la donna si sgravò di una bambina. Dopo pochi giorni la coppia ricevette l’ordine di consegnare la figlioletta alle autorità pontificie, poiché sarebbe stata battezzata da una donna all’insaputa dei genitori. Essi rifiutarono l’imposizione ed essendo cittadini francesi si rivolsero alla loro ambasciata, grazie alla quale la bambina fu loro restituita; infatti per evitare complicazioni internazionali il sedicente “vicario di Cristo” (allora Gregorio XVI Cappellari) preferì fare marcia indietro.

Ma poiché i Mortara erano sudditi del suo stato, e quindi soggetti alle sue leggi, in quell’occasione il papa Pio IX potè sfoderare tutta la sua prepotenza (12).

CONTINUA NELLA SESTA PARTE

Note

1) Il figlio maggiore, Benedetto (1825-1889), rivestì importanti cariche politiche nel Regno d’Italia e divenne Presidente del Consiglio nel 1878 e poi tra il 1879 e il 1881.

2)  anche il generale Garibaldi fu amante degli animali, anto che, come è noto, il 1 aprile 1871, su consiglio e ispirazione della nobildonna inglese Lady Ann Winter, fondò a Torino la Regia Società per la Protezione degli Animali, -divenuta poi l’ENPA-, la prima e per molto tempo l’unica associazione zoofila presente in Italia.

3) a questo mediocre e discutibile soggetto, è dedicata una via a Napoli, e per le sue nobili “virtù” è iniziato il processo canonico di beatificazione. “Beatificazione” ormai inflazionata al massimo e ridotta a nulla più di una onorificenza postuma. Ridicoli anche i pretesi “miracoli” post mortem che la dovrebbero avvalorare e giustificare. In effetti la chiesa cattolica ha inserito nel suo affollato “pantheon” di santi e beati una quantità di personaggi a dir poco discutibili, che non di rado hanno offerto esempi più perniciosi che edificanti.

4) qui il termine “conservatorio” ha il significato originario di istituto per fanciulle orfane. Il senso prevalente di solito ai giorni nostri di istituto di istruzione musicale deriva dal fatto che spesso nel 600-700 nei conservatori si impartiva anche un’educazione di questo tipo.

5) nonostante si creda erroneamente che la pratica usuale della tortura fosse tramontata nei paesi europei dopo la Rivoluzione francese, essa in effetti era impiegata con larghezza anche nell’800 in diversi paesi europei.

6) così esprime la patriota riguardo all’incontro con Greuther: “In quel tempo mi avvenne di far conoscenza con un uomo di mezza età, i cui sentimenti elevati, in armonia con la fermezza del carattere, si cattivarono il mio rispetto, e me lo fecero fin dal primo istante di gran lunga superiore a quel che generalmente sono gli individui di lignaggio principesco [Giovanni Greuther apparteneva ai duchi di Santa Severina]. Egli portava scolpita nel cuore la santa immagine  dell’Italia redenta, e al capo una larga cicatrice, ricordo di ferita riportata il 15 maggio dalla sciabola di uno svizzero”.

7) nel 1866, al tempo della III Guerra di Indipendenza, pubblicò un “Proclama alla Donna Italiana”, nel quale esortava le donne a dedicarsi alla causa nazionale; l’anno seguente, insieme alla sorella Giulia, fu l’animatrice del comitato femminile napoletano a sostegno del disegno di legge di Salvatore Morelli per il riconoscimento dei diritti delle donne, del quale era presidentessa Teresita Garibaldi.

8) dal suo racconto apprendiamo ad esempio che il monastero fu fondato nell’VIII secolo da monache dell’ordine basiliano provenienti dall’Impero Bizantino che erano approdate a Napoli per sfuggire alle persecuzioni degli “iconoclasti” -coloro che rifiutavano il culto reso alle immagini sacre-, e per questo fu dedicato a S. Gregorio l’Illuminatore (257-332), apostolo dell’Armenia; che il chiostro fu ricostruito nel XVI secolo, quando era badessa una sua antenata, Lucrezia Caracciolo, per adeguarlo ai dettami del Concilio di Trento; e via dicendo.

9) ella osserva ad esempio come il numero dei religiosi presenti nella sola città di Roma -12.000 unità- fosse ben superiore a quello degli ecclesiastici dell’intero Veneto -8.700-.

10) in effetti esisteva una legge che vietava agli ebrei di assumere personale cristiano, ma essa era largamente disattesa, data la difficoltà per gli israeliti di trovare dei dipendenti loro correligionari. Si tenga presente che nello stato pontificio gli acattolici vivevano in condizioni di netta inferiorità giuridica; per quanto riguarda gli ebrei vigeva per essi una sorta di “apartheid”, -le mura del ghetto di Roma furono abbattute solo dopo la liberazione della città dalla feroce tirannide dei papi e dei loro complici nel 1870-: le “leggi razziali” fasciste del 1938 in realtà non facevano altro che riprendere quelle in vigore nell’800 nello stato papale, e in forma più attenuata in diversi stati italiani ed europei.

11) naturalmente per “liberali” si intendono quelli dell’800 che si opponevano al legittimismo reazionario, non certo gli pseudo-liberali populisti dei giorni nostri.

12) si tenga presente che l’assoluta intransigenza e il cieco autoritarismo della chiesa nell’800, culminati poi nel “Sillabo” del 1864, valevano soprattutto per gli stati cattolici e per l’Italia in particolare: nei grandi paesi non cattolici, -come ad es. la Russia, la Gran Bretagna e gli USA-, dove la chiesa cattolica non aveva il seguito e il potere politico ed economico di cui godeva in Italia, in Spagna e in altre nazioni, la linea del Vaticano era molto più flessibile e “pragmatica” e, per guadagnarsi uno spazio, non esitava a venire a patti con governi che si ispiravano o si fondavano proprio sugli “errori” che ufficialmente condannava (come la libertà di coscienza e la separazione tra stato e chiesa, o comunque una “falsa religione”).

 

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