UCCELLI DEL MITO -ottava parte- Feng Huang, la Fenice cinese

In Cina Garuda fu assimilato a Pheng (o Peng), un altro volatile dalle smisurate dimensioni e con un’imponente apertura alare, tanto che, secondo quanto afferma Chi Hsien, quando si dirige verso l’oceano meridionale, si libra sull’acqua per 3.000 “li” (1), quindi risale con moto vorticoso fino ad un’altezza di 90.000 “li” e può compiere voli della durata di sei mesi senza avere la necessità di posarsi al suolo. Con un battito delle sue splendide ali dorate, Pheng può far evaporare le acque del mare, così da poter cacciare e divorare i draghi che si trovino in esso; se al contrario vola sopra le montagne, è in grado di spianarle spingendone le vette verso le distese oceaniche.

La particolarità di questo pennuto, che lo differenzia e lo rende unico tra tutti gli uccelli mitologici esaminati finora, -pur rientrando egli nell’archetipo del grande volatile dal carattere solare, rapace, ma nello stesso tempo protettivo e messaggero della divinità-, è che esso si sviluppa da un pesce, altrettanto enorme, il cui nome è Kw’en e che vivrebbe nei mari che lambiscono la Cina settentrionale, trasformandosi poi in un volatile e recandosi in volo verso il sud.

La figura di Garuda ha dato origine in Giappone alla figura del “Karura”, che, come dimostra il nome stesso, -deformazione di “Garuda”-, sembra derivata per via diretta dall’india e non attraverso la mediazione cinese o coreana. Anche questo essere, -come il Pheng cinese-, oscilla tra l’individuo singolo e una categoria di entità semidivine, ma più spesso è visto come esemplare di una classe di divinità minori.

Essi hanno un corpo umano, ma dotato di ali, e con una testa di aquila o di altro uccello rapace; talora anche la testa è umana, ma sempre munita di un becco più o meno adunco. Il capo inoltre è di solito adorno di una preziosa corona di gemme. Hanno la notevole peculiarità di emettere fuoco dalle fauci, -e questo sembrerebbe apparentarli ai draghi delle tradizioni europee-, ma, come Garuda e le altre figure di volatile divino simili, sono acerrimi nemici dei serpenti e dei draghi. Si crede che solo i draghi e le serpi che seguano i principi e gli insegnamenti di Buddha siano da essi risparmiati.

Possono oscurare il Sole tanto sono grandi e il battito delle loro ali produce un rimbombo simile a quello del tuono. Nell’iconografia sono rappresentati , oltre che nel modo che abbiamo prima descritto, anche come uccelli dalla testa umana che combattono contro serpenti.

La più famosa statua di Karura (visibile nella foto) è quella che si trova nel tempio San-Jusangen-Do di Kyoto, che fu costruito nelle forme attuali nel XIII secolo.5 Questo simulacro, in cui l’essere semi-divino appare mentre suona un flauto, è posta davanti a una schiera di statue che rappresentano tutte Kannon, la dea della misericordia (2). Un’altra raffigurazione di inestimabile valore storico e artistico è quella che si può ammirare a Nara nel tempio Kofo-Kuji, risalente all’VIII secolo: essa mostra Karura che indossa un’armatura in uso in Cina al tempo della dinastia Tang (la quale governò dal 618 al 907). Essendo un difensore della dottrina buddista, la sua immagine ha assunto un carattere apotropaico, -che storna influenze malefiche e sfortuna-; maschere che riproducono le fattezze di Karura, – e di altre figure mitiche-, vengono impiegate nella danza sacra chiamata “Gagaku”, che viene eseguita nei templi.

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Statua raffigurante un “Karasu Tengu”.

Da non confondere con i Karura sono i “Tengu”, una sorta di spiriti della natura e in particolare delle selve e dei monti, che appartengono alle credenze autoctone del Giappone e della sua religione nazionale lo “Shinto” (da cui “scintoismo”). Questi spiriti,- i quali per molti aspetti (natura morale ambivalente, dimora in luoghi solitari e deserti, possibilità di mostrarsi in spoglie umane) ricordano i “Ginn” del mondo arabo-musulmano-, nei tempi più antichi venivano concepiti e raffigurati come uccelli; dall’VIII secolo in poi assumono caratteri ibridi, in parte umani e in parte ornitomorfi: ali, testa e zampe d’uccello; tronco, braccia e portamento umano. A differenza dei Karura, pur avendo aspetto assai simile, hanno un’indole in genere maligna ed ostile agli umani, soprattutto verso coloro che osino avventurarsi nei luoghi ove abitualmente dimorano, ma talvolta possono mostrarsi servizievoli e riconoscenti con chi li tratti con rispetto.

Come si è detto, possono mostrarsi in aspetto umano, e in tal guisa prediligono apparire in veste di monaci buddisti, di sacerdoti scintoisti e massime di “yamabushi”, eremiti che vivevano nelle foreste e sulle montagne praticando una forma di ascesi che univa in modo sincretistico elementi buddisti, taoisti e shintoisti. Infatti, in specie durante il periodo Heian (794-1185) (“Heian” è l’antico nome di Kyoto), si pensava che avessero l’intento di opporsi alla diffusione degli insegnamenti buddisti e pertanto il loro travestimento da religiosi aveva il fine di ingannare i fedeli e di allontanarli dalla retta via e dalla dottrina di liberazione proclamata dal Buddha. Peraltro, secondo alcune leggende, sarebbero i cattivi religiosi che dopo la morte rinascerebbero come Tengu. In ogni caso questa classe di spiriti ha assunto uno stretto legame con i monaci e i preti, tanto da far sospettare che tali rappresentazioni adombrino un intento vagamente polemico nei loro confronti (3). Anche nell’iconografia essi sono di solito rappresentati in abiti clericali, spesso con il tipico cappellino nero dei sacerdoti scintoisti; tra i loro attributi vi sono anche il “shakujo”, un bastone adorno di anelli tintinnanti che era l’insegna del monaco (4) e un ventaglio di piume, detto “ha-uchiwa”, che ha la strana virtù di far allungare il naso di coloro davanti ai quali venga sventolato, nonché di suscitare forti venti.

Sono ritenuti assai abili nella scherma e di alcuni celebri guerrieri si narra che avrebbero imparato da essi l’arte della spada: ad esempio sembra che il famoso guerriero Minamoto Yoshitsune (1159-1189), dopo che suo padre fu assassinato dal capo del clan rivale, Kyomori Taira, abbia trovato scampo in un tempio sul monte Kurama, dove sarebbe stato istruito nella scherma dallo stesso re dei Tengu, -il cui nome è Sobojo-, così che potè in seguito vendicare l’assassinio del genitore.

Si ritiene che il termine “Tengu” sia derivato dal cinese “T’ien Kou”: questo nome era attribuito in Cina a una classe di demoni immaginati il più delle volte in sembianza di cane (ed infatti “t’ien kou” dovrebbe significare “cane celeste”), ma talvolta anche in forma di uomo con becco e artigli d’uccello, -nonché munito di un carapace sulla schiena e di una sola gamba-, descrizione questa che avvalora l’ipotesi della discendenza dei Tengu giapponesi da questi spiriti. Essi erano considerati feroci e aggressivi, in grado di assumere qualsiasi aspetto e sempre pronti a rapire i bambini dei quali si nutrono (caratteristica questa che li avvicina agli “orchi” europei).

Peraltro il nome di “cani celesti” alluderebbe ad una loro identificazione con le comete e le meteoriti, che sarebbero apportatrici di sciagure e disgrazie. Il medesimo nome, T’ien Kou, veniva dato a Sirio, la stella più luminosa della costellazione del “Canis maior” (5).

Uno "shakujo", il bastone dei monaci buddisti.

Uno “shakujo”, il bastone dei monaci buddisti.

Nel corso dei secoli il carattere e l’aspetto dei Tengu si modificò sensibilmente: del volatile rimangono solo le ali, mentre il resto del corpo diviene del tutto umano; a ricordo di quello che era il becco rimane un naso talora spropositatamente grande, e pure l’indole e il comportamento tendono ad assumere tratti comici e buffoneschi, tanto da rimembrare le maschere della commedia dell’arte italiana (6). In questa nuova forma lo spiritello acquisisce il nome di “Konoha Tengu” (mentre la forma originaria di aspetto ornitomorfo era chiamata “Karasu Tengu”).

La credenza nei Tengu rimase viva per molti secoli fino ad epoche recenti: quando per la prima volta gli Olandesi che vivevano a Nagasaki (e che fino alla metà dell’800 erano, insieme ai Cinesi, gli unici stranieri autorizzati a risiedere in Giappone) importarono delle uova di struzzo, furono credute dal popolo delle uova di Tengu, poiché una delle immagini più frequenti di questi folletti è quella che li mostra mentre escono dall’uovo. Ed ancora nel 1860 fu emanato un editto che esortava i Tengu ed altri spiriti ad allontanarsi dalla città di Nikko, -ove trovansi i mausolei funebri della famiglia dei Tokugawa, che dominò il Giappone dal XVII al XIX secolo-, in occasione di una visita dello shogun che vi si recava per onorare i suoi antenati.

E veniamo ora e quella che è la più importante entità spirituale immaginata e raffigurata come volatile dell’Estremo Oriente: Feng Huang. Il nome di questo essere alato è stato spesso tradotto con il termine “Fenice” dagli studiosi europei, i quali hanno ravvisato in esso delle affinità e delle somiglianze con la Fenice della tradizione egizia e greco-romana, poiché anch’egli esprime delle valenze e dei significati cosmici e solari. In effetti questo volatile è di solito considerato ermafrodito (e tale caratteristica lo avvicina alla Fenice, sebbene più che ermafrodita, quest’ultima, come abbiamo visto, sia da ritenere asessuata); ma talvolta se ne distinguono una forma maschile e una femminile: in questo caso viene chiamato Feng il maschio e Huang la femmina.

Nei diversi testi cinesi che ne parlano, si trovano delle descrizioni del meraviglioso uccello abbastanza discordanti, sebbene con alcuni elementi comuni. Secondo lo “Shanhai Jing” somiglia ad un gallo con uno splendente piumaggio di cinque colori (bianco, nero, rosso, giallo e blu); ella reca su varie parti del suo corpo alcuni segni misteriosi: quelli sul capo significano “virtù”; quelli sulle ali “giustizia”, sul dorso “riti”, sul petto “umanità”, sul ventre “sincerità”. Non ha necessità di assumere cibo dall’esterno, ma si nutre della propria inesauribile forza; esegue sempre un’aggraziata danza allorché effonde il suo meraviglioso canto. La sua apparizione è presagio di pace e di tranquillità.http://www.dreamstime.com/stock-images-chinese-phoenix-roof-image20037684

Nel “Guang-yun” si afferma invece che ella avrebbe la testa di gallo, il becco di rondine (si deve supporre solo nella forma, non nelle dimensioni), il collo di serpente, il petto d’oca, il dorso di tartaruga, le zampe di cervo e la coda di pesce. Per il “Kin King”, opera di ornitologia composta nel III secolo, Feng Huang ha l’aspetto di cigno nella parte anteriore del corpo e di “Lin”, -l’Unicorno femmina della mitologia cinese-, in quella posteriore. Ella è la più importante di un gruppo di 360 specie di Uccelli: in questa particolarità è da vedere un indubbio legame con il ciclo annuale, poiché i 360 Uccelli richiamano i 360 giorni dell’anno, così come Feng Huang nella sua apparenza ibrida rappresenta e simbolizza l’insieme delle stagioni e quindi l’anno e il compiersi di un ciclo temporale. Il suo canto rimembra nelle note basse il rintocco di una campana, mentre assomiglia al frastuono di un tamburo nelle note alte. Quando percorre in volo le vie del cielo è seguita da uno stuolo di uccelli festanti, -così come è affermato avvenga per la Fenice, secondo quanto tramandano alcuni autori latini, tra i quali Tacito, come abbiamo avuto modo di vedere-.

In un’altra opera, il “King Shun”, si afferma che Feng Huang ha una lunghezza di circa due metri; il suo pulcino, a cui viene dato il nome di Yoh Shoh, assume gli splendidi colori che caratterizzano la sua specie solo a partire dei tre anni di vita. Stando a  numerose testimonianze riportate su diversi autorevoli testi, -quali ad esempio il “Shang Li Teu Wei”- di questo meraviglioso uccello esisterebbero cinque tipi che si differenziano tra di loro per la colorazione della testa e delle ali: quando esse sono rosse, l’uccello è chiamato Fung; se bianche Hwa Yih;  gialle To Fu;  blu Yu Siang; e quando sono nere Yin Chu.

Tuttavia nelle raffigurazioni plastiche e pittoriche, -che, dati i suoi significati simbolici e beneauguranti, sono assi diffuse in Cina, Corea e Giappone (ad esempio una immagine di Feng Huang viene spesso posta sulla sommità dei templi)-, il volatile appare sempre con sembianze che rimembrano quella del Fagiano e del Pavone, nonché del Gallo nella testa (ma non sempre). Talora ella reca anche due pergamene nel becco o una scatola quadrata contenente testi che compendiavano l’antica saggezza, Le immagini che la rappresentano risalgono fino agli albori della civiltà cinese e spesso sono riprodotte su talismani di giada o altri preziosi materiali, essendo questo uccello propiziatore di buona fortuna.Feng_Huang__Chinese_Phoenix_by_Badh

Un altro testo ancora, il “Lun Yu Tseh Shwai Shing” istituisce una corrispondenza tra le parti del corpo di Feng Huang e gli elementi del cosmo: da esso apprendiamo così che la testa rappresenta il Cielo, gli occhi il Sole, il dorso la Luna, le ali il vento, le zampe la Terra e la coda i pianeti e le stelle.

Nel “Shu King” si parla invece delle strette relazioni esistenti tra il mistico volatile e la musica: non appena si inizia a sonare il flauto, subito egli accorre volteggiando intorno al sonatore; quando vola emette una vibrazione sonora (“hwui hwui”), che il battito delle sue ali fa riverberare fino all’alto dei cieli; quando canta fiorisce l’albero “Wu Tong” (Paulownia imperialis), che è l’albero per il quale mostra una particolare predilezione e sul quale ama posarsi -così come la Fenice sulla palma- e la fama del lieto evento si spande nel mondo (come l’arrivo festoso della Fenice ad Eliopoli).

Come la Fenice occidentale, pure Feng Huang sembra avere una stretta relazione con il Sole e l’elemento Fuoco; è designata anche come “Uccello Scarlatto” e alcuni uccelli (quaglia, fagiano, pavone; talvolta gallo e gru) sono considerati un riflesso o un’immagine terrena del suo fulgore celestiale. Secondo il filosofo taoista Ho Kuan Tzu ella incarna l’essenza del principio “Yang”, che esprime la luce, il calore, il fuoco, il movimento (7).

Insieme alla Tartaruga (Gui Xian), al Drago (Long) e alla Tigre (Bai Hu) -talvolta sostituita dall’Unicorno (Ki-Lin)-, Feng Huang è uno dei quattro esseri dotati di forza spirituale detti “Sishen”, e che sono i capostipiti e i sovrani rispettivamente degli animali dotati di corazza, di squame, di pelo e di piume. I quattro animali sono anche associati ai 4 elementi (che in Cina sono Fuoco, Acqua, Legno e Metallo), alle 4 stagioni e ai 4 punti cardinali: il Drago verde è l’emblema dell’est, della primavera e del legno; la Tararuga nera del nord, dell’inverno e dell’acqua; la Tigre bianca dell’ovest, dell’autunno e del metallo; l’Uccello rosso del sud, dell’estate e del fuoco. Feng Huang era anche l’emblema dell’imperatrice, così come il Drago era quello dell’imperatore.

In molte cronache della Cina si narra dell’apparizione di Feng Huang, che è stata sempre salutata come annuncio di pace e prosperità: le più antiche parlano del 2647 a. C,, ma ne sono segnalate pure in epoche più recenti, come nel 668, anno in cui il generale Sieh Jan Kwei affermò di aver avvistato uno di cotesti splendidi volatili sul monte Fung Hwang. L’arrivo di un Feng Huang era considerato anche sicuro segno che il paese era governato con saggezza da un sovrano onesto e giusto: per questo già Confucio si lamentava che queste apparizioni non avvenissero più da molto tempo, il che significava che la Cina non godeva di una buona amministrazione.

Ricordiamo infine che nell’alchimia cinese Feng Huang è associata al cinabro, ovvero all’elemento corrispondente alla “pietra filosofale” dell’alchimia occidentale: anzi i saggi cinesi assicurano che il mistico pennuto proprio in una grotta di cinabro collocata in un misterioso recesso al Polo Sud. Come abbiamo visto, anche la Fenice ha una parte importante nell’alchimia medioevale, poiché è il simbolo dell'”opera al rosso”, la fase finale di cui si compone la “Grande Opera”, la ricerca della magica “pietra”, strumento e scopo della trasmutazione delle energie da fisiche in spirituali.

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Note

1) il “li” è una misura lineare cinese equivalente a m 644,652 (ma il suo valore, come spesso accede per le unità di misura antiche, può variare secondo i tempi e i luoghi). Con tale nome si indicano pure una misura di peso di entità inferiore al grammo, usata per l’oro e l’argento, e una di superficie. Nell’ideologia confuciana il “Li” è il principio dell’ordine, della “misura” nella morale individuale e sociale, a cui le comunità umane dovrebbero conformarsi, ed è concepito come complementare al “Qi”, l’energia vitale.

2) la dea Kannon, -o Kwannon- (nome derivante dal cinese Kuan-Yin);  molto venerata in Giappone è in effetti una trasformazione del “bodhisattva” Avalokitesvara. Nella dottrina buddista del “Grande Veicolo” (“Mahayana”) un “bodhisattva” è una creatura umana che, pur essendo giunta sulle soglie dell’illuminazione  e della liberazione dal penoso ciclo delle esistenze terrene, rinuncia ad entrare subito nel “Nirvana” per aiutare le altre creature a progredire nel cammino spirituale.

3) ed in effetti gli spunti anticlericali sono ampiamenti presenti nella letteratura giapponese, che spesso prende di mira i vizi e l’ipocrisia del clero -basti pensare ai romanzi e racconti di Ihara Saikaku (1642-1693) nei quali vengono messi alla berlina i costumi licenziosi di monaci e samurai-. D’altra parte questi difetti, così come la sete di potere, gli interessi mondani, la ciarlataneria non sono certo prerogativa solo delle chiese cristiane, ma si ritrovano negli appartenenti al clero di tutte le religioni del mondo, da quelle cosiddette “etniche” a quelle universalistiche.

4) questo bastone deriva dal “khakkhara” indiano: esso veniva usato da religiosi buddisti e giainisti (che devono rispettare qualunque essere vivente) per far fuggire con il suono da esso prodotto eventuali animaletti che fossero sulla strada del monaco ed evitare così a quest’ultimo il rischio (e la colpa) di calpestarli. Poi ebbe in genere la funzione di avvertire dell’arrivo del religioso, nonché di cacciare gli spiriti maligni e di creare un’atmosfera mistica (similmente a quanto avviene in diversi culti religiosi, con il suono di cimbali, campanelli, sistri ed altri strumenti idiofoni)  Di norma questi bastoni sono muniti di quattro anelli, ma talvolta ne hanno sei o anche dodici.

5) si osservi come il più delle volte in quasi tutte le parti del mondo i più svariati popoli abbiano identificato nelle stelle e nelle costellazioni le medesime figure ed abbiano dato loro nomi simili, -sebbene adattando le figure umane e animali che in esse riconoscevano alle proprie mitologie-: ad esempio in Sirio dappertutto è stato visto un cane, così come la costellazione di cui essa fa parte è legata al mondo canino.

6) peraltro nella genesi di queste ultime è presente una indubbia componente derivante da spiriti e folletti più o meno maligni (dei quali talvolta riprendono i nomi: ad es. Arlecchino deriva da Alichino, un diavolo citato pure da Dante nel XXI canto dell’Inferno). Anche la maschera nera secondo alcuni sarebbe un richiamo al mondo demoniaco o infernale. D’altro nelle rappresentazioni popolari dei demoni e del mondo infero (alle quali si rifà anche il passo dantesco citato con il suo colorito improntato a grossolano realismo) ricorrono spesso molteplici elementi di carattere grottesco e comico-realistico, con un “Inferno” che talvolta appare come una grande cucina dove i dannati vengono “cucinati” da diavoli armati di enormi forchettoni.

7) lo “Yang” è, insieme con lo “Yin”, uno dei due principi fondamentali della metafisica taoista, o, più esattamente, uno dei due aspetti complementari di un unico principio vivificante che informa di sé tutto l’Universo (il “Tao”, ma con più esattezza, “Dao”), e che anzi lo produce incessantemente. Questi due principi, da parte dei commentatori europei, si fanno di solito corrispondere con alcune “coppie dialettiche”, -quali maschile-femminile; caldo-freddo; luce-ombra, movimento-stasi, ecc.-, secondo una concezione propria di molti sistemi filosofico-religiosi sviluppatisi in diversi luoghi ed epoche, fino allo schema “tesi, antitesi, sintesi” della metafisica hegeliana. simbolo_3d_gif_free_taoismo_yin_yang_01Tuttavia è bene precisare che a questa contrapposizione non si deve dare un valore assoluto e definitivo: al contrario la filosofia taoista si caratterizza proprio perché teorizza la presenza di una qualità nel suo contrario, come è espresso anche visivamente nello stesso simbolo del “Dao”, divenuto negli ultimi decenni ben noto anche nei paesi europei, -dove se ne è fatto non di rado un uso improprio ed arbitrario-, ma senza conoscerne il più delle volte l’autentico significato. Come si può vedere nella figura i due principi si insinuano e si interpenetrano l’uno nell’altro, mostrando non solo come allo Yang succeda sempre lo Yin, e viceversa, per ricreare l’equilibrio cosmico, ma pure che in ciascuno dei due principi complementari  è sempre presente anche l’altro (i pallini nel mezzo del campo di colore diverso). Istituendo un confronto con altre concezioni ontologiche proprie dell’area orientale, possiamo osservare che nella filosofia indiana del “Vedanta” (termine che significa “Fine dei Veda”, ovvero completamento e coronamento degli insegnamenti espressi nei testi sacri induisti), -uno dei sei sistemi filosofici classici degli Indù-, ipotizzare o ravvisare una contrapposizione irriducibile è indice del carattere illusorio della questione presa in esame e quindi di un errore del pensiero; anzi, essa evidenzia l’irrealtà di una visione dualistica del divenire cosmico, naturale e umano. In sostanza quest’ultima si può ritenere solo uno schema con il quale la mente umana tenta di interpretare una realtà che è assai più complessa e nello stesso tempo più semplice ed unitaria di quanto essa possa cogliere. Questo vale non solo sul piano fisico ed etico, ma anche su quello metafisico (e pure su quello scientifico): si pensi alle nette dicotomie proprie della filosofia e della teologia occidentali, influenzate prima dal teismo cristiano e islamico, poi dal razionalismo cartesiano (uno-molteplice, finito.infinito; immanenza-trascendenza, creazione-emanazione; “res cogitans” e “res extensa”;  ecc.) che non sono altro che schemi concettuali con cui la mente umana si sforza di rinchiudere e adattare alla sua limitatezza una realtà che nella sua essenza profonda è per essa impenetrabile e inconoscibile. Per certi aspetti, il “Dao” cinese si potrebbe accostare al “principio primo” delle filosofie elleniche pre-socratiche (l’Acqua di Talete, l’Απειρον” di Anassimandro, ecc.), in particolare al “Fuoco” metafisico di Eraclito che dà luogo a un perpetuo fluire in cui ciascuna cosa si trasmuta nel suo contrario.