LE FACOLTA’ EXTRASENSORIALI DI ANIMALI E PIANTE (seconda parte)

SCAMBIO DI ENERGIE TRA ESSERI VIVENTI

“Ho notato” scriveva nel 1934 l’insegnante inglese D. Fawkes “che esiste un rapporto diretto tra la vitalità delle piante e le persone che ne hanno cura. Questo si verifca in modo particolare per le Rose, per le Ortensie e per altre piante da giardino. Si direbbe quasi che ci sia uno scambio di energia vitale tra uomini e piante. Le persone giovani e vitali cedono una parte delle proprie energie e le piante rigogliose fanno altrettanto nei confronti dell’uomo”. Su questo tema Fawkes si dedicò a una lunga serie di osservazioni e ricerche.

“Il giardino della scuola Clay” -scrive il ricercatore- “era da lungo tempo coltivato da un vecchio giardiniere che fungeva anche da custode. Non so quanti anni avesse, perchè da molte generazioni era considerato una specie di istituzione. Era comunque vecchissimo, ma operava sempre per assolvere nel modo migliore il duplice compito di giardiniere e di custode che gli era stato affidato. Egli lavorava con impegno sia nel giardino sia nell’orto; ma le piante -ahimè!- crescevano avvizzite come la sua pelle.

Un giorno il consiglio di amministrazione della scuola decise di collocare in pensione l’anziano giardiniere. Il servizio di custodia venne delegato a un mutilato di guerra, mentre il giardino divenne l’aula di esercitazioni pratiche per gli alunni, i quali si misero subito all’opera con grande entusiasmo. “Ebbene” -conclude Fawkes- “sembrerà strano, ma le piante cambiarono tono vitale nel giro di pochi giorni. Non venne portata alcuna modifica al terreno, all’irrigazione, al modo di coltivare le piante. Eppure le foglie acquistarono una intensa colorazione verde e i colori di tutti i fiori assunsero una lucentezza che prima non si era mai vista”.

Molte piante, sebbene fossero state coltivate con cura dal vecchio giardiniere, fino a quel momento avevano vegetato in un languore inspiegabile. Ora invece crescevano a vista d’occhio, con rapidità e soprattutto con sorprendente vitalità. Il giardino della scuola stava riprendendo nuova vita, mentre il giardiniere, che dopo essere stato collocato in pensione, si era trasferito in una piccola casa alla periferia della città, deperiva con sconsolante velocità. Alla fine si spense senza dolore, come una lampada che sia rimasta priva dell’olio.

“Io sono convinto” agginge D: Fawkes “che il vecchio succhiasse una parte del flusso vitale delle piante, attraverso meccanismi sconosciuti; così come ora le piante assorbono una parte della vitalità dei ragazzi che si prendono cura di esse. Ma forse sarebbe più appropriato parlare di uno scambio di energie, che possono ravvivarsi scambievolmente”.

Sempre negli scritti di D: Fawkes si trova questa interessante osservazione: “La famiglia Garrett spendeva tutti gli anni cospicue somme per rendere più bello il giardino e l’orto. I due anziani coniugi che componevano la famiglia erano in pensione e dedicavano la maggior parte della loro giornata alla cura delle piante. Ma sembrava un lavoro inutile, perchè i risultati che ottenevano erano assai scarsi.

Anche un giardiniere professionista che ogni tanto veniva a controllare le rose si meravigliava di questa strana situazione. Non che tutto fosse negativo: in quel giardino i fiori sbocciavano, ma non raggiungevano mai lo splendore dei fiori che circondavano le case dei vicini; i frutti maturavano, ma non acquistavano mai la pienezza dell’aroma degli altri frutti.

Un giorno l’anziana coppia pensò di infrangere la solitudine della sua esistenza accogliendo in casa un cucciolo di cane Schnautzer. Era un animale grazioso, vivacissimo, sempre indaffarato a correre intorno ai fiori, alle aiuole, alle piante. Talvolta abbaiava con foga a chissà che cosa; altre volte faceva dei capitomboli spaventosi, andando a finire fino sulla strada… Ebbene Voi non mi crederete” -concludeva Fawkes- “ma quel giardino cambiò subito veste: le foglie delle piante divennero più verdi, i fiori più colorati e i frutti più saporiti”.

Pure questo episodio testimonia dunque uno scambio di energie fra animali e vegetali, “Penso” -scriveva il ricercatore- “che esista un’unica, grande forza vitale della quale partecipano sia il regno vegetale sia quello animale. E credo ancora che tra gli uomini, gli animali e le piante si insataurino degli scambi energetici in forma di vibrazioni occulte…Questo fenomeno però ritengo che sia più accentuato in determinate persone, animali e piante”.

Molte altre sono le storie e le tesimonianze che illustrano e  dimostrano l’esistenza di un flusso di energie vitali che legano tra di loro tutti gli esseri viventi, che quindi, anche senza rendersene conto, si influenzano reciprocamente e le cui vite sono pertanto interdipendenti, a dimostrazione della fondamentale unità del principio dal quale tutti gli esseri derivano e che tutti li accomuna.

“Ho notato” -scriveva nel 1910 il naturalista S. Arealdi “che il mio amico Cesare -(un cagnolino bastardo che il naturalista aveva raccolto dalla strada)- quando è agitato, ovverosia allorchè senta approssimarsi il temporale o incontri qualche brutta compagnia, si precipita verso la serra dell’ortolano, aspetta che qualcuno si dimentichi la porta aperta e vi si infila cautamente per dirigersi verso le piantine di basilico…Una volta ho voluto spiarlo e sono rimasto impressionato da questo comportamento che mette in luce un istinto di autodifesa: Cesare si precipita come un bolide verso la serra, ma quando riesce a entrare diventa mansueto e umile come se si trovasse in un santuario, in un luogo sacro. Cammina a testa bassa come i penitenti, sfiorando piante di varie specie e dirigendosi subito verso quelle di Basilico. 1ocimum-basilicumQuivi giunto, affonda il muso tra le foglie e respira profondamente; poi inghiotte la punta di qualche piantina, infine si mette a fare capriole su una parte del verde tappeto. Ho osservato però due cose che ritengo significative: che Cesare per questa sua ginnastica si limita a un piccolo angolo della coltura, come se volesse arrecare il minor danno possibile; che la sua ricerca del contatto fisico con le piante è in rapporto con lo stato di agitazione del cane: solamente quando è molto agitato finisce il suo colloquio con le capriole…”.

Sembrerebbe dunque che ci fosse una scelta istintiva della pianta presso la quale compiere questo “rituale”. E, strano a dirsi, secondo la tradizione erboristica il basilico possiede in effetti delle proprietà sedative. Ma si credeva che avesse pure delle virtù magiche e fosse apportatore di pace e di serenità.

Una decina d’anni dopo, -intorno al 1920-, il veterinario francese P. Chandel ha continuato la ricerca sulle scelte e le attrazioni provate dagli aniali nel regno vegetale. “Si tratta sempre di scelte precise” -scrive Chandel-, “anzi il più delle votte ho rilevato una vera e propria collaborazione tra piante e animali”. E quindi prosegue. “Quando sono indeciso su una diagnosi, conduco l’animale su un prato e lo lascio libero. Io mi limito ad osservare i suoi movimenti e le sue preferenze. Ed è l’animale stesso che mi suggerisce qual è la malattia da cui è affetto, mostrando la sua predilezione per una determinata pianta. Gli animali -prosegue questo ricercatore- sono degli autentici erboristi, guidati da un infallibile istinto naturale. La persona che voglia specializzarsi le settore fitoterapico dovrebbe imparare a riconoscere questi comportamenti animali, più che lambiccarsi il cervello sopra ponderosi tomi, dove la scienza è stata spesso inquinata dalle inutili, e talora fallaci, incrostazioni del tempo…Tra le piante e gli animali sembra che esista un accordo illimitato: quando un animale sofferente si accosta alla pianta, essa così lo ammonisce: io ti guarirò, ma tu devi mutilarmi il meno possibile. Non ho mai trovato infatti un animale che si comporti in modo vandalico e distruttivo nei confronti delle piante.

Ricordo che un povero Gatto, sofferente di digestione difficile, percorreva diversi chilometri di strada tutti i giorni per masticare alcune foglie di Salvia. Eppure aveva sotto casa una pianta della medesima specie. Il gatto in effetti aveva iniziato la sua cura da questa pianta, staccando quotidianamente tre o quattro foglie. Poi, da un momento all’altro, ci fu come un “richiamo” della pianta di salvia. Il gatto allora, pur non godendo ancora di buona salute, si mise allora alla ricerca di altre piante di salvia, e pure con esse si limitava a strappare il minimo indispensabile di foglie. Ricordo poi” -afferma ancora il dottor Chandel- “di essere stato invitato da un proprietario terrierro per una visita del suo Cane. La bestia giaceva riversa su un giaciglio. Mi sono fatto aiutare per spostare l’animale alla luce, ma questa operazione ci lasciò allibiti, perchè sotto il giaciglio del cane era apparsa una piccola erboristeria: l’animale, che soffriva di disturbi intestinali, si era preparato una scorta di medicinali fitoterapici per l’inverno. Nella raccolta di erbe che aveva nascosto sotto la sua cuccia si trovavano infatti foglie di Sambuco, di Rosmarino, di Sanguinaria e di altre piante”.

Questi sono tutti importanti insegnamenti per l’uomo, che spesso nella sua stolta presunzione non è in grado di cogliere e di apprezzare queste manifestazioni dell’intelligenza degli altri esseri viventi; ma soprattutto sono prove di quella unità di rapporto vitale esistente tra gli animnali e le piante: una specie di sincronismo naturale che determina un equilibrio di vita. Ma potremmo anche dire: un muto linguaggio pr stabilire una collaborazione che non ha termini nè di tempo nè di luogo.

GLI STUDI NATURALISTICI DI GOETHE

Oltre che grande poeta e scrittore, Johann Wolfang von Goethe mostrò sempre un vivo e profondo interesse per le scienze naturali, e condusse studi e ricerche di non secondaria importanza, poichè per lui i fenomeni della Natura non sono determinati da un meccanicismo materialistico, ma espressione di uno Spirito superiore che li anima.

Nel settembre del 1786, otto anni dopo la morte di Linneo, -che con suoi geniali studi aveva rinnovato la classificazione degli esseri viventi,-  egli intraprese in incognito un lungo viaggio al di là delle Alpi, “nella terra dove crescono i limoni”.

Il percorso di Goethe nel suo viaggio in Italia.

Il percorso di Goethe nel suo viaggio in Italia.

Questa sua visita nelle ridenti plaghe d’Italia era il coronamento di uno struggente desiderio che il poeta nutriva da molti anni e avrebbe costituito il punto culminante della sua vita.

Diretto a Venezia, si fermò a Padova per visitare l’orto botanico di quella università, ove, passeggiando fra le piante rigogliose, molte delle quali crescevano soltanto in serre nella sua terra natia, Goethe fu dominato da un’improvvisa immagine poetica che doveva fargli intuire a fondo la natura del regno vegetale: e gli diede pure un posto onorevole, sebbene misconosciuto dai più, nella storia della scienza come precursore della teoria di Darwin sull’evoluzione organica.

L'orto botanico di Padova.

L’orto botanico di Padova.

L’insigne biologo Ernst Haeckel considerò Goethe, alla stregua di Jean Lamarck, “alla testa di tutti i grandi filosofi naturalisti che per primi affermarono la teoria dell’evoluzione organica e sono gli illustri compagni di lavoro di Darwin”.

Goethe passò anni di angoscia per le limitazioni insite nello studio puramente analitico e intellettuale della natura, rappresentato dalle aride menti catalogratrici del XVIII secolo, e delle teorie della fisica, allora trionfante, che sottoponeva il mondo a cieche leggi di meccanica. Quando ancora frequentava l’università di Lipsia, il giovane poeta si era ribellato all’arbitraria divisione del sapere in discipline rivali che perdevano di vista l’unità fondamentale del Cosmo e della vita. Cominciò allora a cercare altrove delle risposte alla sua sete di conoscenza, studiando con passione il galvanismo e il messmerismo e seguendo gli esperimenti elettrici di Winkler; già da bambino egli era rimasto affascinato dai fenomeni di elettricità e magnetismo e colpito dallo straordinario fenomeno della polarità. Spinto dal prepotente impulso di conoscere i grandiosi segreti che vedeva intorno a sè nel ripetersi continuo di creazioni e annientamenti, si dedicò alla lettura di testi riguardanti l’alchimia e la filosofia naturale: scoprì così le opere e le dottrine di Paracelso, di Jacob Boehme, di Giordano Bruno e di Baruch Spinoza. Da essi apprese che l’intuizione e l’ispirazione, in quanto hanno a che fare con una realtà vivente e non con cataloghi morti, possono avvicinarsi al vero più che non la scienza meccanicistica e cartesiana; ma soprattutto imparò che i tesori della natura non possono essere scoperti da chi non armonizzi con essa. Si rese dunque conto che le tecniche correnti di botanica non avrebbero potuto cogliere l’essenza di un essere vivente nel suo ciclo di crescita. Sarebbe occorso un altro tipo di osservazione che stabilisse una unione con la vita della pianta: per avere questo risultato Goethe ogni sera, prima di coricarsi, si rilassava, cercando di immaginare l’intero ciclo di sviluppo di una pianta attraverso vari stadi, dal seme che germoglia, alla pianta che cresce fino a che produce il fiore, che a sua volta si trasforma in frutto, dal quale esce un seme che darà vita ad una nuova pianta.

Già nella sua città natale, Weimar, il poeta-scienziato aveva creato insieme al farmacista del luogo un orto botanico di erbe e piante medicinali di eccezionale valore. Nel ben più celebre orto botanico di Padova, -dove Paracelso lo aveva preceduto,-  Goethe fu colpito in modo particolare da una Palma, poichè nelle sue caratteristiche foglie a ventaglio egli ravvisò una completa evoluzione, dalle semplici foglie lanceolate presso il suolo, attraverso successive separazioni, fino al ciuffo spatolato dove emergeva l’infiorescenza a “spadici”, stranamente senza rapporto con la crescita precedente. Osservando questa complessa serie di forme di transizione,

Una palma dalle foglie a ventaglio.

Una palma dalle foglie a ventaglio (“Chamaerops humilis”).

Goethe ebbe l’ispirazione della dottrina della “metamorfosi delle piante”, poichè gli apparve evidente che tutte le escrescenze laterali della pianta erano semplici variazioni di un’unica struttura, ovvero la foglia; e giunse altresì alla conclusione che la natura, producendo una parte attraverso un’altra, poteva conseguire le forme più differenziate mediante la modifica di un solo organo.

“Le variazioni dlle forme vegetali- scrisse il grande studioso e poeta- (…) mi ha risvegliato sempre più l’idea che le forme vegetali attorno a noi non siano preordinate, ma fortunatamente mobili e flessibili, consentendo alle piante di adeguarsi alle diverse condizioni mondiali che le influenzano”. Goethe vide più che altro apparenza nella mutevolezza delle caratteristiche esteriori delle piante, considerandole soprattutto adattamenti alle condizioni ambientali, e ne trasse la conclusione che la natura della pianta non doveva essere ricercata in quelle caratteristiche, ma ad un livello più profondo. Questa concezione era destinata a trasformare la scienza biologica, anzi l’intera visione del mondo, poichè da qui venne la teoria dell’evoluzione. Con essa la metamorfosi sarebbe divenuta la chiave di volta dell’alfabeto della natura. Ma mentre Darwin nel formulare la sua teoria avrebbe supposto in seguito che le influenze esteriori operassero sulla natura di un organismo come cause meccaniche, modificandolo di conseguenza, per Goethe i singoli cambiamenti erano espressioni dell’organismo “archetipico”, avente in sè la capacità di assumere forme diverse, e in particolare la forma che meglio si adattava non solo alle condizioni del mondo esterno che lo circondava e nel quale si trovava a condurre la propria esistenza, ma pure al livello di coscienza e di trasformazione del principio animico che in lui si incarnava. Dunque la filosofia di Goethe si fonda su un concetto metafisico della natura, che è sia vitalistico, sia platonico: “La divinità è all’opera nel mondo vivente, non in quello dei morti; è presente in  ogni cosa nel processo di evoluzione e di trasformazione, non in quanto si è già plasmato e irrigidito. Ecco dunque che la ragione, nei suoi sforzi per tendere verso il divino, si preoccupa di mettere in uso quello che è già evoluto e si è intorpidito” .

Il poeta-scienziato espose le sue idee  nel primo saggio “Sulla metamorfosi delle piante”, nel quale delineò il mirabile dispiegarsi dei “molteplici fenomeni specifici nello splendido giardino dell’Universo, riportandoli a un semplice principio generale”, e mise in risalto il metodo della natura di “generare una struttura vivente che è il modello di ogni creazione artistica”. Egli non portò le sue teorie fino ad una conclusione attraverso una concatenazione necessaria di procedimenti logici come nella scienza ufficiale ( dove peraltro tali procedimenti sono sempre fondati su principi indimostrabili, dati per scontati, i cosiddetti “assiomi”, dei quali la filosofia e la scienza del 900 hanno riconosciuto la convenzionalità), ma lasciò spazio all’interpretazione; ma ancora una volta si vide sconfitto, poichè il suo solito editore rifiutò di pubblicare il suo manoscritto, sostendendo che egli era un letterato e non uno scienziato. Quando alla fine riuscì a far stempare altrove il suo saggio fu dolorosamente sorpreso nello scoprire che i botanici e i lettori ignoravano la sua opera, il che gli ispirò questa amara constatazione: “Il pubblico si aspetta che ciascuno rimanga nel proprio settore. Nessuno osa acconsentire che scienza e poesia si uniscano. La gente dimentica che la scienza si è sviluppata dalla poesia, e non pensa che una nuova oscillazione del pendolo potrebbe riunirle ancora una volta entrambe in modo assai utile, a un livello superiore e con interesse reciproco”.

In seguito Goethe aggiunse un’altra teoria basilare alla botanica: precedendo Darwin di divrsi anni, si accorse che la vegetazione aveva la tendenza a crescere in due modi distinti: verticale e a spirale. Con geniale intuizione poetica, egli definì maschile la tendenza verticale, che ha fondamento nel principio del sostegno; femminile la tendenza a spirale che rimane celata durante l’evoluzione della pianta, ma predomina durante la fioritura e la produzione dei frutti. Al nostro apparve inoltre un fenomeno magico e sublime il fatto che la radice di una pianta sia rivolata verso il buio e l’oscurità del suolo, verso il grembo materno della terra,mentre il tronco o lo stelo si innalzino verso il cielo, verso la luce  e  l’aria; per spiegare tale fenomeno, Goethe postulò l’esistenza di una forza opposta a quella di gravità, alla quale diede il nome di “lievità”. “Newton” -afferma un commentatore del poeta-scienziato tedesco, il Lehrs- “vi ha spiegato, o almeno si ritiene che lo abbia fatto, perchè la mela cade dal ramo dell’albero; ma non ha mai pensato di spiegare il problema contrario, assai più difficile: come abbia fatto la mela ad arrivare lassù”.

Questa idea portò Goethe a farsi un’immagine della Terra circondata e permeata da un campo di energia opposto al campo gravitazionale. “Poichè il campo di gravità diminuisce di forza con l’aumentare della distanza dal suo centro,” -continua il Lehrs- “cioè nella direzione esterna, così il campo di lievità decresce di forza quanto più aumenta la distanza dalla sua circonferenza… Ecco perchè le cose cadono per effetto della gravità e salgono ad opera della lievità”. Lehrs aggiunge anche che se non vi fosse un campo che opera verso l’interno della circonferenza cosmica, l’intero volume materiale del regno terrestre si ridurrebbe, per gravitazione, ad un punto illimitato, così come sotto l’unico effetto del campo periferico di lievità esso si dissiperebbe nell’Universo.

CONTINUA NELLA TERZA PARTE