SPAZIO POETICO

IL BUIO E L’INFINITO (poesia di Tammuz)

Perchè camminare con passo incerto

nel campo opaco del tempo oscuro,

intriso di illusioni incontrollabili,

intessuto di allettanti menzogne?

Meglio inseguire da lontano l’odore del vento

che si stempera nelle foglie del domani,

lanciate alla conquista di un’idea,

oltre le paludi dei desideri ristagnanti

e i laghi di sogni che si infrangono da soli

nella loro delirante espansione

contro le montagne cieche della finta saggezza.

Cielo che non è più cielo,

terra che non è più terra,

mondo che non è più mondo,

ma ricettacolo di graditi veleni,

miserevole arena dove barcollano

miriadi di robot schizofrenici,

impastati di passioni divoranti e deludenti.

In questo deserto, gremito

di fantasmi sciocchi e di pesanti ombre,

nient’altro possiamo fare

che piangere e morire,

per non vedere la nostra vita

rubata, giorno dopo giorno,

da idoli inclementi che regnano sul nulla.

La pietra scartata da costruttori

è divenuta pietra angolare.

Saremo figli di noi stessi,

amici del destino e apprendisti-dei.

Andremo a dissetare le nostre menti

con il nettare dei Celesti,

in un Olimpo senza speranza

e senza gloria, ma ricco di compassione,

dove poter trovare una luce,

non sfolgorante e sferzante,

ma tenue e discreta,

fascio infinito di timidi scintillii,

che si compongono, si intersecano,

si raccolgono in un inno,

umile e maestoso,

sopra una frotta

di miriadi di pensieri,

infine placati.

 

IL TEMPIO INFINITO (poesia di Tammuz)

Ai bordi di un prato

ascolto nel vento

una voce che abbiamo dimenticato,

e che risuona

come un’accorata preghiera.

Mi sembra di immergermi

nell’umile solennità

di un tempio spiritale,

ove il silenzio

dice più che

mille parole d’uomo,

si compenetra nei miei pensieri.

Un uccello che canta

mi parla

in una lingua antica

ed eterna

del mondo sconosciuto

che abbiamo dentro di noi.

Il tremolìo timido

dell’erba inquieta

sussurra l’armonia arcana

che dal principio del tempo

vivifica la Terra…

Sento il palpitare

di un mare di vita

che sale nelle nostre vene,

che si sublima

in un infinito istante di luce.

Tutti gli esseri

mi svelano

la molteplice unità

dello Spirito

che si irradia

nell’Universo.

Ora non è più un prato:

è un pianeta

perduto e riscoperto,

un’isola fatata

emersa per miracolo

da un freddo oceano

di indifferenza.

E io non sono più “io”:

il Tutto è in me,

e io nel Tutto.

 

TRAMONTO D’INVERNO (poesia di Tammuz)

I bagliori rossi

del cielo

sono rivoli di sangue

scaturiti

dal mio cuore

che guarda

l’ombra del giorno

che forse verrà,

immerso ora

in un bruno lago assopito,

tra oscure isole

e nuvole solitarie.

E freme in quell’acqua

che si tinge di fuoco

per liberarsi

e irrompere

al di fuori

della scorza

dell’ignoto.

 

 

 

 

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