AMBARABA’ CICCI’ COCCO’, TRE CIVETTE SUL COMO’…

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Il linguista italiano Vermondo Brugnatelli -esperto soprattutto nell’ambito della filologia semitica e autore, fra l’altro, di importanti studi sulla lingua eblaita e gli idiomi berberi-. ha svolto nel 2003 una ricerca sulla ben nota e diffusa filastrocca che inizia con le enigmatiche parole “Ambarabà cicì cocò (o coccò)…”. In tale ricerca l’illustre studioso sostiene che queste parole, in apparenza senza senso, o quanto meno prive di un senso evidente, avessero in origine un loro preciso significato, ovvero, per citare testualmente l’autore, “questo complesso linguistico fosse analizzabile in unità dotate di significato”. Egli peraltro rivolse la sua attenzione soltanto al verso iniziale, ovvero l’”incipit” della filastrocca, senza approfondire i versi seguenti, che peraltro, come nota lo stesso ricercatore, possono variare, sebbene la versione di gran lunga più frequente, prosegua con “tre civette sul comò/ che facevano l’amore/ con la figlia del dottore./ Il dottore si ammalò/ amabarabà ciccì coccò”, nella quale il verso iniziale torna a chiudere la minuscola poesia. Noi però più avanti cercheremo, per quanto possibile, di dire qualcosa anche su questo brevissimo testo poetico, e di indagare un po’ su queste misteriose civette e questa enigmatica figlia del dottore.

La sua ricerca prese le mosse, -come dichiara lo stesso Brugnatelli-, da una casuale riflessione sui segmenti finali del verso “ciccì coccò”, che insinuarono in lui il sospetto che fossero da inquadrare alla luce di principio generale logopoioetico che egli aveva avuto modo di osservare più volte nella sua attività di linguista, ossia quella che egli definisce la “regola del ciff e del ciaff”, che “consiste nel creare parole mediante una sorta di raddoppiamento”, in cui la prima parte appare caratterizzata da suoni vocalici chiusi, mentre la seconda si contraddistingue per un vocalismo più aperto. Dal momento che la regola suddetta contempla solo il mutamento delle vocali, rimanendo invariate le consonanti, secondo Brugnatelli è verosimile che in origine fossero “velari” (cioè “dure”) anche quelle del primo elemento: in altri termini che “ciccì coccò” sonassero “kikkì kokkò”.

Quindi la filastrocca potrebbe risalire ad un epoca assai antica, precedente alla “palatizzazione” della C e della G (ovvero del periodo nel quale le consonanti in esame da “dure” divennero “dolci” davanti a E ed I), della quale i primi indizi grafici si avrebbero nel V secolo (1); in tal caso il sintagma (cioè l’unità linguistica) in questione deriverebbe da due parole latine dotate di significato, che lo studioso ritiene di identificare in due pronomi indefiniti: QUIDQUID e QUODQUOD (“qualunque cosa, quel che vuoi”), derivati rispettivamente da un pronome interrogativo e da uno relativo raddoppiati.

Se l’ultima parte del verso può essere spiegata partendo dal latino, è ipotizzabile che anche per la prima parte si possano avere lumi sulla scorta della lingua dei padri. Di norma le parole latine non avevano mai l’accento sull’ultima sillaba, tranne casi particolari, quali i pronomi raddoppiati detti sopra, e, ovviamente, i monosillabi. Attraverso un’analisi linguistica e un ragionamento che ora non riporto, -perchè rischierebbe di annoiare i lettori-, lo studioso afferma di ritenere assai probabile che “ambarabà” derivi dal latino “Hanc para ab hac” = “questa para da questa”; il sostantivo indicato dai due pronomi dimostrativi sarebbe “manus”; “para” è naturalemte l’imperativo del verbo “parare” =”preparare”, che però ha già qui il senso di “parare” in italiano, cioè di respingere un colpo. Dunque l’intero verso latino originale sarebbe “HANC PARA AB HAC, QUIDQUID QUODQUOD”, che si potrebbe tradurre “Ripara questa (mano) da questa (altra mano), questo qui, questo qua”: risulta chiaro che tale verso era l’inizio di una “conta” infantile, con la quale si passano in rassegna i partecipanti ad un gioco mentre si recitano le parole della filastrocca,  come lo è la frase italiana che sarebbe da essa derivata -e cioè “Ambarabà ciccì coccò”-, conservandone in qualche modo l’andamento ritmico e i suoni, ma perdendone il significato. Dato l’impiego dal verbo “parare” avremmo qui attestata una sorta di “schermaglia”, in cui una mano doveva ripararsi da un’altra, quella ci chi effettuava la conta.

Secondo Brugnatelli, altri versi iniziali di filastrocche infantili usate per fare conte, onde scegliere colui o colei che deve assumere una parte in un gioco, -in genere la più impegnativa-, o comunque compiere una designazione “fatidica”, potrebbero avere la loro genesi in frasi latine di questo tipo. Ad esempio “An ghin gò” potrebbe essere la trasformazione di “Hanc hinc huc” = “Questa (mano) da qui a qua”, frase che sarebbe appropriata per la gestualità della conta.

A sostegno della sua tesi l’autore precisa che, sebbene sia difficile seguire i percorsi storici delle filastrocche nle tempo e nello spazio, è sicuro che non di rado questi testi, dall’aria apparente di estemporanea creazione infantile, mostrano indubbi collegamenti con le più varie e lontane culture. E per questo cita degli esempi di filastrocche in arabo popolare che hanno corrispondenze con analoghe cantilene italiane. In particolare Brugnatelli trascrive una filastrocca infantile raccolta al Cairo nel 1879.

Ha buffa mutlaffa/ tlàt xelaxil/ ala s-s’offa/ wah’iduh tescinn/ we wah’iduh terinn/ we wah’iduh teqùl/… (Ha buffa mutlaffa/ tre sonagliere/ sul sofà/ una che suona/ e l’altra che tintinna/ e l’altra che dice/…);

e l’”incipit” di un’altra tunisina:”Ellara u Bellàra/ we-d-djeyja n-naggàra/…” (“Lara e Bellara/ e la gallinella ruspante/…), della quale riferice che essa ha un preciso riscontro in una diffusa “conta” milanese dell’ottocento (“Ara Belara/ descesa Cornara/…), chiedendosi quali siano le vie misteriose attraverso le quali si tramettono e si diffondono i prodotti della cultura popolare. Discorso che ovviamente vale anche per le fiabe, che si ritrovano in varianti diverse, ma spesso non troppo, su aree vastissime (e sulle quali peraltro esiste una messe di studi davvero imponente, con i quali sono state analizzate sotto tutti i punti di vista: da quello antropologico a quello sociologico, da quello storico-religioso a quello psicanalitico).

Passando ora alla parte seguente della filastrocca, -ovvero le civette sul comò-, viene spontaneo chiedersi se questo episodio, se si può definire così, abbia un’autentica dimensione narrativa, ancorchè allo stato embrionale, o se le parole di cui si compone, pur avendo un loro senso compiuto, siano un mero espediente per eseguire la conta Tuttavia, anche nel secondo caso i vocaboli e i fonemi, -specie se dotati di un loro senso specifico, come “civetta”, “comò”,”figlia” ecc.-, hanno comunque un loro potere evocativo e quindi parlano alla fantasia di chi le pronuncia e di chi le ode, e  dovremo quindi cercare di capire chi e perchè abbia scelto questo testo. tre-civette-sul-como-a24863038

Innanzitutto notiamo che Umberto Eco nel suo “Secondo Diario Minimo” (1992), -una raccolta di “saggi” dove il celebre scrittore e ricercatore sfodera con filologica acribia la sua vena ironica e grottesca-, tratta l’argomento con una puntuale, benchè umoristica, analisi del testo e delle sue possibili implicazioni semantiche e semiologiche. Ed in effetti le sue osservazioni non sono solo una finzione parodistica: il titolo di dottore attribuito al genitore della fanciulla rimanda ad un epoca posteriore alla fondazione delle università; il termine latino “doctor”, dal quale deriva, significa “insegante”, “maestro” in senso lato, e non è attribuito a persona che eserciti una funzione specifica; anche nell’italiano antico ha questo senso generico (ad es. Virgilio è talvolta dfinito in questo modo da Dante nella “Commedia”); il titolo fu poi attribuito ai docenti universitari e solo in età realtivamente recente a tutti i laureati. Quanto al comò (altrimenti detto con termine italiano, anzi prettamente toscano, cassettone, esso è un mobile i cui primi esempi si hanno in Francia nel XVII secolo (in precedenza le vesti e le suppellettili si riponevano entro armadi, scrigni e cassapanche); il termine “commode”, da cui l’italianizzazione “comò”, appare per la prima volta nel 1708.

Ma l’elemento principale e caratterizzante della “storia” sono senza dubbio le civette. La civetta ha un significato e un valore ambivalente: da un lato è l’animale di Atena, dea della sapienza, della misura, del ragionamento, ed è quindi emblema di saggezza e di discernimento; ma da altro lato è pure un volatile legato alla notte e alle forze oscure, spesso raffigurata in Mesopotamia a fianco di Lilith, il demone femminile che tentava gli uomini e attentava alla maternità delle donne, -oltre che sottrarre gli infanti (2)-. nell’antichià classica era anche l’uccello messaggero di Ecate, anch’essa dea infera e patrona di spettri e streghe-.

Lilith in rilievo sumero del 1700 a.c. circa

Lilith in rilievo sumero del 1700 a.c. circa

Il numero di tre induce a sospettare pure un loro legame con le dee della vendetta e della punizione della tradizione classica, -quali le Graie, le Gorgoni e soprattutto le Erinn (o Furie per i Latini), le “castigatrici” per eccellenza, incanazione del rimorso e della vendetta- e soprattutto con le “dee del destino”, sempre in numero di tre: le Moire greche, le Parche romane, le Norne germaniche e le Matronae celto-romane. Dalle mie ricerche non è emerso un legame vero e proprio di queste figure divine con la civetta, ma che si potrebbe vedere di riflesso dallo loro contiguità sia con Ecate e le divinità infernali e furiose, ma che con il loro intervento punitore ristabiliscono l’ordine cosmico e umano violato, e che quindi fa parte del “destino”, sia con Atena, dea dell’ordine, della “legge” divina ed umana, naturale e morale. Osserviamo che dalla trasformazione di tali dee, che già nella tarda latinità avevano assunto il nome di “Fatae”, -ovviamente da “Fatum”, “quello che è stato detto”- si sviluppano le “fate” della tradizione letteraria medioevale europea e delle fiabe. Ed in effetti non si stenta a riconoscere nella loro figura e nelle loro opera la fondamentale funzione e valenza proprie delle loro “antenate” Moire e Parche: quella di “fissare” -o anche di “incarnare”- il destino, o di modificarlo a favore del loro protetto.

Le tre Moire.

Le tre Moire.

Questo carattere delle fate risalta in modo assai evidente in molte fiabe, -basti pensare alla famosissima “Cenerentola” di Perrault (3), e ancor più a “La Bella addormentata nel bosco”: in tale fiaba le fate invitate offrono ciascuna i loro doni benefici alla neonata principessa, e incarnano quindi il destino favorevole; la fata “cattiva” è il destino negativo: ella non era stata invitata, -perchè si cerca compensibilmente di evitare la sorte avversa-, ma non si può sfuggire al suo “dono” (è dunque un’idea simile a quella del “karma”), può essere solo attenuato dall’intervento successivo di un’altra fata (ovviamente anch’esso “fatidico”). E qui torniamo al tema iniziale della nostra ricerca, perchè la “conta”, il genere di filastrocca a cui appartiene quella che stiamo considerando, è un modo di compiere una scelta fatidica, di decidere il “destino” del giocatore.

Secondo un racconto trovato su un sito internet, -del quale peraltro non è dichiarata nè la fonte la provenienza-, l’origine della filastrocca sarebbe la seguente: quando le principesse arrivavano all’età da marito, gli dei donavano loro tre civette: una poteva esaudire tutti i desideri, un’altra procurare alla fanciulla lo sposo ideale e a terza conferire saggezza e conoscenza. Ma le fanciulle di solito tenevano in grande considerazione le prime due civette, mentre la terza, i  cui doni erano in realtà i più preziosi, era trascurata e talora rifiutata. fu così che gli dei stabilirono di donare a quelle principesse vanitose e superficiali solo la terza civetta perchè era l’unica della quale avevano davvero bisogno.

La  civetta di Atena su una tetradramma ateniese del V sec. a.C.

La civetta di Atena su una tetradramma ateniese del V sec. a.C.

Di questa storia finora non mi è mai risultata alcuna attestazione, nè l’ho trovata in alcun testo di mitologia, o di autore greco o latino, nè in alcuna raccolta di fiabe, neppure in un’altra forma o variante. Di certo nella storia appare il ricordato legame della civetta con Atena, e quindi con la saggezza, la conoscenza e l’intelletto.

Ma il mito ellenico che potrebbe avere il più stretto legame con le tre civette della filastrocca è quello delle Miniadi.

Esse erano le tre figlie di Minia, re di Orcòmeno – e per questo dette “Minìadi”- i cui nomi nella tradizione più comune sono Leucippe, Arsippe e Alcàtoe. Allorché tra le donne di Orcòmeno cominciò a diffondersi il culto di Dioniso, per abbandonare il quale esse abbondonavano le loro abituali occupazioni, le figlie del re non vollero unirsi a loro e, devote alla casta Atena, continuarono a dedicarsi con zelo alle attività domestiche, soprattutto filare, tessere e ricamare. Invano furono invitate dal dio stesso, apparso loro nelle sembianze di una mite giovinetta, a partecipare ai sacri riti: esse rimasero irremovibili. Allora dai telai spuntarono viticci, grappoli d’uva e tralci d’edera, mentre dalle pareti e dal soffitto della casa stillavano latte e miele e Dioniso stesso si ripresentò loro assumendo successivamente l’aspetto di leone, di toro e di pantera. Spaventate, le Miniadi furono colte da un’irrefrenabile follìa mistica e alla fine, secondo la versione prevalente del mito, vengono mutate da Dioniso in pipistrelli, come è narrato anche da Ovidio nelle “Metamorfosi” (IV, 1-425); ma secondo altre versioni fu Hermes che le trasformò, e non in pipistrelli, ma in uccelli notturni; Antonino Liberale -mitografo del II secolo- (Metamorfosi, 10) fonde la due versioni affermando che una fu mutata in pipistrello, una in gufo e una in civetta.

Non è improbabile dunque che le tre civette sul comò siano le tre sorelle Miniadi, tanto più che esse, oltre che tessere e ricamare, amavano raccontare storie (ad esempio nelle “Metamorfosi” ovidiane -dove spesso la narrazione di uno o più miti è incastonata in un altro tramite un personaggio che la espone- esse narrano le storie di Pìramo e Tisbe, di Clizia mutata in girasole e di Salmace ed Ermafrodito). Si potrebbe pensare che le civette narrassero delle storie alla “figlia del dottore”, a fini non solo ricreativi, ma pure educativi.

Dando un’interpretazione allegorica a questo mito, si potrebbe vedere rappresentata nel comportamento delle tre sorelle l’indifferenza ai valori spirituali a causa dell’attaccamento ad occupazioni terrene, in sé non sbagliate, ma che non devono impedire l’ascesa interiore; ed anche il contrasto, sia pure nel quadro di una spiritualità pànica e vitalistica -incarnata da Dioniso-, tra vita attiva e vita contemplativa, quale è delineato anche nei Vangeli dove le due vie sono incarnate rispettivamente da Marta e da Maria, la seconda delle quali,- come è detto ij Luca, X, 38-43-, “ha scelto la parte migliore”.

Questa filastrocca, nella sua brevità, induce a ipotizzare che sia la parte sopravvissuta, o il riassunto, di un  testo in origine più lungo e articolato, nel quale si narrava una storia, per quanto dal senso logico forse carente, come spesso sono le filastrocche anche lunghe (si pensi a “Topolino Topoletto iumpampà” o “La bella lavanderina che lava i fazzoletti”). Molte fiabe della tradizione popolare si concludono con una breve filastrocca (4), che talora è la “morale” della narrazione appena terminata (5), più spesso ha una funzione completiva ed esornativa, si pensi ad esempio al famoso distico “Stretta la foglia, larga la via,/ dite la vostra che io ho detto la mia”, di cui esistono molte varianti, anche negli autori che si sono ispirati alla tradizione popolare per scrivere le loro fiabe -come Luigi Capuana, auotre assai fecondo di raccolte fiabistiche-, ad esempio “larga la via, stretta la foglia/ dica la sua -o ne dica un’altra- chi ne ha voglia” che testimoniano la primitiva narrazione “comunitaria” di novelle e fiabe in riunioni in cui ciascun partecipante raccontava una storia. Ma, oltre che nel finale, le fiabe, sia quelle popolari, sia quelle “d’autore”, contengono di norma parti poetiche, o comunque in rima, nel corpo della narrazione, poichè in genere nei momenti culminanti della storia i personaggi si esprimono in versi (6).

Talvolta succedeva che questi versi finali ritmati o cadenzati continuassero ad essere citati e ripetuti anche quando la fiaba della quale erano la conclusione, a causa dei mutamenti sociali e culturali, cessava di essere tramadata e veniva dimenticata in modo quasi completo. E’ possibile che pure nel nostro caso sia avvenuto un simile evento e che questa filastrocca da chiusa di una fiaba sia divenuta una tipica “conta”? E’ un’ipotesi possibile, per quanto difficile da verificare.

Come nota giustamente Mario Alinei, -nel suo studio LE ORIGINI LINGUISTICHE E ANTROPOLOGICHE DELLA FILASTROCCA-, nel tipo di filastrocca detto “conta”, che serve a stabilire in un gruppo chi sia designato dalla sorte a fare una determinata cosa, o a svolgere una certa funzione, ed ha quindi carattere “fatidico”, il rapporto tra il “non senso” (o l’apparente non senso) e il fatto che serva appunto a contare è “strutturale” e non casuale. “In realtà queste filasrrocche senza senso” -afferma lo studioso- “hanno un senso profondo che non mi pare sia stato visto prima d’ora”. Com’è noto, infatti, la conta viene effettuata per decidere a chi tocchi assumere una delle parti previste nei giochi infantili, e pertanto stabilisce il “destino” del giocatore; e da qui il legame che avevamo ipotizzato sopra tra la civetta, uccello “oracolare” per eccellenza, e la sorte dei giocatori che la conta deve sentenziare.

Notiamo che in alcune varianti della filastrocca al posto di “il dottore si ammalò”, proprio dealla versione più conosciuta, si trova talvolta un più blando “il dottore la chamò”, o anche “la sua mamma la chiamò”, introducendo così un nuovo personaggio -la mamma- nella ministoria, in quest’ultimo caso del dottore citato quale genitore della fanciulla non si avrebbe più traccia, anzi non entrerebbe per niente nella storia, se non per determinare l’dentità della protagonista (“la figlia del dottore”). Tra l’altro, una “figlia del dottore” (non si sa se lo stesso dottore e la medesima figlia) compare in un’altra conta poco nota: “Affacciata sul balcone/ c’è la figlia del dottore./ Forza, avanti, che si fa?/ Zero e uno e due e tre:/ ora tocca proprio a te!”. Si potrebbe pensare che ella fosse affacciata al balcone ad aspettare l’arrivo delle civette…

Nel testo che stiamo esaminando, escluderei del tutto una qualche intenzione consapevolemente maliziosa appunto per il suo carattere “casuale” e svincolato da una logica espositiva, che è quello proprio delle conte -a parte il fatto che, volendo prendere alla lettera le parole del testo (“che facevano l’amore/ con la figlia del dottore”), la situazione da esse indicata sarebbe alquanto difficile da mettere in atto, o anche solo immaginare-; sebbene, come dicevamo, sia possibile che esso sia derivato, o sia stato influenzato, da una perduta tradizione narrativa.

Peraltro sarebbe interessante stabilire se esista una sottintesa relazione tra la malattia del dottore, -presente nella versione più usuale (“il dottore si ammalò”)-  e il congresso amoroso di sua figlia con le civette. E in tal caso se la malattia sia la conseguenza della scoperta -che non è dichiarata, ma potrebbe essere sottintesa- di quella strana intimità della fanciulla con i pennuti; ovvero sia una punizione per il “peccato” della figlia; o, viceversa, se la punizione sia stata inflitta al dottore per essersi opposto a una sorta di disegno divino, incarnato e compiuto dai tre volatili, che potrebbero essere epifanie di entità superiori. Ma si potrebbe anche vedere semplicemente in questo verso una contrapposizione tra la funzione di dottore, nel senso comune di medico, che il padre esercita e la malattia che lo colpisce, che diviene quasi una nemesi dal sapore amaro del contrappasso. Nelle altre versioni (“il dottore la chiamò”; “la sua mamma la chiamò”) la chiamata (o il richiamo) di uno dei genitori viene a interrompere l’intrattenimento della fanciulla con le civette. Peraltro non è dato sapere se la ragazza abbia risposto o meno al richiamo. In effetti queste versioni possono sembrare più logiche nel contesto della storia, ma sono pure più banali perchè offrono minore spazio ad eventuali sviluppi narrativi, che non la malattia del padre.

Ad avvalorare questa ipotesi, -cioè di un elemento e di una funzione narrativa della filastrocca-  ci soccorre il già citato studio di Mario Alinei. Partendo dunque da una “visione antropologica della filastrocca come gioco infantile di tipo orale, e del gioco infantile stesso… come microsistema di regole rituali”, insegnato ai bambini a fini pedagogici, l’autore si sofferma sull’etimologia della parola “filastrocca” per comprenderne il significato più antico e profondo.

“La prima parte della parola -osserva- si lascia facilmente identificare con “fila”, intesa come sequenza, serie concatenata”, che sarebbe poi il plurale del sostantivo latino neutro “filum”, ed esprime chiaramente il concatenarsi di versi e di immagini che è tipico della filastrocca. La seconda parte del vocabolo deriverebbe, secondo Alinei, dal greco “historicòs” (tramite il lat. “historicus”), con afèresi della prima sillaba (“hi”), e metàtesi, -cioè trasposizione di lettere- di -”or”-: -storicus >stroicus, e poi al femm. stroica e infine strocca; egli inoltre riconnette ad “historicus”, e simili. anche “histrio” =attore, intrattenitore, giocolliere. Ora non mi dilungo su tutta l’analisi storico-linguistica ed etimologica che l’insigne studioso espone nella sua opera, ma in sostanza, a suo dire, nella “filastrocca” sarebbero riunite l’idea di narrazione e quella di divertimento, “raccontini divertenti in fila” si potrebbe quindi definire la filastrocca sotto il profilo etimologico.

Peraltro, nella sua opera Alinei ci fa sapere che la prima attestazione certa del termine in questione, che appare nel “Morgante” (XXIV, 94), poema epico-burlesco di Luigi Pulci, pubblicato nel 1478, lo riporta in una forma alterata: “filastròccola”. Come nota l’autore, è altamente significativo che tale attestazione si abbia in un testo letterario di carattere parodistico-burlesco-popolaresco, a conferma che il termine “filastrocca” (e  a maggior ragione l’alterato ”filastròccola”) apparteneva al lessico proprio dell’ambiente rustico e popolaresco. Il contesto nel quale esso è usato è il seguente: il paladino Orlando deve affrontare due giganti mandati dalla regina Altea, Cattabriga e Fallalbacchio; egli viene a sua volta aiutato da un altro gigante cornuto e deforme, il quale inscena una strana pantomima, durante la quale salta, ride, scherza, suona la zampogna, danza e fa capriole: e proprio in questo consiste la “filastròccola”, con cui, facendoli divertire, mette fuori combattimento i suoi avversari, i quali a causa delle molte risate alla fine cadono a terra. Dunque, secondo l’uso che ne fa il Pulci, questo vocabolo aveva in origine un significato assai più ampio di una semplice poesia o cantilena. In seguito poi tale significato si è circoscritto all’aspetto verbale e recitativo, perdendo la componente mimica e danzata.

Tuttavia la definizione più completa ed appropriata di filasrrocca Alinei afferma essere quella da data dallo scrittore Anselmo Roveda nei “Quaderni di semantica”: “un testo,  per lo più breve, d’uso o destinazione infantile, con spiccate connotazioni ritmiche”.  Alinei poi specifica ulteriormente questa definizione sostenendo che le caratteristiche che qualifificano tale tipo di testo sono: la brevità, l’essere rimato o assonanzato, il venire esposto in modo recitato, cantato o cantilenato, l’uso o la destinazione infantile; infine quest’ultima qualità, ovvero la destinazione infantile, la suddivide in ricreativa, ludica, educativa, di altro genere..

In parziale contrasto con quanto affermato sopra, e cioè che tra le caratterstiche qualificanti della filastrocca ci siano l’uso o la destinazione esclusivamente infantile, occorre rilevare che esistono due categorie, citate peraltro nello studio dell’Alinei (6), che non sono di destinazione e uso infantile, o quanto meno non certo in modo esclusivo, vale a dire la giaculatoria (cioè la preghiera corta e cadenzata)  e la formula magica (7). Può forse sembrare strano catalogare queste forme espressive, funzionali alla ricerca di un aiuto e di un contatto con potenze superiori, o a smuovere ed evocare energie psichiche, nell’ambito della filastrocca; ma da un punto di vista formale e linguistico- letterario esse rientrano in pieno nella categoria che stiamo esaminando: formule magiche e giaculatorie (8) hanno in comune con le tipologie più usuali e infantili di filastrocca la ripetizione di parole o frasi intere; la rima o l’assonanza; l’inserzione di termini, sillabe o altri elementi fonetici in apparenza sensa senso o comunque dal significato incerto e oscuro, i quali ultimi non di rado sono proprio quelli che contribuiscono in maggior misura a conferire al testo la sua efficacia, sia essa magica, evocativa, fatidica, liberatoria o semplicemente ludica. Tali parole ed espressioni avevano in realtà un loro senso compiuto ed evidente, ma esso andò smarrito o perchè in lingua straniera; o perchè a causa della loro antichità era proprio di fasi arcaiche della lingua non più intese dai più; o perchè l’evoluzione, o la deformazione fonetica e grammaticale che avevano subito aveva reso irriconoscibile tale significato (9).

Un antico esempio in latino di ripetizione e allitterazione (non di rima poichè nella poesia latina, come in quella greca, com’è risaputo, non ricorreva alla rima per creare il ritmo, ma al’alternanza della quantità voaclica) è la “formula magica” riportata da Plinio il Vecchio nel XXVII libro (dove tratta di medicina) della sua “Naturalis Historia”: egli afferma (N.H., XXVII, 131) che presso Rimini (10) si poteva trovare una pianta, la Rèseda , che aveva la virtù di guarire qualunque tipo di ascesso o di infiammazione, purchè la cura per via orale fosse accompagnata dalla recitazione della seguente formula: “Rèseda, rèseda, morbos seda./ Scisne, scisne quis pullus egerit radices?/ Nec caput nec pedes habeat”(=”Rèseda, reseda, lenisci le malattie!/ Lo sai, lo sai quale pulcino abbia messo radici?/ Che non abbia nè testa nè piedi!” -”nè capo nè coda” diremmo noi ora).

Esemplare di Rèseda alba.

Esemplare di Rèseda alba.

La formula per mostrarsi efficace doveva essere ripetuta tre volte e seguita per altrettante volte da una sputo. L’atto dello sputare era per i Latini un gesto scaramantico e apotropaico (cioè tale da deviare lontano da sè stessi gli influssi negativi ed ostili) per eccellenza ed entrava in quasi tutti i rituali di questo genere. Si noti ancora come qui venga usato il termine “pulcino” per indicare una concrezione, un rigonfiamento, un indurimento, un ascesso, -che potrebbe aumentare ed espandersi in un organismo, così come un embrione si sviluppa in un uovo,- termine che, in forma dialettale, è usato tuttora, o almeno era impiegato fino a tempi recenti, in diverse aree italiane per designare la stessa cosa.

D’altro canto, -come abbiamo detto trattando della figura di Orfeo (nell’articolo su Orfeo e Virgilio)-, il canto e la poesia hanno intrinsecamente un valore “magico”, non sono, e soprattutto non erano semplice effusione lirica, ma, attraverso il loro enorme potere psicologico esercitano un’enorme influenza sul mondo esterno, sia quello umano, sia quello naturale. E nelle età moderne è proprio la filastrocca, e forme poetiche ad essa assimilabili, -e non solo nelle “conte”, che, come abbiamo rilevato hanno una finalità “fatidica”-, che si perpetua questa funzione originaria della poesia, dove il valore fonetico, onomatopeico ed evocativo prevale sul dettato logico. Ma oltre al valore magico, nella poesia nel cantoè presente, anzi predominante nelle età più remote ed arcaiche, la funzione “sapienziale”, che, come abbiamo accennato nella nota numero 7, si evidenzia a livello popolare soprattutto negli indovinelli e nei proverbi.

E dunque torniamo al tema iniziale, e centrale della nostra ricerca: abbiamo visto che il verso “Ambarabà ciccì coccò”, aveva probabilmente un suo senso in origine, funzionale al contesto ricreativo e allo scopo di elezione per il quale doveva servire. Ma poi a causa dei mutamenti lingustici e fonetici, il significato originario è stato perduto, e la frase è rimasta solo per il suo valore fonetico e onomatopeico, adatto a creare un effetto ludico.

Alla fine di questa ricerca su una curiosa filastrocca infantile, quale conclusione possiamo trarre? Le mie osservazioni si possono così riassumere:

1) di certo, almeno nelle forme in cui la conosciamo, la filastrocca è di origine recente (non oltre l’800);

2) in essa , come in tutte le “conte” prevale l’aspetto ritmico e fonetico su quello logico e narrativo;

3) tuttavia, tenendo conto che pure in quello che potrebbe apparire il più assoluto “non senso” esiste sempre un qualche significato -per le ragioni viste prima-, queste “parole”, sia quelle del primo verso, prive di significato logico e mere sonorità sillabiche; sia quelle dei versi seguenti, le quali, anche se dotate di senso compiuto, sembrano avere una denotazione tra il comico e il fantastico, possiedono sicuramente un valore evocativo, e in un certo senso creativo, -tanto che si potrebbero accostare alle “parole in libertà” dei poeti futuristi-;

4) è quindi probabile che in questi versi si mantenga un ricordo delle valenze magico-sacrali delle civette, del numero 3, del “dottore” -cioè del “sapiente”, del “saggio”, esperto dei segreti della natura e dell’uomo-; e che forse rifletta l’inzio, o sia l’estrema sintesi di un antico racconto o apologo. Ed è altresì possibile che in tale “storia” sia da ravvisare un contrasto tra saggezza, incarnata dalle tre civette, misteriose dee o fate protettrici che vedono, anzi determinano, il destino dell’uomo, e stoltezza, che potrebbe essere rappresentata dal dottore, in quanto simbolo della falsa sapienza mondana, utilitaria e avida.

NOTE

 

1)= Si tenga presente che nel latino classico la C e la G erano sempre velari (dure) anche davanti ad E e ad I.  Come in molte altre lingue indoeuropee -dette, appunto per tale caratteristica “lingue kentum”- (ad sempio il greco, le lingue celtiche, le lingue germaniche, l’armeno)- non esistevano in latino i suoni “dolci”: “Caesar” si pronunciava “Kaesar” -e non “Cesar”, “gens” si pronunciava “ghens”, e così via. Sul quando e perchè nel tardo latino e poi nelle lingue romanze si sia verificato questo mutamento è questione ancora dibattuta. Le lingue indoeuropee nelle quali erano presenti anche i suoni palatali sono dette lingue “satem” (ad esempio quelle indiane e iraniche).

2) dei demoni femminili e argomenti affini parleremo presto in un articolo che posterò quanto prima.

3) nella versione di questa fiaba riportata dai frtelli Grimm (e in alte versioni del patrimonio novellistico popolare) peraltro la funzione di “realizzatore del destino” è assunta da un colombo (o da altri esseri viventi) che è da considerare la reicnarnazione dello spirito della madre defunta della protagonista.

4) si vedano al riguardo le varie raccolte di fiabe regionali italiani pubblicate da studiosi e letterati dell’800 e dei primi del 900 (Pitrè, Comparetti, Di Francia, Nerucci, Finamore, ecc.; anche il Croce ebbe un vivo interesse per la narrativa e le tradizioni leggendarie popolari), fino alle celeberrime “Fiabe italiane” di Italo Calvino, che rimane tuttora la più importante raccolta della nostra novellistica popolare a livello nazionale; sebbene lo scrittore il più delle volte non abbia  osservato il rigore filologico proprio delle opere di queste genere, dato che ha spesso contaminato versioni regionali diverse della stessa fiabe per offrirne una stesura il più possibile ricca di particolari e letterariamente elaborata, pur mantenendone il vivace spirito popolaresco.

5) la “morale”, forse per influenza della “favola” di tipo esopico, -dove essa ha una funzione essenziale dal momento che la storia stessa è un modo per illustrarla, un “exemplum” attraverso il quale dispensare insegnamenti di vita-, è particolarmente rilevante nelle fiabe di Perrault, e in genere nei narratori francesi del 600 e 700, come la contessa Marie Catherine d’Aulnoy, la più valente dei continuatori di Perrault.

6) molto più raramente appaiono dei versi all’inizio della narrazione, e in genere in fiabe d’autore, -ad esempio alcune di quelle scritte da Guido Gozzano (dove però la filastrocca che fa da introduzione non ha uno stretto legame con testo seguente)-.

7) nella categoria delle filastrocche (che peraltro, com’è ovvio, non è una categoria nettamente distinguibile da quelle di altre forme di espressione poetica, popolare o dotta che sia) si trova una vasta gamma di tipologie: cantilene, ninne-nanne, conte, canti di gioco, giaculatorie, indovinelli, scioglilingua, ecc.

8) tra le forme non esclusivamente infantili si potrebbero poi aggiungere. l’indovinello, che sebbene sia destinato in prevalenza ai bambini, non è un genere propriamente infantile. Si tenga presente che per “indovinello” si intende l’indovinello antico, di carattere descrittivo e didattico, non quello enigmistico moderno, fondato essenzialmente sull’ambiguità, -cioè sul significato polivoco dei termini usati e della loro combinazione sintattica, che rendono molto più complesso il ragionamento, o l’intuizione, per giungere alla soluzione dell’indovinello stesso-; e il proverbio, anch’esso  di norma enunciato in forma rimata o cadenzata, e con ampio ricorso a ripetizioni e allitterazioni. In tali tipologie si manifesta in effetti la funzione educativa, anzi didattica, della filastrocca, talvolta anche con finalità mnemonica (e si potrebbe qui citare il famosissimo proverbio sui mesi, che aiuta appunto a ricordare il numero dei giorni di ciscun mese: “trenta dì conta novembre,/ con april, giugno e settembre./ Di ventotto ce n’è uno,/ tutti gli altri ne han trentuno”).

9) giaculatoria dal latino ”iaculor, -ari” (“lanciare”, in specie un dardo o un giavellotto -iaculum-): una breve preghiera “lanciata” alla divinità o alla potenza come rapida richiesta di soccorso in un momento di pericolo o in una circostanza critica; ad es.: “Gesù, Giuseppe e Maria/ siate la salvezza mia (o dell’anima mia)”; e, per fare un esempio “laico”, rivolto al Sole, -potenza datrice di vita per eccellenza-: “Sole, Sole vieni/ con gli angeli e coi i santi/ con tre cavalli bianchi”).

10) un esempio illuminante di questo impiego di parole oscure, ma  dalla forte valenza evocartiva e talora onomatopeica, ci è dato dagli “Ephesia Gràmmata”, le “lettere di Efeso”, usate nell’antichità classica soprattutto nelle “tabellae defixionis”, cioè le laminette metalliche con incise maledizioni e formule di maleficio, di solito inchidate abusivamente in una tomba. Il numero di queste parole, in origine poche e di provenienza greca, si ampliò in misura notevole, specie nell’età tarda, con il ricorso a molti termini di derivazione per lo più egiziana o semtica, il cui significato non era più inteso, ma che venivano impiegate proprio per le loro sonorità in genere cupe e gutturali, che sembravano rafforzare l’efficacia della maledizione  Di questo argomento tratteremo in un prossimo articolo.

11) in effetti la Rèseda è un genere di piante, al quale appartengono molte specie tuttora usate in erboristeria (in particolare la “Rèseda alba” e la “Rèseda glauca”) per i loro effetti sedativi ed anti-infiammatori; ed il nome della pianta vuole significare appunto la sua virtù sedativa. Peraltro queste specie non sono certo, -e presumilmente non lo erano nemmeno ai tempi di Plinio-, peculiari della zona di Rimini, dato che crescono in tutta l’Europa meridionale.

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